
Ogni volta che sento definire qualcuno “il salvatore della musica”, mi viene spontaneo fare il gesto più antico e più inutile del mondo: cercare una pistola che non ho. È una piccola tragedia domestica, ma anche una forma di igiene mentale. Perché oggi, appena si alza il tasso di entusiasmo collettivo, conviene stare all’erta: spesso non sta arrivando una rivoluzione, ma soltanto l’ennesima confezione ben stampata di ribellione preconfezionata.
Con gli Angine de Poitrine, però, la faccenda merita un minimo di attenzione. Per una volta non siamo davanti al solito gruppo che viene dichiarato “geniale” da una stampa musicale che ha perso il vizio della competenza ma conserva quello dell’enfasi. Qui c’è qualcosa di più astuto: strumenti modificati, maschere di cartapesta, un concerto per KEXP esploso nei numeri, e soprattutto quella parola magica che ormai viene ripetuta con la stessa devozione con cui un tempo si recitavano certe formule esoteriche: microtonalità. Che detta così fa subito pensare a un seminario universitario, a un’altra facoltà dove nessuno ha mai dormito abbastanza, oppure a una conversazione tra persone che vogliono sembrare illuminate senza correre il rischio di dire qualcosa di verificabile.
La vera intelligenza, però, non sta tanto nella parola in sé, quanto nel modo in cui viene fatta circolare. Il termine non nasce dalla critica che, come sappiamo, in troppi casi è un cimitero di competenze mal conservate. Arriva dal materiale promozionale ufficiale, cioè dal luogo in cui oggi si fabbrica l’identità prima ancora della musica. Ed è qui che il gioco si fa interessante: se una definizione entra subito nel lessico condiviso, è perché funziona come password. Non descrive soltanto un suono; dice a chi ascolta: “tu sei dei nostri, tu capisci”. E nel presente, che di comunità fasulle vive più che di pane, questa è una moneta sonante.
Del resto, il trucco è antico come il commercio. Cambiano i vestiti, non i mestieri. Una volta si vendeva il mito del ribelle maledetto; oggi si vende l’idea dell’outsider tecnico, del duo che combatte la “musica finta” con una formula che sembra uscita da una brochure di conservatorio impazzita. È marketing? Sì. È consapevole? Forse no, e proprio per questo è ancora più efficace. L’algoritmo, si sa, non ama l’anonimato: premia ciò che polarizza, ciò che si riconosce al primo sguardo, ciò che può essere rilanciato in una clip da dodici secondi con un commento indignato o adorante. In questo senso gli Angine de Poitrine hanno capito l’aria del tempo meglio di tanti professionisti del settore: la nicchia non è un recinto, è un acceleratore. Più sei particolare, più puoi diventare virale. Più sembri inaccessibile, più il pubblico sente il bisogno di entrare nel club.
Naturalmente, questo non obbliga nessuno ad amarli. A me, per esempio, paiono una versione strumentale e un po’ gelida dei Primus, con la differenza che i Primus avevano almeno la faccia tosta di sembrare un incidente permanente, mentre qui tutto appare calibrato con la precisione di un laboratorio di branding. Ma il giudizio estetico è un’altra faccenda. Una cosa è dire “mi piacciono” o “mi annoiano”; un’altra è capire perché riescono a occupare così bene lo spazio simbolico che si sono ritagliati. E lì bisogna ammetterlo: hanno costruito un personaggio contemporaneo con una lucidità quasi spietata. Se poi l’operazione sia voluta o avvenuta per una felice coincidenza tra istinto e contesto, poco cambia. Il risultato è lo stesso: una piccola mitologia pronta all’uso.
Il punto, però, si fa più serio quando si parla davvero di microtonalità. Qui conviene sbarazzarsi della retorica da club e fare un passo indietro. Perché le musiche afroamericane — jazz, blues, soul, e una quantità di loro discendenze — possono essere considerate microtonali non nel senso scolastico e astratto del termine, ma in quello vivo, corporeo, espressivo. La nota, in queste tradizioni, non è una casella da compilare. È un gesto. È un campo di tensioni. È qualcosa che si piega, si allunga, si sporca, si gratta, si sospende. E questa non è una curiosità tecnica: è una visione del mondo.
Nella tradizione occidentale temperata, quella del pianoforte ben accordato e della nota che deve stare al suo posto, l’altezza è una destinazione. Nelle pratiche afroamericane, invece, l’altezza è spesso un percorso. La voce, la chitarra elettrica, gli ottoni: strumenti che non si limitano a produrre suoni, ma li abitano. Lì dentro il microintervallo non è un vezzo da laboratorio, ma un modo per dare forma al dolore, al desiderio, alla nostalgia, alla sfida. Il famoso cry, il moan, lo scream della tradizione vocale africana non sono semplici effetti ornamentali: sono la sostanza stessa di quel linguaggio. E quando passano dalla voce allo strumento, non perdono forza; la cambiano di corpo.
Prendiamo Ray Charles. In “Hit the Road Jack”, quel modo di far scivolare la parola, di portarla appena fuori asse, di tenderla verso un’altezza che il pianoforte non potrà mai riprodurre con la sua geometria implacabile, non è un dettaglio: è drammaturgia pura. Il pianoforte è lì, corretto, civile, educato. La voce invece scompiglia tutto. E in quello scarto c’è il brivido, c’è il teatro, c’è la vita che resiste alla griglia. Altro che “effetto” o “colore”: lì c’è una poetica.
E B.B. King? Il suo bending è forse una delle forme più eloquenti di microtonalità pragmatica che il Novecento abbia prodotto senza sentirsi obbligato a scrivere un trattato. La corda non viene semplicemente premuta: viene portata altrove, tirata verso una nota che non esiste mai del tutto, ma che proprio per questo commuove. In “The Thrill Is Gone” la malinconia non è solo nel testo o nell’interpretazione: è nel modo in cui la chitarra sfiora e attraversa i microintervalli come chi guarda una città dalla finestra del treno sapendo che non ci tornerà più. Ecco la grandezza: la tecnica non viene mostrata, viene consumata dall’emozione. Nessun feticismo, nessuna ostentazione da manuale. Solo espressività resa carne.
Questo distingue una microtonalità vissuta da una microtonalità proclamata. La prima nasce dalla pratica, dalla trasmissione orale, dall’orecchio allenato all’ambiguità fertile delle note. La seconda nasce spesso dalla volontà di apparire profondi, innovativi, inclassificabili. E qui non sto dicendo che gli Angine de Poitrine siano finti. Sto dicendo qualcosa di più interessante: che hanno capito come il presente trasformi la differenza in valore di mercato, e il lessico tecnico in marchio di appartenenza. È un’operazione brillante, forse persino necessaria. Ma non confondiamo l’ingegneria del riconoscimento con la sostanza musicale.
A margine, giusto per complicare la narrazione a chi ama le etichette più della musica: anche “Good in Bed” di Dua Lipa presenta leggere inflessioni microtonali nella linea vocale. Nulla di programmatico, sia chiaro — non c’è manifesto, non c’è teoria, non c’è club esclusivo — ma proprio per questo il dato è interessante. Significa che certi scarti dall’intonazione “perfetta” non sono proprietà privata dell’avanguardia autoproclamata, bensì parte integrante del linguaggio espressivo contemporaneo, anche nel pop più levigato. Il che, se vogliamo, ridimensiona parecchio l’idea che basti pronunciare una parola difficile per fondare una rivoluzione.
Perché alla fine la domanda è sempre la stessa, vecchia come il rock e come le sue mummie: cosa resta quando si spegne il contorno? Se resta una musica capace di dire qualcosa senza chiedere il permesso agli algoritmi, bene. Se resta soltanto un’identità ben impacchettata, allora siamo nel territorio del costume. E il costume, si sa, può anche essere affascinante. Ma non ha mai salvato nessuno.
Ray Charles e B.B. King, naturalmente, non sono “musica seria” per chi si inginocchia davanti all’ultima etichetta ben confezionata. Poco male. Li ascolteremo noi, con calma, mentre gli altri continuano a confondere l’innovazione con la didascalia. In fondo il rock, il blues e il soul non hanno mai chiesto di essere venerati: bastava ascoltarli davvero. Ed è proprio per questo che, ogni tanto, fanno ancora paura.
(Luigi Colzi)
Prompt:
Intro: ogni volta che leggo la definizione di "salvatore/i della musica" porto la mano alla pistola. Poi mi rendo conto che non ne ho, e allora mi consolo riascoltando Chuck Berry. Fuor di metafora, Mi capita spesso di ascoltare un gruppo di cui tutti parlano e ritrovarmi a pensare "ma davvero?" Con gli Angine de Poitrine è successo qualcosa di interessante. Sì, il loro concerto per KEXP è esploso, sì, fanno un certo rumore con strumenti modificati e maschere di cartapesta, e sì, tutti ripetono ossessivamente la parola "microtonalità". Ma più ci penso, più mi convinco che non sia una questione tecnica, quanto una mossa di costruzione identitaria perfettamente calibrata per i tempi che viviamo. Il termine non arriva dalla stampa specializzata — ho passato quasi cinquant'anni in quel mondo e so benissimo quanta poca competenza ci circoli — ma direttamente dal loro materiale promozionale ufficiale. Se lo ripetono tutti è perché glielo hanno fornito loro stessi, ben confezionato nel press kit, come una password per entrare in un club esclusivo.
parte 1: qui sta la vera astuzia. In un'epoca in cui gli algoritmi premiano ciò che è polarizzante, riconoscibile e facilmente condivisibile, presentarsi come il duo microtonale che fa a guerra alla "musica finta" è un'operazione di marketing geniale, anche se probabilmente nemmeno voluta in questi termini. Non importa se chi usa la parola "microtonalità" sappia davvero cosa significhi — importa che suoni seria, importa che crei dibattito, importa che faccia sentire chi la ripete come qualcuno che "capisce" qualcosa che gli altri non capiscono. È una chiamata alle armi soft, una costruzione di comunità basata sull'illusione (o sulla realtà) di appartenere a qualcosa di autentico e non omologato.
parte 2: La cosa più divertente è che funziona. Il video KEXP ha milioni di visualizzazioni, i concerti sold out, e intanto la stampa continua a ripetere il termine tecnico senza mai interrogarsi troppo sul suo significato. Ma non serve, perché il meccanismo è già in moto. Gli Angine de Poitrine hanno capito che nell'era dei social la nicchia non è un limite, è il motore della viralità. E tu, se ti capita di ascoltarli, puoi anche trovarli noiosi — come è successo a me, li trovo una versione strumentale e un po' fredda dei Primus — ma non puoi dire che non abbiano capito come si costruisce un personaggio oggi.
parte 3: adesso, una piccola digressione. Le musiche afroamericane come jazz, blues e soul possono essere considerate implicitamente microtonali non perché adottino un sistema teorico alternativo, ma perché nella pratica esecutiva l'altezza delle note non è mai un punto fisso. A differenza della tradizione occidentale classica, dove la nota è una destinazione precisa da centrare secondo il temperamento equabile, in queste tradizioni la nota viene costantemente modulata, piegata e fatta oscillare. Questa flessibilità è resa possibile dall'uso di strumenti a intonazione continua come la voce, la chitarra elettrica e gli ottoni, che permettono di esplorare gli intervalli compresi tra le dodici note fisse del pianoforte.
parte 4: Questa microtonalità non è mai fine a se stessa, ma è al servizio dell'espressività: serve a ricreare il "cry", il "moan" e lo "scream" tipici della tradizione vocale africana, trasferiti poi sugli strumenti attraverso tecniche come il bending della corda sulla chitarra o il controllo dell'embouchure sul sassofono. Si tratta quindi di una microtonalità pragmatica, che emerge direttamente dalla pratica esecutiva e dalla trasmissione orale, senza essere codificata in trattati teorici o notazioni specifiche. Essa si oppone alla microtonalità sistemica delle tradizioni mediorientali o indiane, fondata su scale alternative rigidamente definite, così come alla microtonalità sperimentale della musica colta occidentale. Nella musica afroamericana la microtonalità è invece un gesto fisico e vocale, incorporato nello strumento e subordinato all'intensità emotiva del discorso musicale.
parte 5: Un esempio universalmente noto è il celebre brano Hit the Road Jack di Ray Charles, dove la voce femminile delle Raelettes sulla parola "no more" scivola verso l'alto di un quarto di tono creando una tensione che il pianoforte, vincolato al temperamento equabile, non può produrre. Allo stesso modo, nel blues di B.B. King come The Thrill Is Gone, il bending della corda della chitarra elettrica permette di attraversare lentamente i microintervalli, trasformando il gesto tecnico in un'espressione di nostalgia e sofferenza. In entrambi i casi, la microtonalità non è un ornamento accessorio, ma il cuore stesso dell'identità stilistica e della forza comunicativa della musica. E comunque ne ha fatto uso, per esempio, persino Dua Lipa nella sua hit "Good In Bed".
parte 6: naturalmente, Ray Charles e BB King non possono essere "musica seria" per chi stravede per gli Angine de Poitrine. Voi annuite e lasciateli nel loro brodo.
Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5, parte 6; esplora approfonditamente tutto quanto è emerso. Assumendo la personalità di Luigi Colzi, scrivi un articolo, usando un tono sarcastico e arguto.
Scopri di più da Le Argentee Teste D'Uovo
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.