Il Dilemma di Chomsky

Ho sempre guardato a Noam Chomsky come si guarda a un maestro severo ma necessario. Uno di quelli che ti insegnano a leggere il mondo non per come si presenta, ma per come si nasconde. Uno “dei nostri”, diciamolo senza ipocrisie: una delle punte di diamante di una tradizione critica che ha provato, con fatica e dignità, a smascherare l’arroganza dell’impero e le complicità del capitale. Ritrovarlo citato ampiamente negli Epstein files fa uno strano effetto. Comincia con un prurito, poi gratta e gratta diventa uno sfogo. E a quel punto devi parlarne con qualcuno. Devi scriverne. Perché il silenzio, quando riguarda i propri maestri, è la forma più subdola di complicità.

Noam Chomsky ha insegnato a generazioni intere a smontare l’ipocrisia delle élite, a riconoscere i salotti buoni dove si intrecciano potere, denaro e istituzioni. Ci ha educati a diffidare dei sorrisi filantropici dei grandi finanziatori, delle fondazioni “per il bene dell’umanità”, dei miliardari che comprano prestigio accademico come si compra un attico a Manhattan. Eppure, allo stesso tempo, frequentava abitualmente Jeffrey Epstein, finanziere condannato per abusi su minori, uomo simbolo di quella degenerazione morale che trasforma il potere economico in immunità sociale.

Formalmente legittimo? Certo. Non esiste reato nel prendere un caffè con qualcuno che ha già scontato la sua pena. Ma qui non siamo nel tribunale penale, siamo nel tribunale della coerenza pubblica. Un teorico della manipolazione mediatica che discute di fondi e influenza con un predatore sessuale non è un dettaglio biografico. È una crepa simbolica. È un cortocircuito morale che non può essere liquidato con un’alzata di spalle.

Non si tratta di processo alle intenzioni. Non mi interessa indagare cosa si siano detti, quali fossero i contenuti delle conversazioni, quali le dinamiche personali. Il punto è la coerenza pubblica. È l’esemplarità. Quando si sceglie di occupare il ruolo di coscienza critica del potere, si accetta implicitamente un grado più alto di scrutinio.

E questa contraddizione non è isolata. Chomsky è stato straordinario, lucidissimo, necessario nel denunciare i crimini dell’imperialismo statunitense. Ha smascherato le menzogne sulle guerre umanitarie, ha dato voce alle vittime invisibili delle politiche occidentali. Ma la sua nettezza si è spesso fatta opaca quando si trattava di condannare con la stessa forza i regimi autoritari “anti-occidentali”. L’anti-imperialismo a senso unico diventa una lente deformante: si finisce per relativizzare le repressioni, per minimizzare le autocrazie, per trattare le vittime “dall’altra parte” come pedine di uno scacchiere geopolitico.

E allora il problema non è l’errore. È la simmetria morale. O la sua assenza.

Purtroppo il critico della propaganda è diventato, col tempo, un’icona protetta da un riflesso identitario. Non lo si discute: lo si difende. A prescindere. Come se metterlo in questione significasse consegnarsi al nemico. È una dinamica che conosco bene, che ho visto all’opera nei partiti, nei movimenti, nelle università. Quando l’appartenenza prende il posto dell’argomentazione, la critica si trasforma in dogma.

Ma un pensiero che si dice radicale deve accettare di essere messo radicalmente in discussione. Altrimenti smette di essere critica e diventa culto. E il culto, lo sappiamo, è sempre la forma più elegante dell’obbedienza.

Io ho insegnato per anni ai miei studenti che nessun autore è intoccabile. Che Platone va interrogato, Marx va criticato, Gramsci va aggiornato. Possibile che proprio noi, che abbiamo fatto della demistificazione un metodo, diventiamo incapaci di demistificare i nostri simboli?

E il problema, sia chiaro, non è solo Chomsky. È la dinamica che lo circonda. È quel meccanismo perverso per cui il leader abusante, se è fascista, è un mostro senza attenuanti. Se è “il nostro”, diventa un compagno stanco, esaurito, magari manipolato, e in fondo la colpa è di chi denuncia. È una doppia morale che tradisce la nostra stessa pretesa di superiorità etica.

Non si può perculare Marco Rizzo quando scivola in ambiguità geopolitiche e poi assolvere Chomsky – che talvolta dice cose sorprendentemente simili – solo perché è un fine intellettuale, un professore del MIT, un monumento vivente della sinistra globale. L’argomento d’autorità è il rifugio dei deboli. E noi, se vogliamo essere ancora qualcosa, non possiamo permetterci questa debolezza.

La cultura non è un lasciapassare morale. L’intelligenza non redime le omissioni. E il prestigio non sostituisce la coerenza.

La critica andava fatta prima. Quando le frequentazioni erano note. Quando le ambiguità teoriche emergevano con chiarezza. Andava fatta non per demolire, ma per custodire ciò che di valido c’è stato. Per evitare che un pensiero potente si trasformasse in un totem fragile.

E va fatta ora. Con rispetto, ma senza indulgenza. Con riconoscenza, ma senza sudditanza.

Perché se la sinistra vuole tornare a essere una forza morale e politica credibile, deve imparare a guardarsi allo specchio senza filtri. Deve accettare che anche i suoi maestri possano sbagliare, possano cadere, possano deludere. E che la fedeltà più autentica non è quella che difende sempre, ma quella che pretende coerenza.

Altrimenti continueremo a denunciare le élite mentre costruiamo le nostre. Continueremo a parlare di emancipazione mentre pratichiamo l’autoassoluzione. E allora sì, il prurito diventerà sfogo. Ma non sarà più solo personale. Sarà politico. E, temo, irreparabile.

(Roberto De Santis)

Prompt:

intro: ho sempre guardato a Noam Chomsky come ad un maestro. Uno "dei nostri", una delle punte di diamante. Ritrovarlo citato ampiamente negli Epstein files fa uno strano effetto. Comincia con un prurito, poi gratta e gratta diventa uno sfogo, e a quel punto devi parlarne con qualcuno.

parte 1: Noam Chomsky ha insegnato a generazioni a smascherare l’ipocrisia delle élite, i salotti buoni, le complicità tra potere, denaro e istituzioni. Allo stesso tempo frequentava abitualmente Jeffrey Epstein, finanziere condannato per abusi su minori. Formalmente legittimo, certo. Ma eticamente? Un teorico della manipolazione mediatica che discute di fondi e influenza con un predatore sessuale.

parte 2: Non si tratta di processo alle intenzioni, ma di coerenza pubblica. E questa contraddizione non è isolata. Chomsky è stato straordinario nel denunciare i crimini dell’imperialismo USA, molto meno nel condannare con la stessa nettezza i regimi autoritari “anti-occidentali”. L’anti-imperialismo a senso unico diventa una lente deformante.

parte 3: purtroppo, il critico della propaganda è diventato un’icona protetta da un riflesso identitario. Non lo si discute, lo si difende a prescindere. Ma un pensiero che si dice radicale deve accettare di essere messo in discussione. Altrimenti smette di essere critica e diventa dogma, appartenenza, culto.

parte 4: E il problema non è solo Chomsky. È la dinamica: il leader abusante? Se è fascista, è mostro. Se è “il nostro”, è un compagno stanco, esaurito, e magari la colpa è di chi denuncia. Non si può perculare Marco Rizzo e assolvere Chomsky (che spesso dicono le stesse cose) solo perché è un fine intellettuale.

parte 5: La critica andava fatta prima. E va fatta ora. articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisco dove ritengo necessario.

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