La guerra non segue il copione degli apocalittici

Mentre le armi tacciono e i colloqui prendono il posto delle esplosioni, arriva sempre il momento in cui i trombettieri della catastrofe devono fare un passo indietro e guardare i fatti. Molti avevano già disegnato scenari da fine del mondo: escalation senza freni, vittorie sbandierate a Teheran, mercati in delirio, Medio Oriente ridotto a una sala d’attesa dell’apocalisse. Bellissime narrazioni, certo. Peccato per un dettaglio minore: la guerra, quella vera, non obbedisce ai talk show. Si scontra con limiti materiali, politici, economici. E soprattutto con una realtà che ha la cattiva abitudine di rovinare le fantasie di chi ama i proclami più dei rapporti di forza.

La coalizione guidata dagli Stati Uniti, con Israele e gli attori arabi del Golfo, ha dovuto fare i conti con un’evidenza che non si aggira con la retorica: i bombardamenti aerei, per quanto massicci, non bastano a far crollare un regime se nessuno vuole mettere gli stivali a terra. E mettere gli stivali a terra significa una cosa sola: occupazione, logoramento, costi umani, costi politici, costi economici. Tradotto: una prospettiva che nessuno, a Washington come nelle capitali arabe, poteva permettersi di vendere come una passeggiata. Il mondo non aveva nessuna voglia di pagare il conto di un’altra guerra lunga, con in più il rischio di una recessione indotta dall’energia. Eppure, nel mezzo di tutto questo, l’asse dei Paesi del Golfo non si è sfaldato come certi profeti del disastro speravano. Al contrario, si è irrigidito, si è compattato, ha riscoperto una convergenza di interessi che la propaganda dei contrari finge sempre di non vedere.

Dall’altra parte, Teheran ha dovuto smettere per un attimo di recitare la parte dell’attore invincibile. Le debolezze esistevano già, solo che la propaganda le copriva con il solito velo di minacce, rituali patriottici e dichiarazioni incendiarie. Ma lo squilibrio di forze era troppo netto per essere occultato all’infinito: difese aeree smantellate, figure chiave eliminate, capacità di risposta progressivamente ridimensionata. A un certo punto non sei più dentro una strategia eroica: sei dentro un rischio di collasso interno. E quando persino il blocco dello Stretto di Hormuz comincia a dare fastidio a chi, fino a ieri, era disposto a tollerare molto in nome dei propri interessi, il quadro si fa brutale. La Cina, per dire, non è esattamente famosa per le crisi ideologiche: se qualcosa disturba il flusso dell’energia, smette immediatamente di essere “resistenza” e diventa problema. E i problemi, in politica estera, hanno una pessima reputazione: finiscono quasi sempre scaricati su chi li ha creati.

In questo contesto, le idiozie social di Trump e le invettive dei fanatismi di segno opposto restano quello che sono: rumore. Rumore utile per i comizi, utile per le platee, utile per alimentare i rispettivi teatrini identitari. Ma i rapporti di forza reali non li scrive un post scritto male alle sei del mattino, né li cambia una dichiarazione isterica in tv. Li scrive la capacità di sostenere il conflitto, la tenuta economica, la pressione diplomatica, il margine di manovra dei partner, la paura del collasso. Se lo Stretto di Hormuz riapre, se i prezzi di gas e petrolio scendono, se il sistema globale respira anche solo un po’, il segnale è chiaro: il pragmatismo ha battuto la fantasia distruttiva. E sì, qualcuno proverà subito a intestarsene il merito. Con il consueto talento per la semplificazione, Trump potrebbe persino risalire nei sondaggi grazie a questo sollievo temporaneo. Dopotutto, la politica contemporanea premia spesso chi urla più forte, non chi capisce meglio.

Il quadro finale, per quanto instabile, dice una cosa abbastanza netta. I Paesi del Golfo escono rafforzati, e con loro la coalizione che li ha coinvolti in questo braccio di ferro. Anche l’Europa, sempre prontissima a oscillare tra moralismo e interesse, ritrova spazi di convergenza con questi attori quando il problema non è più scrivere editoriali indignati ma tenere in piedi i mercati e la sicurezza energetica. A pagare il prezzo più alto saranno i proxy iraniani, quei bracci armati che per anni hanno vissuto di finanziamenti, ambiguità e delega strategica. Quando il rubinetto si stringe, i proclami diventano improvvisamente più magri. E Hamas, in questo schema, rischia di trovarsi davanti alla domanda più scomoda di tutte: quanto vale davvero una causa quando il tuo sponsor comincia a pensare ai propri conti interni?

L’Iran, infine, resta ferito e diviso. Ferito nella sua immagine di potenza resistente. Diviso nelle sue élite, nelle sue priorità, nella distanza crescente tra narrazione ideologica e capacità effettiva di reggere il colpo. Che il regime regga o meno, lo dirà il tempo. Ma c’è una lezione che già oggi si impone con una chiarezza quasi offensiva: meno ideologia, più pragmatismo. Meno slogan, più analisi. Meno tifoserie, più realtà. Perché la guerra, quando smette di far rumore, presenta sempre il conto vero. E quel conto, piaccia o no, non lo compilano i fanatici. Lo compilano i fatti.

(Serena Russo)

Prompt:

intro: Mentre le armi tacciono e iniziano i colloqui, è il momento di fare un bilancio. Molti analisti avevano previsto scenari apocalittici, tra escalation globali e vittorie iraniane. Perché si sbagliavano? La risposta sta nella realtà pragmatica della guerra, che non segue mai percorsi lineari, ma sbatte contro limiti invalicabili.

parte 1: Nonostante l'enorme potenza di fuoco, la coalizione (USA, Israele, Stati Arabi) ha dovuto fare i conti con la realtà: i soli bombardamenti aerei non bastano a far cadere un regime senza un'occupazione di terra, e nessuno voleva trascinare il mondo in una recessione economica insostenibile. Sorprendentemente, però, l'alleanza tra i paesi arabi del Golfo non è crollata, ma ne è uscita più unita di prima.

parte 2: Dall'altra parte, il regime di Teheran ha dovuto mostrare le sue debolezze, abilmente nascoste dalla propaganda. Lo squilibrio di forze era troppo netto: difese aeree smantellate e figure chiave eliminate una dopo l'altra. Proseguire nello scontro avrebbe significato il collasso interno e l'isolamento totale, specialmente dopo che il blocco dello Stretto di Hormuz ha iniziato a infastidire persino alleati storici come la Cina.

parte 3: In questo scenario, dovrebbe essere chiaro che né le idiozie vomitate da Trump sui social né le invettive dei fanatici iraniani avrebbero potuto cambiare i rapporti di forza reali. I risultati oggi sono evidenti: lo Stretto di Hormuz riapre, i prezzi di gas e petrolio scenderanno e probabilmente vedremo Trump risalire nei sondaggi grazie a questo temporaneo sollievo globale.

parte 4: Il quadro finale parla chiaro. I Paesi del Golfo e la coalizione escono rafforzati, trovando nuove convergenze anche con l'Europa. A pagare il prezzo più alto saranno i "proxy" iraniani (come Hamas), che rischiano di vedere i rubinetti chiusi dai loro stessi finanziatori. L'Iran resta ferito e diviso: solo il tempo ci dirà se il regime reggerà o se lascerà il passo a forze più stabili.

parte 5: il mio consiglio è sempre lo stesso, meno ideologia, più pragmatismo. La partita è ancora aperta, ma le regole del gioco le hanno scritte i fatti, non i proclami.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.

Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di Serena Russo, tagliente e ironico. Rendilo immersivo.

Scopri di più da Le Argentee Teste D'Uovo

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Lascia un commento