
C’è un dettaglio che spesso trascuriamo quando analizziamo i grandi discorsi internazionali: non è solo cosa viene detto, ma come viene detto. E nel confronto tra l’intervento di JD Vance alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco del 2025 e quello di Marco Rubio di questi giorni emerge una trasformazione interessante — non tanto nella sostanza, quanto nella strategia comunicativa dell’amministrazione americana verso l’Europa.
Il messaggio di fondo è identico: l’Europa deve assumersi più responsabilità, soprattutto in materia di sicurezza e stabilità. L’epoca dell’ombrello automatico è finita. Ma il modo in cui questo concetto viene incapsulato cambia radicalmente. E nella forma, talvolta, si annida la vera direzione di marcia.
Monaco 2025: la doccia gelata di JD Vance
Il discorso di JD Vance alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco fu percepito — e non a torto — come una doccia gelata. Vance non cercò mediazioni. Parlò come chi ha deciso che il tempo delle sfumature è finito.
Accusò apertamente l’Europa di aver smarrito i propri principi fondativi: libertà di espressione, pluralismo, democrazia liberale. Secondo lui, il vecchio continente si sarebbe trasformato in una realtà burocratica e fragile, incapace di difendere sé stessa, ma pronta a delegare la propria sicurezza agli Stati Uniti.
Il punto più controverso fu la metafora implicita: l’Europa come vassallo. Non un partner alla pari, non un alleato storico, ma una dipendenza strutturale. Un continente che, a suo dire, si lamenta della leadership americana e al tempo stesso non vuole fare a meno del suo sostegno militare.
Il risultato? Un misto di irritazione, incredulità e, in alcuni ambienti, un certo disagio. Perché Vance aveva scelto la via dello schiaffo morale. Una strategia che può galvanizzare l’elettorato interno, ma rischia di incrinare la fiducia degli interlocutori esterni.
Il tono di Rubio: stessa richiesta, altra narrazione
Il discorso di Marco Rubio di quest’anno ha mantenuto la stessa premessa — più impegno europeo, meno dipendenza — ma ha completamente cambiato il registro.
Rubio non ha parlato di colpe unilaterali, bensì di errori condivisi: politiche migratorie mal gestite, delocalizzazioni industriali che hanno impoverito entrambe le sponde dell’Atlantico, un’eccessiva fiducia in modelli economici che oggi mostrano le loro crepe. Il messaggio non era “voi avete sbagliato”, ma “abbiamo sbagliato insieme”.
E soprattutto ha introdotto una metafora diversa: quella dei “figli dell’Europa”. Gli Stati Uniti non come creditore impaziente, ma come erede culturale del vecchio continente. Rubio ha evocato arte, letteratura, musica, religione, perfino morale condivisa. Ha parlato di radici comuni, di un’identità occidentale costruita nei secoli.
È una differenza non banale. Il vassallo si redarguisce. Il figlio si richiama alle responsabilità.
La richiesta resta: l’America non intende più garantire protezione automatica. Ma la confezione è più attenta a non alienare un alleato che, pur problematico, resta centrale.
Rottura contro riformulazione
In sintesi, Vance ha scelto la rottura. Rubio ha scelto la riformulazione.
Il primo ha denunciato un’Europa decadente, prigioniera delle proprie contraddizioni interne. Il secondo ha riconosciuto un’eredità comune, pur insistendo sulla necessità di un cambio di passo.
Dal punto di vista strategico, il secondo approccio è più sofisticato. Non cede sulla sostanza, ma riduce il rischio di isolamento. È una lezione elementare di negoziazione: puoi ottenere lo stesso risultato con uno scontro frontale o con un richiamo alla storia condivisa. Il secondo metodo, di solito, dura più a lungo.
Il “nemico interno” come nuova chiave narrativa
C’è però un aspetto del discorso di Rubio che trovo particolarmente rivelatore.
Nel descrivere la storia comune tra Stati Uniti ed Europa, ha insistito su elementi culturali condivisi — religione, tradizioni, concezioni morali — e ha collegato questo patrimonio alla trasformazione in atto nel continente, attribuendola in larga parte all’immigrazione incontrollata. Il problema non è più solo la spesa per la difesa o il burden sharing. È l’identità.
Il nemico interno, insomma.
È una torsione significativa. Perché sposta il baricentro dal piano strategico a quello culturale. E quando il discorso pubblico si concentra sulla “difesa della civiltà”, il rischio è che ogni fenomeno complesso venga ridotto a una minaccia identitaria.
Da economista, sono abituata a diffidare delle spiegazioni monocausali. L’immigrazione può creare tensioni, certo. Ma non è la sola responsabile delle fragilità europee. Le inefficienze strutturali, le rendite di posizione, l’invecchiamento demografico, la scarsa integrazione dei mercati interni: questi sono problemi ben più antichi e profondi.
Dalla NATO al mito culturale
Ed è qui che emerge la vera discontinuità rispetto ai diplomatici del passato.
Per decenni, l’asse transatlantico è stato raccontato attraverso la NATO, l’architettura costruita dopo la Seconda guerra mondiale, il sistema di alleanze che ha garantito stabilità per oltre settant’anni. Con tutti i suoi limiti, quel mondo ha funzionato. Ha creato prosperità, integrazione economica, cooperazione.
Oggi il riferimento non è più l’ordine costruito nel dopoguerra, ma una comunità culturale da difendere. È un cambio di paradigma.
Non si parla più soltanto di deterrenza o di cooperazione industriale. Si parla di identità, di radici, di trasformazioni demografiche. È un linguaggio più emotivo, meno tecnico, più facilmente mobilitante.
E questo, francamente, dovrebbe farci riflettere.
Europa: vittima o adulta?
Alla fine, la questione resta la stessa: l’Europa è pronta a comportarsi da adulta?
Può non piacere il tono di Vance, può risultare più elegante quello di Rubio, ma il messaggio è chiaro: l’America non intende più sostenere da sola l’equilibrio occidentale.
La risposta europea non può essere solo indignazione o nostalgia per il passato. Deve essere capacità di riforma, integrazione reale, autonomia strategica. Non contro gli Stati Uniti, ma accanto ad essi.
Il rischio, altrimenti, è di restare sospesi tra due narrazioni: da un lato il rimprovero, dall’altro la carezza paternalistica. In entrambi i casi, non pienamente protagonisti.
E forse è proprio questo il punto più scomodo. Non chi ci parla da Washington. Ma cosa siamo disposti a fare noi, a Bruxelles, Berlino, Roma e Parigi.
La forma dei discorsi cambia. La responsabilità resta.
(Emma Nicheli)
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