La guerra come spettacolo personale

Negli ultimi giorni ho avuto una sensazione stranissima. Un déjà-vu storico.

L’idea di “esportare la democrazia” a suon di bombe è tornata improvvisamente di moda. Come un vecchio disco graffiato dei primi anni Duemila che qualcuno ha deciso di rimettere sul piatto fingendo di non ricordare come finiva la canzone.

È curioso: abbiamo visto l’Iraq dissolversi, l’Afghanistan tornare praticamente al punto di partenza dopo vent’anni di guerra, eppure eccoci qui. Di nuovo. Con una parte della destra occidentale convinta che questa volta — con Donald Trump — la storia prenderà una piega diversa.

Davvero crediamo che l’uomo che ha trasformato la politica in un reality show riuscirà dove hanno fallito presidenti infinitamente più preparati?

È una domanda scomoda. Ma è l’unica che valga la pena fare.

Il punto fondamentale è brutale nella sua semplicità: a Trump non interessa minimamente il popolo iraniano. E la cosa più sorprendente è che non si sforza neppure troppo di nasconderlo. La retorica ufficiale parla di sicurezza globale, di contenimento del nucleare, di stabilità regionale. Tutte formule impeccabili nei briefing diplomatici. Ma se si scava appena sotto la superficie, appare qualcosa di molto meno nobile: il tentativo di costringere Teheran ad accettare un accordo imposto con la forza.

Non è diplomazia. È estorsione internazionale con un lessico più elegante.

Il precedente esiste già ed è chiarissimo. Il Venezuela. Anche lì la logica era semplice: pressione economica, destabilizzazione politica, promessa implicita di un cambio di regime. L’obiettivo, neanche troppo nascosto, era mettere le mani su una delle più grandi riserve petrolifere del pianeta.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Nessun cambio di regime. Nessuna democratizzazione. Nessuna rivoluzione liberale. Solo un paese ancora più impoverito e una Casa Bianca costretta a spostare altrove il racconto.

Chi pensa che l’Iran sia un terreno più facile probabilmente non ha mai aperto una carta geografica o un libro di storia.

Quando una guerra nasce con motivazioni confuse conviene sempre porsi la domanda più antica della politica: cui prodest?

Il primo effetto di una guerra è quasi sempre mediatico. Le bombe hanno una qualità che gli scandali non possiedono: monopolizzano l’attenzione. Riempiono i telegiornali, saturano i social, occupano le prime pagine. E quando succede questo molte altre storie semplicemente spariscono dal radar dell’opinione pubblica. Non serve immaginare grandi complotti: basta osservare il funzionamento normale dell’informazione.

Il secondo elemento è ancora più classico. La guerra compatta una nazione attorno al leader. È una dinamica che la storia americana conosce molto bene. Nulla unisce una società divisa come la percezione di una minaccia esterna. Le critiche diventano sospette, il dissenso appare quasi tradimento, e il presidente assume automaticamente il ruolo di comandante in capo della sopravvivenza nazionale.

Nel frattempo il conflitto si allarga, le tensioni crescono e il Medio Oriente torna a essere una polveriera che nessuno riesce davvero a controllare.

Il terzo elemento è il più ironico. L’intervento viene giustificato come una battaglia contro una teocrazia repressiva — definizione che, sia chiaro, descrive abbastanza bene il regime iraniano. Gli ayatollah governano con pugno di ferro, reprimono proteste, incarcerano oppositori e trattano i diritti civili come una minaccia.

Ma la strategia occidentale sembra puntare a bombardare quel regime per costringerlo… a sedersi al tavolo delle trattative.

È uno dei paradossi più frequenti della politica internazionale: combatti un governo per convincerlo a negoziare con te.

C’è poi un elemento più inquietante che raramente viene discusso apertamente. Forse Trump non guarda più alla Cina come vero avversario globale. Forse il suo progetto è molto più domestico. Una politica estera aggressiva può servire a rafforzare il potere interno. È una dinamica che si ripete nella storia di moltissimi paesi: il leader che guida una guerra acquisisce automaticamente una legittimità politica enorme.

Ed è qui che la retorica della sicurezza nazionale diventa uno strumento politico potentissimo.

Alla fine però la guerra presenta sempre lo stesso conto. Non lo scrivono i generali, non lo scrivono i presidenti, e spesso nemmeno gli editorialisti da salotto. Il bilancio reale lo pagano tre categorie di persone: i soldati mandati al fronte con discorsi patriottici, i civili che perdono case e città sotto le bombe, e i giornalisti che devono raccontare tutto questo mentre cercano di restare vivi.

Nel frattempo il mondo continua a discutere di equilibrio delle potenze, di deterrenza e di strategie globali. Parole eleganti, molto rispettabili nei convegni internazionali.

Dietro quelle parole, però, ci sono sempre macerie.

Trump gioca la sua partita personale, fatta di potere, immagine e sopravvivenza politica. Il Medio Oriente torna a bruciare e l’economia mondiale osserva nervosamente lo Stretto di Hormuz come si guarda una miccia accesa.

E noi continuiamo a discutere della stessa illusione che circola da vent’anni.

Che la democrazia possa arrivare dentro un bombardiere.

La storia, finora, ha dato sempre la stessa risposta. Non è mai successo. E non succederà nemmeno questa volta.

(Serena Russo)

Prompt:

intro: Negli ultimi giorni ho notato con preoccupazione che l'idea di "esportare la democrazia" a suon di bombe è tornata improvvisamente molto popolare. È come se ci fossimo dimenticati dei disastri in Iraq e Afghanistan, gestiti tra l'altro da presidenti cento volte migliori di quello attuale, e ora qualcuno si convinca che Trump possa riuscire dove loro hanno fallito. La destra mondiale è davvero regredita di vent'anni? Dobbiamo porci questa domanda con onestà.

parte 1: Il punto fondamentale che voglio sottolineare è che a Trump non interessa minimamente il popolo iraniano, e ha il coraggio di dirlo chiaramente. L'obiettivo di questa nuova tensione bellica non è la libertà o la democrazia, ma costringere l'Iran a pagare il pizzo, e non parlo di soldi agli Stati Uniti, ma direttamente alla famiglia Trump. È esattamente quello che aveva tentato con il Venezuela, salvo fallire miseramente: oggi Caracas non ha cambiato regime e non un litro di petrolio è finito nelle tasche di chi sperava di controllarlo.

parte 2: Questa guerra, che purtroppo coinvolge anche l'Italia, ha tre ragioni strategiche precise. La prima è distrarre l'opinione pubblica dagli Epstein files, seppellendo quelle indagini sotto una cortina fumogena ben più appariscente - sebbene molto invisa, una nuova guerra di cui nessuno può prevedere esito e fine. La seconda è creare un'emergenza artificiale che compatti la nazione attorno al leader, e da questo punto di vista per lui è perfino positivo che siano già morti sei soldati americani, perché alimenta il clima di crisi. La terza è ottenere un accordo di sottomissione con gli stessi Ayatollah che hanno represso nel sangue il loro popolo.

parte 3: Forse Trump, ormai, non guarda nemmeno alla Cina come vero avversario, il suo progetto demente è portare gli Stati Uniti fuori dall'orbita occidentale e instaurare definitivamente la dittatura assoluta che sogna. Per questo ha favorito le violenze della polizia ICE, per questo sta riscrivendo le regole del voto. Il fatto che il regime iraniano sia malvagio è solo una cortina fumogena, non lasciamoci distrarre da quello che conta veramente.

parte 4: tanto, a pagare saranno gli stessi: soldati mandati al fronte con discorsi pomposi, civili che perdono tutto sotto le bombe, e una verità che continua a essere sepolta sotto macerie più grandi degli Epstein files. Trump gioca la sua partita personale, e noi siamo distratti abbastanza da non accorgercene. Almeno fino al prossimo disastro.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; approfondisco dove necessario.

Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di Serena Russo, tagliente e ironico. Rendilo immersivo. 

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