Il nemico invisibile: come le sottoculture online stanno alimentando la violenza giovanile

Negli ultimi anni i numeri sulla violenza giovanile in Italia hanno smesso di essere statistiche e sono diventati un grido. Un grido che rimbalza tra le aule scolastiche, nelle famiglie disorientate, nelle cronache locali che nessuno legge finché non accade l’irreparabile. Aumenti fino al 42% dei reati minorili in alcune province, coltelli che circolano tra adolescenti come fossero oggetti quotidiani, omicidi commessi da ragazzi che fino al giorno prima erano seduti in un banco di scuola. E poi i corpi, soprattutto quelli delle ragazze: oltre un terzo delle giovani tra i 16 e i 24 anni ha conosciuto la violenza. Numeri che dovrebbero scuotere le coscienze, e che invece rischiano di essere archiviati con la solita, pigra scorciatoia: la musica, i videogiochi, il degrado generico. Come se bastasse un colpevole facile per evitare di guardare nell’abisso.

E invece quell’abisso ha una forma precisa, oggi. È digitale, stratificato, subdolo. Ha il volto di una galassia di sottoculture online che offrono ai più fragili una cosa potentissima: una spiegazione semplice del dolore e un bersaglio su cui scaricarlo. La cosiddetta “manosfera” non è una caricatura sociologica, ma un ecosistema reale, pulsante, capace di parlare ai ragazzi con un linguaggio che noi adulti spesso non comprendiamo nemmeno. In Italia, quarto paese europeo per presenza di incel, cresce una generazione di giovani convinti che la propria solitudine affettiva sia il risultato di un complotto femminile, di una società “ingiusta” che li esclude. E da qui alla giustificazione della violenza il passo, tragicamente, è breve. Non più fantasie marginali, ma indagini, perquisizioni, progetti concreti di morte. Ragazzi tra i tredici e i diciassette anni che accumulano odio e, in alcuni casi, armi.

Qui si consuma una delle più grandi ipocrisie del nostro tempo. Da un lato, una società che celebra il successo, la prestazione, la forza individuale; dall’altro, giovani che interiorizzano il fallimento come colpa assoluta, senza strumenti culturali per comprenderlo. In questo vuoto si inseriscono figure come Andrew Tate, icone di una mascolinità tossica che promette riscatto attraverso il dominio e il disprezzo. Non è solo un problema morale, è un problema pedagogico. È il fallimento di un sistema educativo che ha smesso di insegnare il conflitto, la frustrazione, il limite. Che ha rinunciato, in nome di una neutralità sterile, a costruire anticorpi culturali. E così i social diventano cattedrali rovesciate, luoghi di iniziazione dove la rabbia viene legittimata, nutrita, trasformata in ideologia.

Il meccanismo è quasi scolastico nella sua precisione. Si entra per curiosità, si resta per appartenenza. Si comincia con contenuti apparentemente “razionali”, si finisce in camere d’eco dove ogni frustrazione trova conferma e ogni dubbio viene espulso. La disumanizzazione dell’altro – delle donne, degli “altri”, dei diversi – non è un effetto collaterale, è il cuore del processo. Quando l’altro smette di essere persona, diventa ostacolo. E gli ostacoli, nella logica distorta di questi ambienti, si eliminano. È qui che la violenza smette di essere un tabù e diventa opzione. Talvolta, addirittura, spettacolo.

Non si tratta di parole isolate, di sfoghi adolescenziali. Nei gruppi Telegram si inneggia allo stupro come risposta sociale, si giustificano femminicidi, si costruisce una narrazione in cui l’odio è non solo legittimo, ma necessario. La “gamification” della violenza – espressione terribile ma efficace – descrive bene questa deriva: l’aggressione come gioco, la vittima come avatar, la realtà come estensione di una dinamica ludica. E mentre le forze dell’ordine inseguono un fenomeno che si muove più veloce delle norme, la politica appare spesso afona, incapace di comprendere fino in fondo la portata culturale di ciò che sta accadendo.

Il caso del diciassettenne di Umbertide, che progettava una strage nella sua scuola, non è un’eccezione: è un segnale. Un ragazzo che si definiva incel, immerso in gruppi filonazisti, che costruisce la propria identità sull’odio e immagina la violenza come riscatto. O quello del tredicenne di Bergamo, che accoltella la sua insegnante e trasmette tutto in diretta, trasformando l’atto più brutale in un contenuto da condividere. Qui si rompe qualcosa di profondo, qualcosa che riguarda il rapporto tra individuo e realtà, tra coscienza e responsabilità. Non è solo devianza: è una forma di alienazione culturale.

E allora la domanda diventa inevitabile, quasi dolorosa: dove abbiamo sbagliato? Perché è troppo comodo limitarsi alla repressione, invocare più controlli, più polizia, più tecnologia. Necessario, certo, ma non sufficiente. La radice è più profonda e chiama in causa la scuola, la politica, la cultura. Chiama in causa una sinistra che troppo spesso ha smarrito il proprio ruolo educativo, che ha abdicato alla costruzione di senso per inseguire il consenso. Perché educare significa anche questo: offrire ai ragazzi strumenti per comprendere la propria fragilità senza trasformarla in odio, insegnare che la libertà non è dominio sull’altro ma relazione.

Non esistono scorciatoie, e chi le propone mente sapendo di mentire. Servono investimenti nella scuola, nella formazione degli insegnanti, nella presenza adulta nei luoghi – fisici e digitali – dove i giovani costruiscono la propria identità. Serve una politica che torni ad avere il coraggio di dire parole chiare, di nominare il male senza ambiguità, di contrastare queste derive non solo con la repressione ma con una visione.

Perché qui non si tratta soltanto di sicurezza. Si tratta di civiltà. E una civiltà che lascia soli i propri giovani, che li consegna a un algoritmo e a una rabbia senza nome, è una civiltà che ha già iniziato a perdere se stessa.

(Roberto De Santis)

Prompt:

intro: Negli ultimi anni i numeri sulla violenza giovanile in Italia sono diventati impressionanti e preoccupanti. I reati commessi da minorenni sono aumentati in molte province fino al 42%, il porto di coltelli tra i ragazzi è più che raddoppiato in cinque anni e gli omicidi attribuiti a minori sono passati da 14 a circa 35 in un solo anno. Anche le vittime sono sempre più giovani: oltre il 37% delle ragazze tra i 16 e i 24 anni ha subito violenza, e il bullismo colpisce quasi sette ragazzi su dieci. Guardare solo alla musica trap o ai videogiochi è riduttivo. Un problema vero, per quanto non certo l'unico, è un’altra galassia: quella delle sottoculture online violente, che offrono ai ragazzi fragili un’ideologia pronta all’uso e un nemico da colpire.

parte 1: Prendiamo la cosiddetta “manosfera”, un universo digitale fatto di gruppi incel, misogini, suprematisti. In Italia siamo il quarto paese in Europa per presenza di incel, ragazzi che incolpano le donne della loro solitudine affettiva e arrivano a parlare di stupro e attentati come soluzioni. A questa rete si collegano i gruppi neonazisti e di estrema destra, che reclutano minorenni attraverso Telegram e TikTok. Solo nel 2025 un’indagine nazionale ha portato a perquisizioni a carico di 22 ragazzi tra i 13 e i 17 anni, alcuni dei quali avevano pianificato azioni violente o possedevano armi. E il caso del 17enne umbro che voleva fare una strage a scuola, arrestato nel 2026, è la prova che queste idee non restano sullo schermo: diventano progetti reali.

parte 2: Il meccanismo di radicalizzazione è subdolo. Personaggi come lo spregevole Andrew Tate, che si definisce “assolutamente misogino”, propongono ai ragazzi un modello di mascolinità tossica fatta di ricchezza, potere e disprezzo per le donne. I social creano camere d’eco dove ogni frustrazione viene amplificata e normalizzata. Un ragazzo incel intervistato ha raccontato di essere entrato nel tunnel dopo aver visto un tiktoker che parlava in modo “razionale”, scoprendo poi che tutto sembrava trovare riscontro nella realtà. E quando si disumanizza l’altro – chiamando le donne “non persone” o glorificando la razza ariana – il passo verso la violenza fisica è brevissimo.

parte 3: Non si tratta solo di parole. I messaggi nei gruppi Telegram incel inneggiano a stupri e stragi, e la cronaca recente mostra commenti agghiaccianti dopo ogni femminicidio. C’è chi parla di “gamification” della violenza: i giovani vivono l’aggressione come se fosse un videogioco, dove il nemico è solo un ostacolo da eliminare. E mentre le forze dell’ordine potenziano il monitoraggio del web, il direttore della polizia di prevenzione ha lanciato l’allarme: nel 2026 il rischio di minori radicalizzati online è altissimo, e serve una collaborazione stretta con scuole e piattaforme. Ma la sfida è immensa, perché Telegram e i social criptati restano difficili da controllare.

parte 4: Forse l'esempio più eclatante è quello del diciassettenne di Umbertide (Perugia), arrestato nel marzo 2026 mentre pianificava un attentato nella sua scuola. Lui stesso si definiva un incel, frequentava attivamente gruppi Telegram filonazisti e suprematisti, e idolatrava i terroristi dell'estrema destra. L'ideologia misogina era al centro del suo piano, che era stato concepito come una vendetta verso un mondo (e verso le donne) che percepiva come ostili. Un altro caso è quello di un tredicenne di Bergamo che, nel marzo 2026, ha accoltellato al collo la sua insegnante di francese. Gli inquirenti hanno trovato forti indizi della sua appartenenza alla sottocultura incel. Il ragazzo aveva trasmesso l'aggressione in diretta su Telegram e nel suo "manifesto" parlava di umiliazione e vendetta, un copione che riecheggia la rabbia e la spettacolarizzazione tipiche di certi ambienti. Oltre agli atti violenti consumati, è fondamentale considerare l'universo digitale che li alimenta. Indagini della Polizia Postale hanno portato alla luce chat piene di messaggi che legittimano e incitano alla violenza, rivelando un "sottobosco digitale intriso di misoginia" dove i crimini reali vengono spesso giustificati o addirittura incoraggiati. In un gruppo Telegram "Incel Italia", ad esempio, dopo il caso di Giulia Cecchettin si potevano leggere messaggi come "Turetta è innocente" o, ancora più esplicito, "gli stupri di massa si possono definire la naturale risposta della società. Non la date? Ce la prendiamo".

parte 5: tutti Questi casi dimostrano in modo inconfutabile come gli ambienti radicali online non siano solo un fenomeno virtuale, ma un pericoloso motore di violenza reale che coinvolge giovanissimi. Il collegamento tra l'odio che si coltiva online e i gesti estremi che si compiono nella vita reale è ormai un'emergenza concreta e sotto gli occhi di tutti.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisco dove ritengo necessario.

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