
Avete mai sentito parlare del ciclo OODA? No, non è l’ennesimo acronimo da convegno con buffet scarso e slide tremolanti. È una teoria militare nata dalla mente di John Boyd, colonnello dell’aeronautica americana, durante la guerra di Corea: osservare, orientarsi, decidere, agire. Quattro passaggi, un’idea brutale nella sua semplicità. In guerra non vince sempre chi ha più potenza di fuoco. Vince spesso chi riesce a pensare più in fretta dell’altro, a entrare nel suo sistema nervoso e a trasformarlo in una macchina di reazioni confuse. Il resto è contorno, compresi certi titoli trionfalistici che invecchiano peggio del latte al sole.
Ed è proprio qui che la teoria di Boyd torna utile per leggere ciò che accade tra Iran e Stati Uniti. Secondo l’analista Marty Manley, Teheran ha compreso una verità elementare, che a Washington continua a essere trattata come una sorpresa esotica: non serve avere la stessa potenza per rendere insostenibile l’azione del più forte. Basta costringerlo a spendere di più, a reagire di più, a inseguire di più. Droni economici, missili a corto raggio, sabotaggi a infrastrutture energetiche, attacchi mirati a nodi sensibili dell’economia globale: ogni mossa iraniana costa poco, ogni risposta americana costa una fortuna. E se il conto lo paga sempre l’altro, la strategia è già mezza vinta.
Il punto, allora, non è soltanto militare. È cognitivo. L’Iran non sta cercando di battere gli Stati Uniti nello scambio frontale, perché sarebbe una follia persino per i tempi nostri, che pure non brillano per sobrietà. Sta cercando di farli muovere dentro la propria agenda, di imporre il ritmo del conflitto, di allargare il fronte a macchia d’olio: petroliere nello Stretto di Hormuz, infrastrutture petrolifere nel Golfo, snodi energetici, rotte commerciali, punti di fragilità dell’economia internazionale. Ogni colpo americano genera una replica iraniana che cambia il quadro, sporca la lavagna, costringe Washington a ricominciare da capo. È la guerra come esercizio di logoramento mentale. E funzionerebbe persino meglio se a raccontarla non intervenissero sempre gli stessi profeti dell’azione risolutiva, quelli convinti che basti un bombardamento ben piazzato per riscrivere la storia. La storia, per dispetto, raramente collabora.
La strategia iniziale di Trump e Israele era limpida nella sua linearità quasi infantile: una pressione aerea schiacciante avrebbe dovuto spezzare il regime iraniano, o quantomeno spingerlo alla resa, o ancora meglio aprire la porta a un cambio di regime. Una catena logica da manuale, di quelle che sembrano convincenti finché non urtano contro la realtà, che ha la pessima abitudine di non leggere i piani di guerra. Non è successo. Il regime, anziché cedere, appare oggi più radicato e più bellicoso di prima. E il rapporto costi-benefici continua a ribaltarsi contro chi pensava di poter ottenere una resa politica con la superiorità tecnologica. Spoiler: i sistemi politici non sono bersagli da poligono.
Prendiamo il caso dei droni Shahed, ormai entrati nel catalogo della guerra contemporanea come il simbolo più sgradevole dell’asimmetria. Sono semplici, economici, prodotti con materiali poveri e tecnologia accessibile. Costano una frazione dei missili intercettori usati per abbatterli. In altre parole: il drone vale poco, l’intercettazione vale tantissimo. E nel mezzo ci sono il panico, il danno potenziale, l’interruzione delle rotte, l’aumento dei premi assicurativi, l’instabilità dei mercati energetici. È un capolavoro di economia distruttiva: spendere poco per costringere il nemico a spendere molto. Roba che non dovrebbe sorprendere nessuno, e invece continua a mandare in cortocircuito una parte consistente dell’establishment americano, sempre pronta a parlare di “deterrenza” come se fosse una parola magica e non una relazione fragile, reversibile, piena di falle.
Resta allora una domanda, la più scomoda di tutte: quali sono le vie d’uscita? Una, la più brutale e anche la più illusoria, sarebbe l’invio di truppe di terra per sequestrare le scorte di uranio arricchito iraniano. Peccato che si tratti di un’operazione colossale, con rischi enormi in termini di vite umane, escalation regionale e fallimento operativo. E, dettaglio non proprio marginale, nessuno sa con certezza dove quel materiale si trovi dopo i bombardamenti. L’altra strada sarebbe la diplomazia. Concetto affascinante, quasi vintage. Il problema è che Trump ha concesso alla diplomazia lo spazio che di solito si riserva a un soprammobile indesiderato, mentre l’Iran ha imparato da tempo a non fidarsi delle promesse americane. Quando la memoria storica è lunga e la fiducia è stata ridotta in polvere, sedersi al tavolo non è un gesto di pace: è un atto di diffidenza reciproca.
Così si arriva al paradosso finale: l’Iran continua a muoversi dentro il ciclo OODA di Trump, il presidente resta intrappolato in un conflitto che non riesce a chiudere, e il prezzo lo pagano tutti gli altri. I consumatori americani, per esempio, che vedono l’energia salire e la retorica scendere. L’illusione della guerra breve si scontra con la realtà della guerra lunga, quella fatta di costi invisibili, di reazioni a catena, di mercati nervosi e di leadership costrette a inseguire. La lezione è antica, ma ogni volta viene recitata come se fosse nuova: non sempre vince chi colpisce più forte. Spesso vince chi ha capito che, nel caos, la velocità nel generare problemi vale più della potenza di fuoco. E questa, piaccia o no, è una delle regole più scomode del mondo reale.
(Serena Russo)
Prompt:
intro: Avete mai sentito parlare del ciclo OODA? Durante la guerra di Corea, un colonnello dell'aeronautica americana di nome John Boyd elaborò questa teoria rivoluzionaria: in un conflitto, non vince chi ha più potenza di fuoco, ma chi completa più velocemente il ciclo di Osservare, Orientarsi, Decidere e Agire. Entrare nel ciclo dell'avversario significa distruggere la sua capacità di capire cosa sta succedendo, costringendolo a reagire in modo confuso e scoordinato.
parte 1: Oggi questa teoria spiega perfettamente cosa sta accadendo tra Iran e Stati Uniti. Secondo l'analista Marty Manley, l'Iran ha fatto proprio questo approccio. Non avendo la potenza di fuoco per competere direttamente con Washington, ha scelto di generare problemi economici e politici a un ritmo più veloce della capacità americana di gestirli. Droni economici, missili a corto raggio, attacchi alle infrastrutture petrolifere e persino ai data center: ogni azione iraniana costa pochissimo rispetto ai danni che provoca e alla risposta militare costosissima che richiede.
parte 2: Il risultato è che l'Iran è entrato nel ciclo decisionale di Trump. Mentre gli Stati Uniti e Israele bombardano, Teheran allarga la guerra in modo orizzontale, colpendo petroliere nello Stretto di Hormuz, infrastrutture energetiche dei paesi del Golfo e snodi vitali dell'economia globale. Ogni attacco americano viene seguito da una reazione iraniana che cambia le regole del gioco, e Washington si ritrova costantemente a rincorrere, a dover rispondere senza riuscire a prendere il controllo della situazione.
parte 3: La strategia iniziale di Trump e Israele era chiara: una potenza aerea schiacciante avrebbe piegato il regime iraniano, inducendolo alla resa o a un cambio di regime. Non è successo. Il regime appare oggi più radicato e bellicoso di prima. E il rapporto costi-benefici continua a pendere contro gli Stati Uniti. Un drone Shahed iraniano, fatto di polistirolo e con un motore da motocicletta, costa una frazione dei missili intercettori lanciati per abbatterlo, senza contare il caos economico che genera quando colpisce una petroliera o un impianto strategico.
parte 4: Quali sono le vie d'uscita? Una sarebbe l'invio di truppe di terra per sequestrare le scorte di uranio arricchito iraniano, sufficienti per diverse armi nucleari. Ma sarebbe un'operazione colossale, pericolosissima in termini di vite umane, e nessuno sa nemmeno con certezza dove quell'uranio sia custodito dopo i bombardamenti. L'altra strada sarebbe tornare al tavolo diplomatico. Peccato che Trump abbia concesso pochissimo spazio alla diplomazia prima di scegliere la guerra, e che l'Iran abbia imparato a non fidarsi delle promesse americane.
parte 5: Così, per il prossimo futuro, la situazione resta quella: l'Iran continua a muoversi all'interno del ciclo OODA di Trump, il presidente resta intrappolato in un conflitto che non riesce a chiudere, e i consumatori americani pagano il prezzo di un'energia alle stelle. È la vittoria di chi ha capito che, a volte, la velocità nel generare problemi vale più della potenza di fuoco.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.
Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di Serena Russo, tagliente e ironico. Rendilo immersivo.
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Secondo me il problema dell’attuale classe dirigente americana è Tom Cruise.
Sono cresciuti guardando Top Gun e a qualche livello sono ancora convinti che l’F-14 sia la macchina da guerra perfetta, e che le guerre si vincano mostrando il dito medio al Mig.
Proprio gli americani dovrebbero avere in mente, se non la guerra franco-prussiana, la guerra civile americana in cui i confederati, col poster di Napoleone in volo rovesciato in cameretta, combattevano con le cariche e prendevano un sacco di botte.
Sia come sia, a Pechino e Mosca stanno certamente stappando tutte le bottiglie migliori.
Il problema principale che rimane loro è il non avere più niente da stappare se due missilate ben assestate dovessero dare il colpo di grazia all’infrastruttura energetica, obbligando inevitabilmente l’Europa tutta a scegliere tra
1. morire di fame e freddo e
2. stralciare le sanzioni e comprare greggio siberiano, fertilizzanti dagli Urali e tecnologia cinese, voltando le spalle agli storici alleati e buttando l’Ucraina e 15 milioni di Uiguri sotto il proverbiale bus.
E attenzione: niente lo impedisce, oggi.
Più di vent’anni fa un uomo molto saggio e istruito che fumava sigari puzzolentissimi (ciao prof) mi disse che l’egemonia americana sarebbe finita non quando fosse finita la superiorità militare, industriale o economica americana, ma quando ne fosse finito il prestigio culturale, ovvero quando gli Stati Uniti non sarebbero più stati il faro del mondo libero.
Bene, per quanto mi riguarda ci siamo.
L’America è oggi sempre più simile a uno stato-canaglia governato da buffoni e oligarchi (sì, quelli che esistevano solo in Russia fino a ieri) che produce instabilità globale e minaccia a giorni alterni di invadere gli alleati.
E se anche il prossimo governo dovesse essere meno farsesco, ormai il filo è bruciato: nessuno si fida più di un Paese dove in tre-quattro anni si può insediare un governo del genere.
Direi che Pechino è già l’adulto nella stanza globale, che promette affidabilità e lungimiranza (dopotutto, 5.000 anni di esperienza nel gestire un impero con Stati clienti in tutto l’emisfero servono anche a questo) e produce il film di maggiore incasso del 2025.
I MAGA hanno accelerato il processo, che forse era inevitabile ma forse no, che ha reso China Great Again: in gran spolvero come non si vedeva da prima delle Guerre dell’Oppio.
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