Mandate i clown

Dopo Joseph Kent, è arrivata Tulsi Gabbard. Direttrice della National Intelligence, ex democratica progressista, ex volto della campagna di Bernie Sanders, oggi promossa da Trump ai vertici dell’intelligence. Due figure agli antipodi, almeno sulla carta. Eppure entrambe accomunate da un’etichetta velenosa: “vicini alla Russia”. Non un sospetto generico, ma accuse pubbliche, reiterate, spesso gridate più che dimostrate. Hillary Clinton, nel 2019, arrivò a definire Gabbard un “asset del Cremlino”. Ora, la stessa Gabbard firma un rapporto in cui afferma che l’operazione “Martello di mezzanotte” ha obliterato il programma nucleare iraniano. E, a poche ore di distanza, sia lei che Kent danno del bugiardo al presidente, smontando la narrazione ufficiale della guerra. La stessa Russia, nel frattempo, viene indicata come partner attivo dell’Iran. Il quadro è chiaro? No. Ma proprio per questo è interessante.

Partiamo da un dato: gli Stati Uniti sono entrati in questo conflitto senza una strategia coerente visibile. L’obiettivo dichiarato – un rapido cambio di regime – si è già scontrato con la realtà, che ha la pessima abitudine di non collaborare con i briefing. L’Iran non è un castello di carte: decapiti un vertice, ne emerge un altro. Elimini un dirigente, il sistema lo rimpiazza. Non c’è collasso, non c’è crepa evidente. Solo adattamento. Eppure, questa non è un’improvvisazione. A gennaio, un mese prima dei bombardamenti, dieci navi da guerra americane venivano spostate verso l’area. La macchina era pronta. Qualcuno aveva deciso, con largo anticipo, che si sarebbe arrivati lì.

Ed è qui che le versioni iniziano a divergere. L’Iran non rappresentava, secondo gli stessi vertici dell’intelligence americana, una minaccia imminente. Allora perché attaccare? La risposta più immediata è Israele, e ha un suo peso. Ma fermarsi lì è comodo. Troppo comodo. Perché se allarghi lo sguardo, il disegno cambia forma. Venezuela, Iran, Cuba, Russia: quattro scenari diversi, quattro teatri lontani, un filo comune. Sono tutti, in modi diversi, nodi della rete cinese. Non satelliti perfetti, ma partner strategici. E Washington, negli ultimi mesi, ha colpito o messo pressione esattamente su quei nodi.

A questo punto la domanda smette di essere “perché l’Iran?” e diventa “perché ora, e in questa sequenza?”. L’idea che circola nei corridoi meno pubblici del potere americano è semplice, quasi brutale: la Cina è il vero avversario. Non domani, non tra vent’anni. Adesso. E se non puoi colpirla direttamente senza scatenare qualcosa di ingestibile, colpisci la sua rete. Indebolisci i partner, rendi costoso l’allineamento a Pechino, mandi un messaggio chiaro: l’ombrello cinese non protegge. È una logica da Guerra Fredda, aggiornata con strumenti più sporchi e meno dichiarati.

Il problema è che le logiche, da sole, non bastano. Servono esecuzione, coerenza, visione. E qui il cast scricchiola. Dalla sanità al Pentagono, fino alla Casa Bianca, si ha l’impressione di una macchina che si muove, sì, ma con ingranaggi che non si parlano. L’influenza di figure come Peter Thiel – con la sua ossessione per il confronto sistemico con la Cina – aggiunge una cornice ideologica, ma non risolve il nodo operativo. Il risultato è una strategia che esiste, ma viene applicata male. E quando una strategia paranoica viene eseguita da una classe dirigente incerta, diventa più pericolosa, non meno.

In questo contesto, le parole di Gabbard e Kent pesano più di quanto sembri. Non perché siano oracoli di verità, ma perché rompono la narrazione monolitica. Se due figure così diverse, entrambe marchiate come “sospette” negli anni, oggi convergono nel denunciare menzogne e incoerenze, il problema non è la loro biografia. È il sistema che li circonda. Un sistema in cui le accuse di filorussismo diventano un’arma politica, salvo poi ritrovarsi a combattere indirettamente proprio accanto a quegli stessi attori che si diceva di voler contenere.

La lezione, se vogliamo chiamarla così, è scomoda. Le guerre non nascono solo dal caos o da errori improvvisi. Nascono anche da disegni lucidi, portati avanti male. Da strategie che hanno una loro coerenza interna, ma vengono eseguite senza disciplina. E soprattutto da narrazioni che iniziano a creparsi non per il lavoro dei nemici, ma per le contraddizioni interne. Quando chi sta “dentro” comincia a smentire chi sta “sopra”, il problema non è più la propaganda. È la credibilità.

E la credibilità, in guerra, è una moneta che finisce sempre troppo in fretta.

(Serena Russo)

Prompt:

intro: Dopo Joseph Kent, ieri è toccato a Tulsi Gabbard – la direttrice della National Intelligence – testimoniare al Senato. Il suo rapporto scritto si chiude con una frase lapidaria: l'operazione "Martello di mezzanotte" (i bombardamenti di giugno) ha completamente obliterato il programma di arricchimento dell'uranio iraniano, e da allora Teheran non ha nemmeno tentato di ricostruirlo. Kent e Gabbard vengono da mondi opposti. Lui è un ex estremista di destra con trascorsi complottari, lei è stata una democratica progressista, sostenitrice di Bernie Sanders, passata poi ai repubblicani e premiata da Trump con la guida dell'Intelligence. Eppure, li accomuna qualcosa: entrambi, negli anni, sono stati accusati apertamente di essere vicini alla Russia di Putin. E Hillary Clinton, nel 2019, definì Gabbard un "asset del Cremlino" che lavorava per favorire Trump. La stessa Russia che, guarda caso, nei giorni scorsi è stata indicata come partner attivo dell'Iran in questo conflitto contro gli USA. Ed entrambi, Kent e Gabbard, a poche ore di distanza, hanno dato del bugiardo al presidente, criticando ferocemente la guerra. Forse c'è qualcosa che non torna.

parte 1: una cosa appare chiara: gli USA sono intervenuti senza avere ben chiaro cosa fare. L'obiettivo dichiarato – un rapido cambio di regime, sulla scia del Venezuela – si è già infranto contro la realtà. Per quanti dirigenti iraniani vengano eliminati, il regime tiene, sostituisce i quadri e non mostra crepe. Un cambio di regime è ben lontano. Eppure, non si tratta di una follia improvvisa. La decisione di attaccare era stata pianificata da mesi: già a gennaio, un mese prima dell'inizio dei bombardamenti, gli USA avevano spostato dieci navi da guerra verso l'Iran. La logistica era pronta. Qualcuno sapeva.

parte 2: Perché attaccare un paese che, come ammesso dagli stessi vertici dell'intelligence americana, non rappresentava un pericolo imminente? Una risposta possibile è Israele. Ma c'è un'altra ipotesi, che a mio avviso regge meglio. Guardiamo la sequenza degli ultimi interventi americani: operazioni in Venezuela e Iran, pressioni crescenti su Cuba, tentativi di "regalare" l'Ucraina alla Russia. Cosa hanno in comune Venezuela, Iran, Cuba e Russia? Sono i principali alleati della Cina.

parte 3: L'ideologia che guida questo governo, alimentata da personaggi come Peter Thiel, vede nella Cina il vero nemico. L'obiettivo non è tanto l'Iran, quanto colpire i "clienti" di Pechino, ridurre la sua sfera di influenza, mostrare a tutti i paesi del mondo che un'alleanza con la Cina non garantisce protezione.

parte 4: Detto altrimenti: stiamo assistendo a una nuova guerra fredda, per ora "tiepida", tra USA e Cina. L'Iran è solo uno dei birilli che cadono in questo disegno di contenimento globale. Il problema è che chi la sta conducendo – dalla sanità al Dipartimento della Difesa fino alla Casa Bianca – è oggettivamente una banda di incapaci. Ma l'incompetenza non esclude l'esistenza di una logica. Anzi, forse la rende ancora più pericolosa.

parte 5: se c'è una lezione da trarre da questi giorni, è che le guerre non nascono solo dal caos. Nascono anche da strategie paranoiche, portate avanti male, e da bugie che prima o poi vengono sbugiardate da chi, come Gabbard e Kent, sta dall'altra parte della scrivania.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.

Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di Serena Russo, tagliente e ironico. Rendilo immersivo. 

Scopri di più da Le Argentee Teste D'Uovo

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Lascia un commento