
Per decenni ci siamo raccontati una favola utile. Comoda. Quasi elegante. L’idea che il Presidente degli Stati Uniti, in fondo, conti fino a un certo punto. Che la macchina americana sia troppo grande, troppo stratificata, troppo piena di pesi e contrappesi per lasciarsi davvero piegare da un uomo solo. Conta la storia, conta la posizione geografica, contano gli apparati, conta il complesso militare-industriale, contano i generali, contano i diplomatici, contano i dossier che si accumulano sulle scrivanie prima ancora che il presidente apra bocca. Tutto vero. Eppure poi arriva Trump e scassina l’armadio. Non con un piano. Non con una visione. Con il caos. Che è una forma di potere molto più sottovalutata di quanto meriti.
La sua forza non sta nell’ordine, ma nella disarticolazione. Generali a quattro stelle? Li rimuove. Diplomatici di carriera? Li aggira. Architetture consolidate? Le considera una seccatura. Meglio la corte personale, meglio i fedelissimi, meglio la diplomazia parallela affidata a figure che sembrano uscite da un consiglio di amministrazione più che da una strategia estera: Steve Witkoff, Jared Kushner, e tutto quel sottobosco di lealtà private che sostituisce la competenza pubblica. La NATO? Da alleanza a bersaglio retorico. L’America isolazionista? Una barzelletta. Perché l’isolazionismo, quando serve alla scenografia, viene evocato; quando serve l’attenzione, ecco riemergere minacce a Groenlandia, Canada, Venezuela, Iran, Cuba. Un impero che finge di ritirarsi dal mondo mentre continua a agitare il bastone. Non è una dottrina. È un riflesso.
Ed è qui che la scena diventa quasi grottesca. Mentre il mondo guarda alla missione Artemis II come a un’impresa simbolica e tecnologica di portata storica, qualcosa che qualsiasi presidente trasformerebbe in un racconto nazionale, Trump non riesce a fare nemmeno questo con coerenza. Due messaggi su Truth, forse tre, mentre il resto sono ultimatum, ossessioni, sondaggi su se stesso, minacce, conti aperti con nemici veri e immaginari. È come se non riuscisse a stare fermo su un oggetto che non sia il proprio riflesso. La conquista dello spazio, per lui, non è una frontiera. È un’interruzione del programma narcisistico. E allora va via, subito, verso ciò che conosce meglio: il rumore.
Morale? La storia conta, certo. Le strutture contano. I vincoli contano. Ma la politica conta eccome. Le elezioni contano. E i presidenti, sorpresa delle sorprese, contano. Non come figure decorative dentro un sistema che si autoregola da solo. Contano perché possono accelerare, sabotare, distorcere, irrigidire, umiliare, improvvisare. Anne Applebaum, su The Atlantic, lo ha detto con chiarezza: per mesi gli analisti hanno cercato una strategia in Trump. Hanno scandagliato il sottotesto, l’interesse nascosto, la trama segreta. Hanno parlato di isolazionismo, di imperialismo, di calcolo, di interessi occulti. Ma forse la risposta è più semplice e più inquietante: non c’è una strategia. C’è un sistema nervoso scoperto. C’è una personalità che reagisce al mondo come un adolescente al quale abbiano tolto il telefono.
Ed eccoci alla parte che disturba davvero. Il rasoio di Hanlon, quel principio che invita a non attribuire alla malizia ciò che si spiega con la stupidità, è una bussola utilissima finché si parla di errori umani ordinari. Ma qui l’errore non è ordinario. Trump non è soltanto uno che fa male agli altri. È uno che fa male anche a sé stesso, spesso contemporaneamente. E questa è una forma di irresponsabilità politica che supera la cattiveria organizzata. Il bandito, almeno, sa dove va a parare. Il bandito è razionale nel proprio cinismo. Sa scegliere il bersaglio, sa misurare il prezzo, sa dosare il danno. Lo riconosci. Lo studi. Lo contieni. Lo stupido, invece, non si contiene con la logica perché non la usa. È imprevedibile non per raffinatezza, ma per mancanza di autocoscienza. Si avventa, sbaglia, corregge male, raddoppia l’errore e poi lo rivende come vittoria. Un talento quasi artistico nella produzione del disastro.
Putin, piaccia o no dirlo, è un bandito. È spietato, ma leggibile. Ha obiettivi, tempi, strumenti. Puoi avversarlo perché sai cosa vuole. Puoi prepararti. Puoi costruire barriere, alleanze, costi. Trump no. Trump è un moltiplicatore di incertezza. Non perché sia un genio del disordine, ma perché il disordine gli assomiglia. È ondivago, impulsivo, privo di quella sobrietà minima che consente persino ai poteri più aggressivi di non distruggere tutto in un colpo solo. Con lui il problema non è soltanto la decisione sbagliata. È la decisione che cambia forma mentre la osservi. È l’umore che si traveste da linea politica. È l’ego che si prende il posto dello Stato.
E allora sì, il paradosso è questo: il malvagio può essere più gestibile dello stupido. Il primo ha una coerenza interna. Il secondo no. Il primo costruisce il proprio vantaggio. Il secondo compromette anche quello. Il primo può essere contrastato con pazienza, intelligence, diplomazia, deterrenza. Il secondo obbliga tutti a vivere in uno stato di allerta permanente, perché nessuno sa quale capriccio trasformi domani in linea d’azione. E quando chi comanda non sa ciò che fa, il resto del mondo paga il conto. Sempre. Con interessi.
La verità è che Trump non ha semplicemente cambiato il modo in cui gli Stati Uniti si raccontano. Ha reso evidente quanto sia fragile l’illusione che il potere americano sia un meccanismo impersonale, immune dalla qualità dell’individuo che lo occupa. Non lo è mai stato del tutto. E con lui lo si vede in modo quasi indecente. La Casa Bianca non è un tempio astratto. È una stanza in cui una persona può ancora fare moltissimo danno. A sé, agli altri, agli alleati, agli avversari, alle istituzioni che lo circondano e perfino alla credibilità del sistema che dovrebbe contenerlo.
Per questo Trump è più pericoloso di Putin, funzionalmente parlando. Non perché sia più forte. Non perché sia più intelligente. Ma perché rende la potenza americana meno prevedibile di quella russa. E in politica internazionale la prevedibilità è già una forma di sicurezza. Quando salta quella, resta solo l’arbitrio. E l’arbitrio, si sa, ha sempre un’ottima opinione di sé. Fino a quando non produce rovine.
(Serena Russo)
Prompt:
intro: Per decenni ci siamo raccontati che il Presidente degli Stati Uniti non conta poi così tanto. Contano la geopolitica, il complesso militare-industriale, i vertici militari, la posizione geografica della nazione. Insomma, che la politica estera segua binari prestabiliti, a prescindere da chi siede alla Casa Bianca. Poi è arrivato Trump a scassinarci questa convinzione.
parte 1: Generali a 4 stelle? Li rimuove. Diplomatici del Dipartimento di Stato? Meglio la diplomazia parallela portata avanti dai fedeli sgherri Steve Witkoff e Jared Kushner. Nato? La smantella. E l'America isolazionista che si ritira dal mondo? Macché: minaccia Groenlandia, Canada, Venezuela, Iran, Cuba. Nel frattempo, c'è la missione Artemis II, un'impresa spaziale straordinaria senza precedenti. Qualsiasi presidente farebbe videochiamate con gli astronauti, ne farebbe una bandiera politica. Trump? Su Truth scrive 10-20 messaggi al giorno, ma dal primo aprile solo due dedicati ad Artemis. Il resto sono ultimatum, minacce e sondaggi su se stesso.
parte 2: Morale: la geopolitica, la storia, il "grande complesso" contano sì. Ma la politica conta eccome. Le elezioni contano. E i presidenti, pensa un po', contano. Citando Anne Applebaum su The Atlantic: per mesi gli analisti hanno cercato una strategia in Trump. Hanno parlato di isolazionismo, imperialismo, interessi occulti. Ma forse la realtà è più semplice: non c'è alcuna strategia.
parte 3: qui arriva la parte più inquietante. Se applichiamo il rasoio di Hanlon – "mai attribuire a malizia ciò che si spiega con stupidità" – Trump non è un "bandito" (chi fa male ad altri ma bene a sé). È uno "stupido": chi fa male a sé e male agli altri.
parte 4: Putin è un bandito. È razionale, prevedibile, sappiamo cosa vuole. Possiamo contrastarlo. Trump invece è ondivago, imprevedibile, privo di autoconsapevolezza. E chi è stupido è più pericoloso di chi è malvagio, perché contro la stupidità – come dicevano Dickens e Shiller – persino gli dei combattono invano.
parte 5: Con Trump non puoi prendere l'iniziativa, puoi solo subire e incassare. E questo, funzionalmente, lo rende più pericoloso di Putin.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.
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