Donald Trump, il peggior nemico dell’Occidente

Per anni abbiamo guardato a Vladimir Putin come alla principale minaccia per la sicurezza europea. Abbiamo seguito l’invasione dell’Ucraina, le interferenze russe nelle elezioni, le campagne di disinformazione e il sostegno ai movimenti che puntano a dividere le democrazie occidentali. Abbiamo imparato a riconoscere il metodo del Cremlino: sfruttare le fratture interne, screditare le istituzioni, indebolire le alleanze e trasformare ogni segno di esitazione in un’occasione per avanzare.

Poi Donald Trump è tornato alla Casa Bianca. E una domanda che l’Europa avrebbe dovuto porsi molto prima è diventata impossibile da evitare: che cosa succede quando la principale potenza dell’Occidente comincia a mettere in discussione proprio gli strumenti che hanno permesso all’Occidente di difendersi?

Non parliamo di un avversario ai confini dell’alleanza, né di una potenza autoritaria che cerca di penetrare nelle nostre istituzioni. Parliamo del presidente degli Stati Uniti, del paese che dispone della maggiore capacità di proiezione militare della NATO, del sistema finanziario più influente del mondo e di un’enorme capacità di condizionare gli equilibri internazionali. Quando Washington cambia direzione, il resto dell’Occidente non può voltarsi dall’altra parte e aspettare che passi la tempesta.

Eppure continuiamo a discutere di Trump soprattutto attraverso una domanda: è un agente di Putin? L’indagine di Robert Mueller sulle elezioni americane del 2016 documentò un’interferenza russa estesa e sistematica, oltre a numerosi contatti tra persone vicine alla campagna trumpiana e interlocutori russi. Non accertò una cospirazione criminale tra la campagna e il governo di Mosca. È un dato che va rispettato. Ma trasformare l’assenza di una prova di collusione in una certificazione generale delle scelte di Trump è un errore di categoria.

Non serve essere al servizio di una potenza straniera per danneggiare gli interessi del proprio paese. Basta indebolirne le alleanze, compromettere la credibilità dei suoi impegni e favorire una distribuzione del potere internazionale che avvantaggi gli avversari. Le motivazioni possono essere diverse: ideologia, calcolo elettorale, interesse personale o una concezione del mondo che considera le alleanze un fastidio. Le conseguenze, però, restano.

L’Ucraina è il caso più evidente. Nell’aprile 2025, la proposta americana per porre fine alla guerra contemplava il riconoscimento statunitense della sovranità russa sulla Crimea, il riconoscimento di fatto del controllo russo su altri territori occupati, la rinuncia ucraina all’adesione alla NATO e la rimozione delle sanzioni americane imposte alla Russia dal 2014. Erano previste anche garanzie di sicurezza per Kiev, la ricostruzione del paese e una ripresa della cooperazione economica tra Washington e Mosca. Non era un accordo concluso, ma indicava una direzione precisa.

La Russia avrebbe potuto ottenere concessioni territoriali e strategiche dopo aver invaso un paese sovrano. L’Ucraina avrebbe dovuto rinunciare a una parte delle proprie aspirazioni di sicurezza, mentre gli Stati Uniti avrebbero aperto la strada alla normalizzazione dei rapporti con Mosca. La proposta conteneva elementi da negoziare, ma il suo squilibrio era evidente: il paese aggredito era chiamato ad accettare perdite sostanziali, mentre l’aggressore poteva consolidare una parte dei risultati ottenuti con la forza.

Chi invoca la necessità di concludere la guerra ha ragione su un punto: ogni giorno di combattimenti produce morti, distruzione e nuove sofferenze. Ma la velocità di un accordo non è una misura sufficiente della sua qualità. Se l’aggressione consente di conquistare territori e poi di usarli come moneta di scambio, il messaggio al resto del mondo è devastante. La forza diventa un investimento: si invade, si resiste alle sanzioni, si aspetta che la stanchezza degli avversari faccia il resto.

Una simile conclusione non sarebbe soltanto una sconfitta per Kiev. Metterebbe in discussione la credibilità delle garanzie occidentali per tutti i paesi che dipendono da esse. Perché un alleato dovrebbe fidarsi degli impegni americani se questi possono essere rinegoziati unilateralmente quando cambia il presidente? E quale incentivo avrebbe una potenza revisionista a rispettare le regole se può ottenere risultati migliori mettendole alla prova?

La questione va ben oltre l’Ucraina. Per decenni la presenza americana ha contribuito a rendere credibile la deterrenza della NATO e a contenere le ambizioni delle potenze ostili. Non è mai stata una storia senza ipocrisie: Washington ha commesso errori gravissimi, sostenuto regimi discutibili e perseguito i propri interessi anche a scapito dei principi proclamati. Ma l’architettura delle alleanze occidentali ha offerto un quadro di cooperazione e sicurezza che nessun paese europeo sarebbe stato in grado di garantire da solo.

Trump tratta questo sistema come una transazione da rinegoziare a ogni occasione. Gli alleati devono dimostrare di meritare protezione; gli impegni vengono subordinati a convenienze immediate; la sicurezza collettiva rischia di diventare un servizio da acquistare alle condizioni stabilite dal fornitore. È una concezione che può sembrare pragmatica a chi considera le relazioni internazionali una gara tra interessi nazionali. Ma trascura un dettaglio essenziale: la deterrenza funziona quando l’avversario crede che gli alleati agiranno insieme. Se ogni impegno diventa incerto, anche una potenza militarmente inferiore può trovare lo spazio per avanzare.

Il Cremlino conosce bene il valore di queste divisioni. Non deve necessariamente sconfiggere la NATO in una guerra convenzionale: gli basta che i governi europei dubitino della disponibilità americana a intervenire e che una risposta comune diventi sempre più difficile da concordare. Un’alleanza può conservare una forza militare formidabile, ma perdere efficacia se si incrina la fiducia reciproca che la tiene insieme.

Il movimento MAGA non è un semplice contorno folcloristico della presidenza Trump. È il progetto che dà continuità ideologica a questa trasformazione. Le sue componenti sono diverse: isolazionisti, nazionalisti economici, conservatori religiosi, oppositori delle élite e sostenitori di una presidenza dotata di poteri sempre più ampi. Non sono tutti filorussi, e descriverli come un blocco omogeneo sarebbe una caricatura. Ma alcune delle loro priorità convergono con gli interessi del Cremlino: ridimensionare le alleanze, delegittimare le istituzioni multilaterali, indebolire l’integrazione europea e trasformare le democrazie alleate in avversarie culturali.

Questa convergenza non richiede un comando centrale. Una parte dell’elettorato MAGA vuole che gli Stati Uniti smettano di sostenere gli alleati; un’altra vede nell’Unione europea un ostacolo alla sovranità nazionale; un’altra ancora considera le istituzioni liberali un sistema da smantellare. Per ragioni differenti, queste posizioni possono produrre lo stesso risultato: un Occidente più diviso, meno prevedibile e meno capace di opporsi alle potenze autoritarie.

Il problema investe anche la tenuta della democrazia americana. Un ordine libero non si regge soltanto sulle elezioni, ma anche su una magistratura indipendente, un’informazione libera, regole valide per chi governa e un’opposizione che non venga trattata come un nemico interno. Le elezioni conferiscono un mandato; non rendono ogni decisione del vincitore immune da critiche, né cancellano il valore dei contrappesi istituzionali.

Quando un movimento presenta sistematicamente le istituzioni come nemiche, delegittima gli avversari e identifica la volontà del leader con quella dell’intero paese, la competizione democratica rischia di trasformarsi in una lotta per il potere senza limiti. Non ogni critica alle élite è autoritaria, ma il quadro cambia quando l’ostilità alle istituzioni diventa un programma di governo e la fedeltà personale prende il posto delle regole.

L’America non è diventata una dittatura, e sarebbe sbagliato descriverla come tale. Ma non occorre aspettare che una democrazia cessi formalmente di esserlo per prendere sul serio l’indebolimento dei suoi contrappesi. Le istituzioni possono essere svuotate gradualmente, le norme diventare strumenti selettivi e la fiducia pubblica essere corrosa fino a rendere ogni abuso una semplice questione di appartenenza. È proprio il peso degli Stati Uniti a rendere questa evoluzione una questione che riguarda tutti.

Anche l’Europa ha le sue responsabilità. Per decenni molti governi hanno rinviato gli investimenti nella difesa, ridotto le scorte militari e lasciato indebolire capacità industriali essenziali. Hanno creduto che l’interdipendenza economica avrebbe moderato le ambizioni russe e che l’ombrello americano sarebbe rimasto disponibile a prescindere dalle circostanze. L’invasione dell’Ucraina ha dimostrato quanto fosse fragile questa convinzione.

Gli errori europei impongono di correggere la dipendenza, non giustificano l’indebolimento delle alleanze da parte di Washington. Servono capacità produttive, acquisti coordinati, una deterrenza credibile e una strategia comune. Un’Europa capace di difendersi sarebbe meno vulnerabile alle pressioni di Mosca e meno esposta alle oscillazioni della politica americana.

Il nazionalismo promette di restituire sovranità ai singoli paesi, ma in un continente composto da Stati che da soli non possono competere con le grandi potenze la frammentazione rischia di produrre l’effetto opposto. Un paese isolato può conservare piena libertà formale di scelta e avere pochissime possibilità di imporre le proprie condizioni. La sovranità non consiste soltanto nel poter dire di no: richiede anche la forza necessaria perché quel no venga rispettato.

La posta in gioco, dunque, non è una disputa tra Trump e i suoi avversari, né una controversia su quanto spendere per la difesa. È la possibilità di conservare un sistema nel quale le alleanze abbiano un valore durevole, le aggressioni non siano premiate e il potere sia limitato da regole e istituzioni. Russia e Cina restano potenze con interessi strategici propri, capaci di minacciare gli equilibri internazionali. Putin ha invaso l’Ucraina e il suo regime reprime il dissenso: minimizzare queste responsabilità sarebbe assurdo. Ma una minaccia esterna è più facile da contrastare quando il sistema che deve contenerla resta coeso.

È questa la contraddizione imposta da Trump e dai MAGA. Gli Stati Uniti dispongono di una potenza militare, economica e culturale che nessun alleato può sostituire in tempi brevi. Se quella potenza viene impiegata per rendere incerto il sostegno agli alleati, screditare le istituzioni liberali e smontare la cooperazione internazionale, il danno non riguarda soltanto la reputazione di un presidente: investe la capacità stessa dell’Occidente di agire come sistema.

Il pericolo va misurato sulle conseguenze, non soltanto sulle dichiarazioni più provocatorie di Trump o sui suoi rapporti personali con Putin. Un’Ucraina spinta verso un accordo che rischia di premiare l’aggressione, un’Europa costretta a dubitare delle garanzie americane e istituzioni democratiche sottoposte a una pressione crescente sono aspetti di un unico problema. Le responsabilità dei regimi autoritari restano intatte, ma contrastarli diventa più difficile quando la principale potenza occidentale contribuisce a indebolire il fronte comune.

Continuare a considerare Trump una parentesi, MAGA una bizzarria elettorale o le sue aperture a Mosca una serie di incidenti negoziali significa sottovalutare la portata della trasformazione. Potrebbe non essere una parentesi, ma un cambiamento duraturo nel modo in cui gli Stati Uniti concepiscono il proprio ruolo nel mondo.

Ecco perché il problema non è soltanto che cosa Putin voglia fare all’Occidente, ma che cosa Trump e i MAGA stiano facendo dell’Occidente dall’interno. Oggi rappresentano il pericolo più grave che il mondo libero deve affrontare dall’interno: perché possono indebolire le alleanze, erodere le istituzioni democratiche e compromettere proprio il sistema che dovrebbe proteggerlo. Finché non saremo disposti a riconoscerlo, continueremo a cercare il pericolo soltanto oltre i nostri confini, mentre una parte decisiva della partita si gioca nel cuore stesso della democrazia americana.

(Serena Russo)

Prompt:

1: Le parole e le azioni di Donald Trump degli ultimi giorni confermano una linea già chiara da tempo: per gli Usa l’alleato prioritario non è più l’Europa, ma la Russia. Il piano di pace americano per l’Ucraina dell’**aprile 2025** — la cosiddetta “offerta finale”, illustrata a **Parigi il 17 aprile** e resa pubblica il **23 aprile** — non imponeva solo la sconfitta militare ucraina: prevedeva anche una supervisione russa, in partnership con gli Usa, sulla politica estera dei paesi europei, riducendone la sovranità e assegnando a Mosca un ruolo da padrone nel continente. Solo la reazione compatta degli europei costrinse allora Washington a fare marcia indietro. Tenetelo a mente: Trump è disposto a sacrificare la sicurezza europea sull’altare di un’intesa con Mosca.

2: Partiamo dal **rapporto Mueller**. Fu il risultato dell’indagine del procuratore speciale Robert Mueller, nominato nel **maggio 2017** dal vice ministro della Giustizia Rod Rosenstein, pochi giorni dopo il licenziamento del direttore dell’FBI James Comey. L’inchiesta durò **22 mesi**, costò circa **25 milioni di dollari** e si concluse nel **marzo 2019** con un rapporto di oltre **400 pagine**. Mueller, ex capo dell’FBI stimato da entrambi i partiti, doveva accertare due cose: se la campagna di Trump avesse cooperato con la Russia per influenzare le elezioni del 2016 e se il presidente avesse poi cercato di ostacolare la giustizia.

3: Stando al rapporto di Robert Mueller, non ci sono prove sufficienti per dire che Trump o i suoi collaboratori fossero agenti non registrati al servizio di Mosca o sotto il controllo diretto del Cremlino. L’indagine accertò che la Russia aveva interferito nella campagna elettorale in modo «radicale e sistematico» e che tra il governo russo e il comitato elettorale di Trump c’erano stati «numerosi contatti». Tuttavia non si arrivò alla conclusione che quei contatti costituissero una cospirazione o un coordinamento criminale. Va poi ricordato che Mueller **non dichiarò Trump esonerato** dall’accusa di ostruzione alla giustizia: scrisse che, se avesse avuto la certezza che il presidente non aveva commesso ostruzione, lo avrebbe detto, ma che a quella conclusione non era possibile arrivare. Dunque non un “asset” criminale, ma nemmeno un rapporto limpido.

4: La conclusione più solida è che Trump non è un asset reclutato dal Cremlino, ma ha avuto e vuole tornare ad avere forti interessi commerciali con la Russia. E qui scatta la chiave politica: la base MAGA vuole isolazionismo, disimpegno militare dall’Europa e considera l’UE un nemico ideologico. Il documento sulla sicurezza nazionale del 2025 lo dice in modo esplicito: l’Europa è modello negativo e l’UE è nemico da combattere sostenendo i partiti sovranisti. Non serve un complotto: basta la convergenza tra interessi economici e ideologia.

5: Da qui la linea politica è coerente: lasciare l’Ucraina al suo destino ricavandone il massimo; riaprire prima i rapporti d’affari con Mosca e poi, se possibile, quelli politici e strategici; trattare l’Europa come teatro secondario e combattere l’UE. Trump è ostile a Ucraina e UE non perché sia un asset russo, ma perché lui e i MAGA vedono l’Ucraina come un peso inutile e l’UE come nemico ideologico. Oggettivamente, questo indebolisce l’Occidente e premia l’aggressione russa.

6: Il problema è che l’Europa non sembra capirlo: in Italia hanno successo i critici dell’UE a destra e a sinistra, e i giovani urlano di spendere meno per le armi in un continente che già spende pochissimo per la difesa. Dovremmo produrci le armi da soli, non per fare la guerra alla Russia, ma per deterrenza: farle capire che deve smettere di allargarsi. E non sottovaluterei la Francia, che con le prossime elezioni rischia di avviarsi verso il primo grande tentativo di distruzione dell’UE. Per tutti questi motivi, la conclusione è chiara: **Trump e i MAGA rappresentano il maggior pericolo per l’Occidente e per il mondo libero**. Non perché siano necessariamente agenti russi, ma perché uniscono interessi con Mosca, ostilità verso l’Europa, disimpegno dalle alleanze e legittimazione degli autoritarismi. Prima lo capiremo, meglio sarà.

articolo: 1, 2, 3, 4 ,5, 6; approfondisco dove necessario.

Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di Serena Russo; usa un tono tagliente e ironico. Rendilo immersivo. Non abusare dell'aggettivo "geopolitico", e della forma "non... non... non...". Fallo in paragrafi compatti, non pieno di a capo. non usare "e qui...", "ed è qui che...". Non dare titoli ai paragrafi, non usare "politico" e "geopolitico" se non occorre. Non ripetere i concetti. Non mi mettere link.

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