MAGA di casa nostra (già)

C’è un vizio che torna sempre utile quando si vuole rendere presentabile l’inaccettabile: cambiare etichetta al contenuto e sperare che il pubblico, distratto dalla confezione, non se ne accorga. Così anche i cosiddetti “MAGA di casa nostra” hanno imparato il mestiere. Non si limitano a fare l’occhiolino a Donald Trump, con quell’aria da fan club transatlantico un po’ provinciale e un po’ compiaciuta. In Europa, la loro parola magica è un’altra, molto più insidiosa: “remigrazione”.

La definizione, detta così, sembra quasi un tecnicismo da burocrate con il fiato corto. In realtà, dietro questo termine si nasconde un’idea assai meno neutra di quanto vorrebbero far credere i suoi promotori. Non si parla soltanto di rimpatriare chi è in Europa senza documenti. Il progetto, per i settori più radicali che si alimentano della teoria del complotto della “Grande Sostituzione”, va ben oltre: prevede l’espulsione forzata anche di cittadini naturalizzati, dunque persone con passaporto europeo, se considerate insufficientemente “assimilate”. È il classico momento in cui la parola ordine comincia a somigliare molto alla parola paura.

Il precedente che ha fatto più rumore, almeno in Germania, è la riunione privata di Potsdam del 2023, diventata un caso proprio perché ha mostrato, senza troppi veli, fino a che punto certi ambienti siano disposti a spingersi. L’idea discussa lì era quella di deportazioni di massa di persone di origine straniera, e non c’è bisogno di particolari doti profetiche per capire perché abbia scosso l’opinione pubblica tedesca. Quando l’estremismo smette di restare nei margini e prova a bussare alla porta del linguaggio istituzionale, il campanello non suona mai per caso.

Una rete che non è affatto improvvisata

Sarebbe comodo pensare a questi movimenti come a una somma di solitudini, una folla di scontenti che urla ognuno dal proprio balcone. La realtà è molto più organizzata. Partiti come Fratelli d’Italia, oggi al governo in Italia, la Lega, l’AfD in Germania, il Rassemblement National in Francia o Reform UK di Nigel Farage nel Regno Unito, si muovono con sfumature diverse, certo, ma dentro un orizzonte comune che ha come parola d’ordine la difesa dell’identità europea contro il nemico esterno, interno o semplicemente immaginato.

Non si tratta solo di affinità ideologica. Esistono contatti, think tank, summit, relazioni stabili, reti di consulenza e di propaganda che lavorano con pazienza quasi industriale per rendere normale ciò che fino a poco tempo fa sarebbe apparso inammissibile. Anche il vertice di Gallarate del maggio 2025, secondo le cronache, ha mostrato quanto questo mondo sia capace di coordinarsi, parlarsi e soprattutto presentarsi come forza di governo, non come folclore del rancore. E questa è la parte più interessante, oltre che la più inquietante: non stanno più soltanto spingendo la destra verso destra. Stanno provando a spostare il baricentro dell’intero discorso pubblico europeo.

Strasburgo e la caduta di un argine

Il passaggio più eloquente di questa evoluzione è arrivato al Parlamento Europeo. Il 26 marzo 2026 l’Aula di Strasburgo ha approvato la nuova stretta sui rimpatri con 389 voti a favore, 206 contrari e 32 astensioni. Il dato politico, però, vale più del dato numerico. A sostenere il testo è stata un’alleanza che fino a ieri sarebbe stata raccontata come impossibile o, quantomeno, imbarazzante: il Partito Popolare Europeo di Manfred Weber da una parte, e dall’altra le tre anime della destra radicale, cioè i Conservatori e Riformisti di Fratelli d’Italia, i Patrioti per l’Europa della Lega e di Marine Le Pen, e il gruppo più estremo di AfD, l’ESN.

La vera notizia non è solo che il testo sia passato. È che il famoso “cordon sanitaire”, quel recinto che per anni ha isolato l’estrema destra, è stato superato proprio su uno dei temi più delicati in assoluto: migrazione, espulsioni, controllo dei confini. Un po’ come se, per risolvere l’incendio, si fosse deciso di consegnare anche i fiammiferi a chi teneva la tanica.

Un regolamento duro, molto duro

Il testo approvato è stato ribattezzato dalle opposizioni “regolamento deportazioni”, e il soprannome non è certo un capriccio retorico. Le misure previste sono severe. Chi riceve un ordine di espulsione viene obbligato a collaborare attivamente, pena la detenzione fino a 24 mesi. Si introducono norme più rigide per chi è considerato un rischio per la sicurezza e, soprattutto, si apre la strada ai cosiddetti “return hubs”: centri di detenzione e rimpatrio collocati in Paesi terzi extra UE, secondo una logica di esternalizzazione che ormai è diventata la versione amministrativa del vecchio “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”.

Ed è qui che l’Europa mostra la sua solita, raffinata inclinazione al paradosso. Per anni ha costruito un discorso pubblico fondato su diritti, inclusione, tutela della persona. Poi, di fronte all’ansia di “contenere” il fenomeno migratorio, ha cominciato a spostare il problema fuori dal campo visivo, un po’ come si fa con un mobile che ingombra il salotto: non lo risolvi, lo trasferisci in cantina.

Le reazioni sono state immediate. Cecilia Strada, del PD, ha attaccato duramente il voto ricordando l’assurdità di una destra che si proclama difensora della famiglia e dei bambini mentre sostiene norme che possono portare in carcere fino a due anni famiglie, minori e minori non accompagnati. Amnesty International ha parlato di politiche “dannose, escludenti e spietate”. Dall’altra parte, invece, c’è chi ha festeggiato. Susanna Ceccardi ha rivendicato che la linea del governo Meloni è diventata la linea europea. Nicola Procaccini ha salutato con soddisfazione un sistema “più efficace e più severo”. Ecco, efficace e severo sono spesso le due parole preferite da chi cerca di rendere presentabile una cattiva idea.

Trump, i dazi e la realtà che non legge i manifesti

C’è poi un altro dettaglio, non secondario, che merita di essere osservato senza indulgenza. I leader europei più vicini a Donald Trump, da Giorgia Meloni in giù, si trovano ora a gestire gli effetti concreti delle politiche del loro idolo d’oltreoceano. I dazi e il protezionismo americano, ad esempio, rischiano di colpire duramente economie come quella italiana, fortemente esportatrici.

Ed ecco il piccolo capolavoro della politica contemporanea: i sovranisti che per anni hanno predicato contro il libero mercato si ritrovano a difendere il commercio globale perché il loro alleato americano ha deciso di alzare barriere. È la prova, piuttosto evidente, che l’ideologia, quando incontra gli interessi materiali di un Paese, si scioglie più in fretta di un gelato lasciato al sole di luglio. Il patriottismo, in questi casi, viene sempre dopo il conto da pagare.

Dall’Europa ai confini esterni, il passo è già stato fatto

La parte più preoccupante, però, è che queste idee non restano sulla carta. L’Italia ha già aperto centri per migranti in Albania. Olanda, Grecia e Danimarca stanno discutendo con l’Uganda per costruire hub di rimpatrio fuori dall’Europa. Il meccanismo è sempre lo stesso: esternalizzare le espulsioni, spostare il confine dei diritti, rendere meno visibile il costo umano di certe scelte.

E quel costo umano non è un accessorio. Riguarda le vite di chi viene rinchiuso, separato, espulso, ma riguarda anche le società europee nel loro complesso. Perché il dibattito sui migranti finisce sempre per diventare, in modo più o meno esplicito, un dibattito su chi ha diritto di essere considerato “di qui”. Ed è qui che la faccenda smette di essere solo amministrativa e diventa civilissima, nel senso più serio del termine: riguarda il tipo di Paese, e di continente, che si vuole costruire.

C’è anche un aspetto economico che molti preferiscono ignorare con una leggerezza quasi commovente. Settori come sanità, agricoltura, assistenza e lavoro stagionale dipendono già oggi, in molti Paesi europei, da una manodopera che viene spesso descritta come problema proprio da chi, domani mattina, non saprebbe come riempire i turni. E poi c’è il rischio, tutt’altro che teorico, che la propaganda dell’autoctonia produca un clima in cui cittadini europei di colore o di fede musulmana si trovino guardati con sospetto, fermati, selezionati, giudicati “non abbastanza” per il solo fatto di non corrispondere a un’idea caricaturale di appartenenza.

Il vecchio romanzo dell’intolleranza, con un lessico aggiornato

Sinclair Lewis, con il suo celebre It Can’t Happen Here, aveva già raccontato il pericolo di chi si illude che certe derive accadano sempre altrove, in altri tempi, ad altri popoli, magari a nazioni un po’ meno civili della nostra. E invece il punto è proprio questo. Non c’è nulla di esotico nel ritorno di idee autoritarie mascherate da realismo, sicurezza o buonsenso. Sono profondamente europee, purtroppo. E molto spesso si presentano con il volto ordinato di chi dice di voler solo “mettere ordine”.

La storia, quando si ripete, non lo fa mai in costume d’epoca. Cambia lessico, aggiorna i suoi slogan, si sistema la giacca e prova a sembrare ragionevole. Ma la sostanza resta lì, ostinata e poco elegante: dividere, selezionare, espellere. E convincere il pubblico che si tratti di un semplice problema di gestione.

Purtroppo, la vera modernità di questa stagione è tutta qui. Nel riuscire a far passare per normale ciò che, fino a ieri, avremmo chiamato con il suo nome più scomodo.

(Luisa Bianchi)

Prompt:

Intro: Avete mai sentito parlare dei cosiddetti "MAGA di casa nostra"? Non è solo un'etichetta simpatica per chi ammicca a Donald Trump. In Europa, questo fenomeno sta prendendo forma con un'idea precisa e sempre più centrale: la "remigrazione". Non stiamo parlando semplicemente di rimpatriare chi è in Italia o in Germania senza documenti. L'obiettivo, per gli attivisti più radicali che si ispirano alla teoria del complotto del "Grande Sostituzione", è molto più ampio e inquietante: espellere forzatamente anche cittadini naturalizzati, persone cioè con passaporto europeo, se considerate "non assimilate". Il piano emerso da una riunione segreta a Potsdam nel 2023, che ha scioccato la Germania, è stato proprio questo: deportazioni di massa di chi ha origini straniere.

parte 1: Non stiamo parlando di un gruppo marginale. Partiti come Fratelli d'Italia (al governo) e la Lega in Italia, l'AfD in Germania, il Rassemblement National in Francia o Reform UK di Nigel Farage nel Regno Unito stanno tutti, in modi e misure diverse, cavalcando quest'onda. Alcuni sono all'opposizione, altri governano. Ma tutti condividono una rete fittissima di contatti, think tank e summit (come quello tenutosi a Gallarate nel maggio 2025) per coordinarsi e normalizzare l'idea che si debba "difendere l'identità europea" con misure sempre più dure. È un movimento organizzato che sta spostando il baricentro della politica europea verso destra.

parte 2: Ed è proprio al Parlamento Europeo che questa alleanza sta mostrando i suoi effetti più concreti. Il 26 marzo 2026, l'Aula di Strasburgo ha approvato la nuova stretta sui rimpatri con 389 voti a favore, 206 contrari e 32 astensioni . A rendere il voto storico non è solo il merito, ma il come è stato raggiunto: la maggioranza è venuta dall'alleanza tra il Partito Popolare Europeo (PPE) di Manfred Weber e le tre anime della destra radicale - i Conservatori e Riformisti (ECR) di Fratelli d'Italia, i Patrioti per l'Europa (PfE) della Lega e di Marine Le Pen, e il gruppo più estremo di AfD (ESN) . Di fatto, la cosiddetta "cordon sanitaire" che per anni ha isolato l'estrema destra è caduta su uno dei temi più sensibili.

parte 3: Cosa prevede questo "regolamento deportazioni", come lo hanno ribattezzato le opposizioni? Il testo è molto duro: chi riceve un ordine di espulsione è obbligato a collaborare attivamente, pena la detenzione fino a 24 mesi . Vengono introdotte norme più severe per chi è considerato un rischio per la sicurezza e, cosa più controversa, si aprono le porte ai cosiddetti "return hubs": centri di detenzione e rimpatrio situati in Paesi terzi extra UE, sul modello dell'accordo Italia-Albania . Le critiche delle opposizioni sono state durissime. Cecilia Strada (PD) ha attaccato: "La destra italiana, quella che dice di difendere la famiglia e i bambini, oggi ha votato per mettere in galera fino a due anni le famiglie con i bambini e i minori non accompagnati" . Amnesty International ha parlato di "politiche dannose, escludenti e spietate" . Dall'altra parte, invece, esultano. Susanna Ceccardi (Lega) rivendica che "la linea del governo Meloni è diventata la linea europea" , mentre Nicola Procaccini (FdI) sottolinea la soddisfazione per un sistema "più efficace e più severo" .

parte 4: Il paradosso, però, resta evidente. Proprio i leader europei che più si dichiarano amici di Trump, come Giorgia Meloni, si trovano oggi a dover gestire gli effetti delle sue politiche. I dazi e il protezionismo americano, ad esempio, rischiano di fare male alle nostre economie fortemente esportatrici. Così, i "sovranisti" che per anni hanno criticato il libero mercato si ritrovano a difendere il commercio globale contro le barriere del loro stesso alleato. Questo dimostra che l'ideologia, quando si scontra con gli interessi concreti di un paese come l'Italia, può creare contraddizioni difficili da gestire.

parte 5: L'aspetto più concreto e preoccupante, però, è che queste idee stanno diventando realtà. L'Italia ha già aperto centri per migranti in Albania. Olanda, Grecia e Danimarca stanno trattando con l'Uganda per costruire hub di rimpatrio fuori dall'Europa. Si esternalizzano le espulsioni, si sposta il confine dei diritti. Il costo di queste politiche, umano prima ancora che economico (si parla di cifre astronomiche), rischia di essere altissimo: dalla perdita di lavoratori essenziali (sanità, agricoltura) alla creazione di una società in cui cittadini europei di colore o musulmani potrebbero essere fermati per strada perché "non sembrano abbastanza autoctoni". La questione è complessa, ma vale la pena conoscerla e discuterne con dati alla mano. Voi cosa ne pensate?

parte 6: "It can't happen here" era il titolo di un brillante libro di Sinclair Lewis, uscito ormai cento anni fa. Il tempo gli ha dato ragione. Purtroppo.


Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5, parte 6; approfondisci dove ritieni necessario. Con tono particolarmente pungente e divertito. Assumendo personalità, background e stile di scrittura di Luisa Bianchi, scrivi un approfondito articolo. Usa il suo tono ironico e leggero, col giusto umorismo. 

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