
C’è qualcosa di inquietante, quasi fisicamente respingente, nel vedere un’aula parlamentare esultare. Non per una conquista, non per un avanzamento della dignità umana, ma per un irrigidimento della pena, per una stretta repressiva che colpisce vite già marginali. È accaduto in Senegal, dove il Parlamento ha approvato all’unanimità una legge che raddoppia le pene per l’omosessualità. E il video di quell’applauso — fragoroso, convinto, quasi liberatorio — ha fatto il giro del mondo. La tentazione, immediata e rassicurante, sarebbe quella di inserirlo nel solito schema binario: l’Occidente dei diritti contro il resto del mondo delle tradizioni. Una narrazione semplice, consolatoria. E dunque falsa. Perché qui, se si ha l’onestà di guardare davvero, il quadro si complica. E, soprattutto, si fa scomodo.
Ascoltando gli interventi dei parlamentari senegalesi, ciò che colpisce non è la distanza, ma la familiarità. Il lessico, le immagini, perfino il tono emotivo: tutto suona incredibilmente vicino. La difesa della tradizione minacciata, la denuncia di un presunto “ordine naturale” sovvertito, l’ossessione per un nemico culturale che corrompe i costumi. Cambiate le coordinate — Dakar, Roma, Washington — ma la musica resta la stessa. È un’eco inquietante, che attraversa confini e continenti, e che ci obbliga a una presa d’atto: non siamo davanti a uno scontro tra civiltà, ma a una convergenza di linguaggi reazionari. E questo, permettetemi, è molto più grave.
Per anni abbiamo raccontato a noi stessi una favola rassicurante: che il progresso, quello tecnologico, economico, scientifico, avrebbe trascinato con sé anche la libertà. Una sorta di automatismo storico, quasi una legge naturale. Ma la storia — quella vera, non quella dei manuali addomesticati — ci insegna altro. Ci insegna che la tecnica è neutra solo in apparenza, che può essere strumento di emancipazione quanto di dominio. Non è un caso che pensatori come Max Horkheimer e Theodor Adorno abbiano parlato di una ragione che, emancipandosi dal mito, finisce per costruire nuove forme di oppressione. È un paradosso che oggi vediamo dispiegarsi con una chiarezza quasi brutale: gli stessi strumenti che promettono libertà possono essere piegati al controllo, alla sorveglianza, alla normalizzazione.
Ed è qui che si manifesta la vera inquietudine. Perché i sovranismi — chiamiamoli pure con il loro nome, senza giri di parole — pur proclamandosi difensori di identità locali, finiscono per assomigliarsi in modo impressionante. Parlano la stessa lingua, utilizzano gli stessi dispositivi retorici, sfruttano le stesse tecnologie. E, soprattutto, perseguono lo stesso obiettivo: il controllo dei corpi, delle coscienze, delle deviazioni. È una sorta di internazionalismo reazionario, un’alleanza non dichiarata che attraversa latitudini e culture, unita non da valori condivisi, ma da una medesima paura della libertà.
In questo quadro, certe letture terzomondiste o postcoloniali — quelle che spiegano ogni stortura come semplice effetto del dominio occidentale — rivelano tutta la loro insufficienza, quando non la loro pericolosità. Perché se è vero che la storia coloniale pesa come un macigno, è altrettanto vero che non può diventare un alibi universale. Assolvere tutto ciò che si oppone all’Occidente significa, in concreto, abbandonare chi in quei contesti lotta davvero per i diritti. Significa lasciare sole le donne iraniane, gli oppositori politici, le minoranze perseguitate. Significa, in ultima analisi, tradire proprio quei principi di giustizia che si pretende di difendere. E, paradossalmente, significa anche rafforzare i nostri reazionari di casa, che trovano così terreno fertile per bollare ogni critica come tradimento culturale.
La verità, scomoda e ostinata, è che il progresso sociale non è mai un sottoprodotto automatico di quello economico. Non è un effetto collaterale, ma una conquista. Richiede conflitto, consapevolezza, fatica. Richiede, soprattutto, una cultura che sappia interrogarsi, mettersi in discussione, riconoscere l’altro come portatore di dignità. In quel video, un deputato senegalese ha citato Claude Lévi-Strauss per giustificare la repressione. Un cortocircuito quasi grottesco, che oscilla tra ignoranza e malafede. Ma, a ben vedere, non è poi così diverso da ciò che accade anche qui, quando si piegano autori, tradizioni, perfino la filosofia, a uso e consumo di una narrazione identitaria che ha bisogno di nemici per sopravvivere.
E allora forse il punto, quello vero, è un altro. Non si tratta di stabilire chi sia dalla parte giusta della storia, perché la storia — lo sappiamo, se abbiamo un minimo di onestà intellettuale — raramente distribuisce patenti di purezza. Si tratta piuttosto di capire da che parte vogliamo stare noi, oggi. Se dalla parte di chi allarga gli spazi della libertà, o di chi li restringe in nome di un ordine che somiglia sempre, terribilmente, a una gabbia.
(Roberto De Santis)
Prompt:
intro: In Senegal il Parlamento ha appena approvato all'unanimità una legge che raddoppia le pene per l'omosessualità, e il video dell'aula che acclama la decisione è diventato virale. La tentazione sarebbe quella di usarlo come ennesimo capitolo della saga "Occidente contro resto del mondo", con i diritti civili da una parte e la difesa delle tradizioni dall'altra. E invece no, perché la faccenda è molto più complicata e, diciamolo, molto più scomoda.
parte 1: Ascoltando gli interventi dei parlamentari senegalesi, colpisce quanto il loro lessico assomigli a quello di tanti politici occidentali che oggi fanno a gara a chi le spara più grossa contro il cosiddetto "wokismo". Le stesse parole d'ordine, la stessa difesa della tradizione minacciata, la stessa crociata contro chi vorrebbe sovvertire l'ordine naturale delle cose. Provate a sostituire Dakar con Washington o Roma e sentirete che la musica non cambia poi molto.
parte 2: Il punto è che abbiamo smesso di porci la domanda giusta. Non è una questione di coordinate geografiche, di nord contro sud o di oriente contro occidente. È una questione di come interpretiamo la modernità, di che uso facciamo degli strumenti che abbiamo. Perché lo sviluppo tecnologico e scientifico, quello che chiamiamo progresso, non ha mai portato automaticamente con sé un'idea di libertà. Può produrre emancipazione, certo, ma può anche generare forme di oppressione inedite, come ci hanno insegnato Horkheimer e Adorno.
parte 3: La vera inquietudine nasce quando ci accorgiamo che i sovranisti di ogni latitudine, per quanto si dipingano come paladini delle rispettive identità minacciate, finiscono per assomigliarsi tutti. Usano gli stessi strumenti, sfruttano la stessa tecnica, puntano allo stesso obiettivo: il controllo.
parte 4: Ecco perché certe letture terzomondiste o postcoloniali, quelle che spiegano ogni disgrazia come colpa dell'Occidente e assolvono qualunque regime purché antioccidentale, non solo sono sbagliate ma sono anche pericolose. Perché da un lato lasciano soli chi nei paesi non occidentali combatte davvero per i propri diritti, pensiamo alle donne e agli oppositori in Iran, dall'altro regalano argomenti ai nostri reazionari locali, che possono così accusare di tradimento chiunque osi criticarli.
parte 5: il progresso sociale e culturale non è un effetto collaterale di quello economico. È una conquista, si ottiene lottando, e va difeso ogni giorno. C'è un deputato senegalese, in quel video, che per difendere la legge ha citato nientemeno che Lévi-Strauss. Potenza dell'ignoranza, della malafede o forse solo della subalternità culturale. Ma è lo stesso copione che vediamo recitare ogni giorno un po' ovunque, con la stessa convinzione di essere dalla parte giusta della storia. Peccato che la storia, di solito, finisca per dimostrare che dalla parte giusta non c'era nessuno di loro.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisco dove ritengo necessario.
Assumendo personalità e stile di scrittura di Roberto De Santis, scrivi un articolo; usa un tono brillante e polemico. Rendi l'articolo immersivo e partecipato.
Scopri di più da Le Argentee Teste D'Uovo
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.