
Venerdì 13, Lugo di Romagna. Già qui, volendo, basterebbe chiudere il pezzo e andare a bere un Sangiovese, perché l’estetica del destino aveva fatto tutto da sola. Ma no: entra in scena un quattordicenne vestito da Jason Voorhees, maschera d’ordinanza e piccone di plastica — che è già, di per sé, una scelta stilistica interessante, una via romagnola allo slasher. Si piazza al Parco delle Lavandaie, si siede, osserva, e poi decide di inseguire un paio di mamme con bambini. Performance art involontaria, diciamo così.
E qui succede la cosa più prevedibile e insieme più straordinaria: il panico. Non una paura, non un soprassalto — panico pieno, rotondo, maturo. Scatta la liturgia contemporanea: qualcuno chiama i carabinieri, qualcuno urla, qualcuno probabilmente posta. Il ragazzino viene identificato, la famiglia interviene, e io voglio immaginarli mentre spiegano la scena con quella compostezza romagnola che sta sempre a metà tra la vergogna e la voglia di ridere. Intanto, la macchina narrativa si mette in moto: articoli, ipotesi di reato, tribunale dei minori evocato come se fossimo passati da un cosplay a un golpe. Tutto molto serio, tutto molto adulto, tutto molto sproporzionato.
La parte davvero inquietante, però, non è il mini-Jason — che anzi merita una menzione d’onore per coerenza iconografica — ma il coro sotto la notizia. Gli adulti. Quelli veri. Quelli con il mutuo e la macchina diesel. Una valanga di commenti grondanti indignazione, invocazioni di schiaffi pedagogici, punizioni esemplari, quasi che il problema non fosse un ragazzino che gioca con l’immaginario horror, ma un pericoloso sovversivo da neutralizzare. È qui che capisci che il vero slasher non è mai stato sullo schermo: è nella sezione commenti. È lì che si consuma la mattanza del senso del ridicolo, che dovrebbe essere materia obbligatoria almeno fino alla maturità.
Al diretto interessato, invece, va un messaggio molto semplice: hai tutta la mia stima. Non per aver spaventato due mamme — quello è folklore — ma per aver avuto l’istinto, quasi letterario, di incarnare un simbolo. In un mondo che produce copie sbiadite di tutto, tu hai scelto l’archetipo. La tua unica colpa è essere nato in un contesto che ha perso completamente il gusto per la finzione, per il gioco, per quella distanza ironica che separa la realtà dal suo racconto. Tienitelo stretto, quell’istinto. E quando tra qualche anno racconterai questa storia, ridi. Ridi molto. Perché sarà l’unica reazione sensata.
E poi, inevitabilmente, il campanilismo. Noi di Ravenna — città che ha seppellito imperi e metabolizzato secoli — guardiamo Lugo con quell’affetto venato di superiorità che si riserva ai cugini un po’ più ingenui. Sì, sono provinciali. Più di noi, almeno. Ma bisogna riconoscergli una cosa: per finire sui giornali hanno tirato fuori un mini-Jason. Non è poco. Da noi, invece, nemmeno quello. E allora viene il dubbio, quasi esistenziale: possibile che non abbiamo nemmeno un mostro locale, una creatura mitologica, un’icona pop da mandare al parco a terrorizzare le famiglie? Siamo diventati così raffinati da essere noiosi?
Forse la verità, banalissima e quindi insopportabile, è che abbiamo smesso di saper leggere le storie. Tutto viene preso alla lettera, tutto diventa minaccia, tutto va normalizzato o punito. Il ragazzino con la maschera non è più un ragazzino con la maschera: è un problema di ordine pubblico. E così facendo perdiamo l’unica cosa che rende tollerabile la convivenza sociale: la capacità di distinguere tra il reale e il teatrale, tra il pericolo e la rappresentazione del pericolo.
Nel frattempo, a Lugo, qualcuno ha vissuto per mezz’ora dentro un film — male interpretato, certo, ma pur sempre un film. E il resto del paese ha reagito come se fosse un telegiornale. Che, se ci pensi, è molto più spaventoso di qualsiasi Jason Voorhees con un piccone di plastica.
(Margherita Nanni)
Prompt:
Intro: Venerdì 13, in quel di Lugo (di Romagna), un ragazzino di 14 anni si traveste da Jason, con tanto di maschera e piccone (di plastica) e tra le 18 e le 18.30 se ne va al parco (delle Lavandaie). Si siede su una panchina e poi prende a inseguire un paio di mamme con bambini.
parte 1: Scatta il panico, il delirio, l'isteria, la psicosi, con intervento addirittura dei carabinieri per identificare il giovane. La famiglia capisce che si sta parlando del loro figlio e (spero e mi auguro con una risata sulle labbra) aiuta nell'identificazione. Articoli sui giornali, accuse di procurato allarme, intervento addirittura del tribunale dei minori.
parte 2: Ora. A parte l'ignoranza miope da mettersi le mani nei capelli per non aver capito che stava impersonando un personaggio di un film cult - e per questo lode al ragazzino - la cosa più spaventosa sono certi commenti in coda alla notizia riportata: adulti con la bava alla bocca che insultano e invocano schiaffi se non pene degne della cattura di un terrorista.
parte 3: Ragazzino: hai tutta la mia stima. La tua sfiga è solo dover crescere in un mondo ottuso e sempre più asfittico. Un giorno, fra qualche anno e fino alla tua età adulta, questo episodio farà parte dell'aneddotica che riguarderà la tua vita. Ridi, quando lo racconterai. Ridi perché sei intelligente.
parte 4: tutto questo mi porta al caro vecchio campanilismo - noi di Ravenna prendiamo sempre in giro quelli di Lugo perché sono provinciali, e lo sono, o meglio, lo sono più di noi. Solo che per finire sui giornali hanno bisogno del mini-Jason. Noi... ehi, e noi? Mica abbiamo quello vero! Che si fa?
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisci dove ritieni necessario.
assumendo la personalità di Margherita Nanni, scrivi un articolo brillante, divertente, colorito, senza moralismo, ma cogliendo il fascino dell'inverosimiglianza della vicenda.
Scopri di più da Le Argentee Teste D'Uovo
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.