Vox populi

Fino agli anni Ottanta esisteva una geografia musicale dell’Italia che oggi sembra appartenere a un altro pianeta. Nelle borgate del Mezzogiorno — quelle vere, non quelle raccontate nei reportage con l’obiettivo grandangolare e l’esperto di turno — l’egemonia culturale non passava da Sanremo Music Festival ma dal Festival della Canzone Napoletana. E nelle sale di periferia, dove i cinema avevano le poltrone un po’ sfondate e l’aria sempre leggermente umida, il pubblico faceva la fila per vedere i film di Mario Merola.

Quando Merola portava sullo schermo o sul palco Zappatore, succedeva qualcosa che oggi farebbe impazzire i teorici del “populismo culturale”: la gente piangeva. Non piangeva per orgoglio di classe — quella è una categoria cara agli editorialisti — ma per qualcosa di molto più elementare e molto più feroce. Piangeva perché si riconosceva. Piangeva perché, almeno per qualche minuto, qualcuno raccontava la loro miseria senza chiedere scusa.

Era una forma primitiva e potentissima di riconoscimento. E chiunque abbia frequentato davvero quelle platee sa che lì dentro si consumava una tragedia sociale più sincera di molte analisi accademiche.

Il problema è che gli intellettuali italiani, salvo rare eccezioni, hanno sempre avuto un rapporto complicato con ciò che piace davvero al popolo. L’unico che aveva intuito la questione con una certa lucidità era Antonio Gramsci. Dal carcere studiava i romanzi popolari, cercando di capire cosa affascinasse milioni di lettori che non avrebbero mai aperto un saggio di filosofia.

Non lo faceva per snobismo, ma per una ragione molto semplice: voleva capire il popolo prima di pretendere di educarlo.

Oggi invece assistiamo al fenomeno opposto. Intellettuali e politica parlano continuamente di periferie, ma lo fanno con lo stesso spirito con cui un turista osserva un acquario: curiosità, qualche commento estetico e nessuna reale partecipazione.

Il caso della vittoria di Sal Da Vinci al Sanremo Music Festival del 2026 è stato illuminante. Il suo brano Per sempre sì ha ottenuto il 22,2% dei voti del pubblico, ma ha provocato una reazione quasi isterica in certi ambienti dell’intellighenzia.

Tra le critiche più commentate c’è stata quella del giornalista Aldo Cazzullo, che ha liquidato il pezzo come “la colonna sonora di un matrimonio della camorra”, aggiungendo che sembrava una parodia alla Checco Zalone.

Ora, si potrebbe discutere musicalmente la canzone — e Dio sa quanto a me piaccia discutere di musica — ma qui il punto è un altro. Perché il sottotesto di certe reazioni era fin troppo evidente: non era tanto la canzone a disturbare, quanto il mondo che evocava.

Il Sud, ma quello popolare. Non il Sud da cartolina o da festival letterario.

C’è poi un dettaglio che rende la polemica quasi comica. Per sempre sì non è nemmeno un prodotto della tradizione neomelodica pura: il brano è stato scritto da autori milanesi e romani che lavorano abitualmente con artisti del pop mainstream come Elodie o Sangiovanni.

Eppure, appena un cantante napoletano ha portato quella canzone sul palco di Sanremo, l’associazione mentale è partita come un riflesso condizionato: napoletano uguale camorra, napoletano uguale kitsch.

È un automatismo culturale che dice molto più sugli accusatori che sull’accusato.

Naturalmente non poteva mancare il contributo di certa critica militante, che ha letto nel testo segnali di patriarcato latente. Frasi come “Te lo prometto davanti a Dio” sono state interpretate quasi come un manifesto di oppressione.

Ora, permettetemi una piccola digressione da vecchio critico rock. Se cominciamo a setacciare la storia della musica con questo metro moralistico, dovremmo mettere al bando metà del repertorio dei The Rolling Stones e probabilmente internare preventivamente Mick Jagger.

Il fatto è che la musica popolare raramente è politicamente corretta. È sentimentale, contraddittoria, a volte ingenua. In altre parole: è umana.

Sal Da Vinci, dal canto suo, ha risposto con una frase che meriterebbe di essere incorniciata negli studi televisivi dove si fanno dibattiti culturali:

“Lo snob fa lo snob perché è in controtendenza. Poi magari scopri che canta la mia canzone quando gli altri non lo vedono.”

È un’osservazione di una precisione quasi perfetta. Lo snobismo musicale funziona esattamente così: si disprezza pubblicamente ciò che si consuma privatamente.

A questo punto la questione smette di essere musicale e diventa culturale. Perché quando la critica non attacca più la qualità di una canzone ma l’identità di chi la canta, il confine tra giudizio estetico e discriminazione diventa molto sottile.

L’avvocato di Sal Da Vinci ha parlato apertamente di “razzismo culturale”. Parola forte, certo. Ma non del tutto infondata.

Perché il neomelodico, piaccia o no, svolge una funzione che la cultura ufficiale ha smesso da tempo di svolgere: offre rappresentazione. Racconta vite che altrove non trovano spazio.

Per chi vive in certe periferie — e qui parlo di Napoli ma potremmo dire Palermo, Bari o alcune zone dell’hinterland romano — quella musica non è solo intrattenimento. È identità, appartenenza, persino consolazione.

Un sociologo direbbe che è una forma di narrazione comunitaria. Io, più modestamente, direi che è il modo in cui un popolo continua a raccontarsi quando nessuno ha più voglia di ascoltarlo.

Ecco perché il neomelodico è così difficile da sradicare. Non è una moda musicale: è un linguaggio emotivo.

Quando questo linguaggio irrompe sul palco più istituzionale della musica italiana, la reazione dell’élite è quasi sempre la stessa: un misto di imbarazzo e paternalismo. Come se il popolo avesse sbagliato gusto e qualcuno dovesse gentilmente correggerlo.

Il pubblico però, come spesso accade, non legge gli editoriali prima di votare. Ha ascoltato la canzone, l’ha riconosciuta come propria e l’ha premiata.

E forse proprio qui sta il paradosso più interessante di tutta la vicenda.

In un’epoca in cui ogni sottocultura viene rapidamente inglobata dal marketing globale, il neomelodico resta una delle poche forme musicali davvero indigene del nostro Paese. Non nasce nei laboratori delle major, non segue i trend di Spotify e non si preoccupa troppo dell’approvazione dei critici.

È locale, sentimentale, ostinatamente popolare.

In altre parole, possiede tutte le caratteristiche che una vera controcultura dovrebbe avere.

Solo che, invece di arrivare da Londra o Seattle, arriva dai vicoli di Napoli. E questa, per qualcuno, è ancora la cosa più difficile da digerire.

(Luigi Colzi)

Prompt:

Intro: Fino agli anni Ottanta, nelle borgate del Mezzogiorno esisteva un'egemonia culturale tutta meridionale: si seguiva più il festival della canzone napoletana che Sanremo. Cantanti come Mario Merola erano idoli capaci di riempire i cinema di periferia. Quando Merola portava in scena "Zappatore" e il pubblico scoppiava in lacrime, non piangeva per orgoglio di classe ma per qualcosa di più profondo: la consapevolezza della propria miseria e il desiderio che essa venisse riconosciuta come degna di considerazione. Quella scena rappresentava il mancato riconoscimento, la ferita più dolorosa per chi si sentiva invisibile.

parte 1: Oggi come allora, intellettuali e politica non hanno mai capito nulla delle periferie. Mentre Gramsci in carcere studiava i romanzi popolari per capire cosa bollisse nella testa delle masse, i contemporanei hanno perso completamente il contatto con quella popolazione in stato di abbandono.

parte 2: Questa distanza si è riproposta con la vittoria di Sal Da Vinci a Sanremo 2026. Il suo "Per sempre sì" ha scatenato reazioni violentissime da parte di certa intellighenzia, incapace di nascondere il proprio classismo. Aldo Cazzullo l'ha definita "la colonna sonora di un matrimonio della camorra", una canzone da Checco Zalone "per fare il verso a un certo Sud più melenso che melodico". Come se Sal Da Vinci non fosse abbastanza Sud, o fosse il Sud sbagliato, quello popolare da tenere a distanza. Il nome, tra l'altro, fa molto personaggio de I Soprano - strano che nessuno l'abbia rilevato.

parte 3: Ironia della sorte: la canzone non è nemmeno "napoletana pura" ma è stata scritta da un team di autori milanesi e romani che collezionano dischi di platino con Elodie e Sangiovanni. Eppure l'associazione mentale è scattata immediatamente: napoletano = camorra, napoletano = kitsch, napoletano = qualcosa di cui vergognarsi. Non sono mancate critiche femministe che hanno letto nel testo messaggi patriarcali, attaccando frasi come "Te lo prometto davanti a Dio" quasi fossero un incitamento implicito alla violenza.

parte 4: Sal Da Vinci ha risposto con eleganza: "Lo snob fa lo snob perché è in controtendenza. Poi, magari, scopri che canta la mia canzone quando gli altri non lo vedono. Perché l'amore è contagioso". Parole che sintetizzano perfettamente quel "mancato riconoscimento" di cui parlavo. Il suo avvocato ha minacciato azioni legali contro chi supera il confine della critica musicale per scivolare nella discriminazione culturale: prendere di mira Sal Da Vinci "non per la canzone, ma perché napoletano e rappresentante di una tradizione popolare che qualcuno considera inferiore" non è critica, è razzismo culturale.

parte 5: Forse è per questo che il neomelodico resta inestirpabile: per chi abita certe realtà, quella musica non è intrattenimento ma l'unico respiro, l'unica consolazione in un deserto sociale che nessuno sembra più disposto ad attraversare. Quando qualcuno prova a portare quel respiro sul palco più importante d'Italia, puntuale arriva la lezioncina di chi vorrebbe insegnare al popolo cosa deve amare. Il pubblico, però, ha scelto. E ha scelto "Per sempre sì" con il 22,2% dei voti, davanti a tutti.

parte 6: e dunque, il neomelodico è la vera, grande controcultura italiana. Autoctona e invisa a tutti!

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5, parte 6; esplora approfonditamente tutto quanto è emerso. Assumendo la personalità di Luigi Colzi, scrivi un articolo, usando un tono sarcastico e arguto. 

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