
Lo spot per il “No” interpretato da Elio Germano è uno di quei rari momenti in cui la propaganda politica, forse senza volerlo, diventa uno specchio fedele della decadenza culturale che attraversa il nostro tempo. Non è solo una questione di contenuti, ma di linguaggio, di postura intellettuale, di rapporto con la tradizione. A guardarlo con un minimo di attenzione, più che uno strumento di persuasione sembra un piccolo documento antropologico: il tentativo – goffo, affannato – di imitare una forma espressiva che non si comprende più davvero.
In altre epoche la propaganda era brutale ma efficace, oppure raffinata e seduttiva. Oggi, invece, sembra spesso il prodotto di una cultura che ha smarrito i propri maestri e prova a rimpiazzarli con caricature.
L’intenzione dello spot era chiarissima: evocare quel tono affabulatorio, ironico, popolare ma intelligente che apparteneva a Gigi Proietti. Quel modo romano, teatrale, quasi rinascimentale di raccontare una storia al pubblico, con il sorriso sulle labbra e una sottile complicità intellettuale.
Proietti possedeva una qualità rarissima: parlava alla gente senza mai trattarla da stupida. Era colto senza ostentazione, ironico senza essere sarcastico, popolare senza diventare volgare. Una tradizione che affonda le radici nella grande scuola teatrale italiana, quella che sapeva unire piazza e accademia.
Ma evocare Proietti senza possederne il talento è un esercizio pericoloso. È un po’ come provare a rifare Fabrizio De André pensando che bastino una chitarra e due metafore da osteria. Il risultato non è una canzone d’autore: è la cover stonata che si ascolta in un bar di provincia alle due di notte.
Ed è esattamente ciò che accade nello spot.
Germano si muove sul set con l’aria di chi vuole raccontare una storiella brillante: ammiccamenti alla telecamera, pause studiatamente compiaciute, quell’intonazione da narratore furbo che dovrebbe suggerire complicità con lo spettatore.
Il problema è che la complicità non nasce da un gesto tecnico, ma da un’intelligenza autentica. Non basta piegare la testa, abbassare la voce o fare una smorfia per creare profondità.
Così la scena scivola velocemente dall’affabulazione alla macchietta.
Più che un narratore brillante, Germano sembra la versione impegnata di Pierino che ha appena scoperto la politica e sente il bisogno di spiegare al resto della classe come funziona il mondo. C’è quella sicurezza un po’ infantile, quella pedagogia involontariamente paternalistica che negli ultimi anni è diventata il marchio di fabbrica di una certa élite culturale italiana: parlare al pubblico come se fosse una platea di scolari distratti.
E naturalmente aspettarsi gli applausi.
Ma proprio qui sta il punto interessante. Perché la goffaggine dello spot, in realtà, lo rende perfetto come metafora del nostro tempo.
Viviamo in una fase culturale che tenta continuamente di imitare forme che non comprende più. Si citano i maestri senza averne assimilato la sostanza. Si riproducono i gesti, le cadenze, le pose dell’intelligenza… senza possederne il contenuto.
È la civiltà della citazione svuotata.
Si scimmiotta il teatro popolare senza conoscere il teatro. Si imita la satira senza possedere l’ironia. Si evoca la cultura senza averne frequentato davvero le profondità.
E il risultato inevitabile è questo: una parodia involontaria.
Un’imitazione che crede di essere raffinata ma appare soltanto manierata. Un’operazione che vorrebbe sembrare brillante e finisce invece per ricordare quelle recite scolastiche in cui gli studenti cercano di interpretare Shakespeare dopo aver letto due pagine del riassunto.
Alla fine lo spot diventa il trionfo del velleitarismo. Né più né meno.
È velleitario l’attore che crede di poter incarnare un modello culturale che non gli appartiene. È velleitario chi ha concepito lo spot, convinto che basti qualche strizzata d’occhio per simulare profondità intellettuale. Ed è velleitario perfino il pubblico di riferimento, quella parte di opinione pubblica che scambia spesso l’atteggiamento per sostanza.
Così il risultato finale viene presentato come “impegno civico”, come “rigore morale”, come testimonianza di coscienza democratica.
E qui, confesso, diventa difficile trattenere una risata.
Perché quando il velleitarismo riesce a prendersi così sul serio, quando la caricatura si convince di essere un capolavoro, la satira non ha più bisogno di intervenire.
Ha già fatto tutto la realtà.
(Francesco Cozzolino)
Prompt:
Intro: Lo spot per il "No" interpretato da Elio Germano è uno di quei rari momenti in cui la propaganda politica, forse senza volerlo, diventa un perfetto specchio della decadenza culturale che viviamo.
parte 1: L'intenzione era chiara: imitare il tono affabulatorio e ironico alla Gigi Proietti, quel modo di parlare alla gente con intelligenza e leggerezza. Peccato che evocare Proietti senza possederne il talento sia come provare a rifare De André credendo che basti una chitarra e un po' di poetica da osteria. Il risultato non è una canzone d'autore, ma la cover stonata di un bar dello sport.
parte 2: Germano si muove sul set tra ammiccamenti, pause studiamente compiaciute e semplificazioni da manuale, come se una smorfia potesse bastare a creare profondità. Invece no: la scena scivola via veloce, dall'affabulazione alla macchietta. Più che un narratore brillante, sembra la versione impegnata di Pierino che ha appena scoperto la politica e vuole farci una lezioncina.
parte 3: Ma è proprio questa goffaggine a rendere lo spot così perfetto come metafora. Siamo di fronte a una cultura che tenta di imitare forme che non comprende più, che scimmiotta l'intelligenza senza possederne la sostanza. Alla fine, produce solo una parodia involontaria di qualcosa che, per fortuna, resta irrimediabilmente fuori dalla sua portata.
parte 4: il trionfo del velleitarismo, né più né meno. Ed essendo vellitario Germano, chi ha ideato lo spot e il pubblico di riferimento, ecco che lo spot diventa "impegno civico" e "rigore morale". Detto senza nemmeno trattenere le risate.
Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4. Approfondisci dove ritieni necessario.
Assumendo l'identità di Francesco Cozzolino, scrivi un Articolo; usa un tono irriverente.
Scopri di più da Le Argentee Teste D'Uovo
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.