Pregasi le periferie di restare al proprio posto

Milano ama le periferie. Le invita ai dibattiti sull’inclusione, le mette al centro dei festival dedicati alle nuove generazioni, ne racconta le contraddizioni attraverso documentari e progetti sociali. Ogni tanto arriva anche una visita elettorale, con strette di mano e promesse di riqualificazione. Per qualche ora, le periferie diventano il cuore pulsante della città. Poi ciascuno torna a casa propria: il centro resta il centro, le periferie restano periferie e tutto può riprendere come prima.

Il problema comincia quando qualcuno rompe questa rassicurante divisione dei ruoli. Quando i ragazzi che avrebbero dovuto raccontare il proprio disagio in un incontro pubblico arrivano in centro e spaccano le vetrine, il vocabolario cambia. Le analisi sociali vengono archiviate e il dibattito si chiude con tre parole che risparmiano la fatica di qualsiasi approfondimento: delinquenti, maranza, criminali. Fine della discussione. La città può tornare a occuparsi delle proprie periferie, possibilmente a distanza di sicurezza.

Negli scontri di questi giorni mi colpisce la presenza di giovanissimi provenienti dalle periferie e dall’hinterland, molti minorenni, accanto a ragazzi già politicizzati. Ridurre tutto alla consueta rappresentazione degli antagonisti in cerca dello scontro significa ignorare una parte del fenomeno. È una rabbia che merita di essere osservata anche quando si manifesta in forme confuse, brutali e sgradevoli. Forse siamo davanti a qualcosa di prepolitico: un malessere che non ha ancora trovato parole, obiettivi e strumenti per trasformarsi in una domanda collettiva. Potrebbe anche non trovarli mai, esaurendosi in vandalismi e occasioni mancate. Ma liquidarlo in partenza significa rinunciare a capire perché tanti ragazzi sembrino avere così poco da perdere e così poco da aspettarsi.

Da un quindicenne non mi aspetto un programma di riforma del mercato immobiliare milanese o una proposta credibile per redistribuire le opportunità educative. Un adolescente cerca riconoscimento, appartenenza e la sensazione di contare qualcosa. Se a tutto questo si aggiungono prospettive ristrette, istituzioni percepite come lontane e una cultura del successo che misura il valore personale attraverso ciò che si possiede, la rabbia può mescolarsi al risentimento e al bisogno di visibilità. Non ne nasce necessariamente una coscienza sociale: può emergere anche una rivolta confusa, incapace di distinguere ciò che rifiuta da ciò che vorrebbe semplicemente ottenere. La realtà non ha l’obbligo di produrre soggetti politicamente edificanti. Gli adulti, però, dovrebbero almeno provare a capire che cosa sta succedendo, invece di scambiare la condanna dei comportamenti per una spiegazione delle loro cause.

A questo punto entra in scena il borghese illuminato. Ama gli ultimi, firma appelli, frequenta incontri sulla marginalità e considera l’inclusione un pilastro della propria identità morale. Naturalmente, li ama a condizione che sappiano comportarsi da ultimi riconoscenti. Devono raccontare le proprie difficoltà con il tono giusto, denunciare le ingiustizie senza mettere troppo in imbarazzo chi le denuncia insieme a loro e dimostrare di aver tratto un insegnamento dall’attenzione ricevuta. L’ideale è il ragazzo di periferia che sale sul palco, racconta un’infanzia difficile e conclude spiegando quanto sia importante credere nei propri sogni. Applausi, fotografia di gruppo, comunicato stampa: tutti possono tornare a casa con la sensazione di aver migliorato il mondo.

Poi arrivano ragazzi che non rispettano il copione, senza il lessico appropriato né una testimonianza edificante da offrire. Il borghese illuminato scopre improvvisamente la propria vocazione alla fermezza: le sfumature evaporano e la comprensione lascia il posto alla severità. Aveva messo in piedi una giornata dedicata al malessere giovanile; adesso qualcuno gli ha mandato di traverso il rinfresco. La battuta è crudele, ma coglie il punto: la sofferenza altrui è più facile da accettare quando si presenta in una forma rassicurante e non mette in discussione chi pretende di interpretarla.

La questione di classe sta anche nella distanza tra chi può sentirsi a casa nella città e chi vi incontra soprattutto le vetrine. Milano offre opportunità straordinarie, ma mostra continuamente la differenza tra chi può partecipare alla sua ricchezza e chi ne osserva i simboli senza potervi accedere. Per alcuni, il centro è un luogo da abitare senza sentirsi fuori posto; per altri, è una successione di merci, locali e occasioni di consumo che sembrano appartenere a un mondo estraneo. Non significa che ogni ragazzo di periferia viva questa distanza come un’umiliazione, né che ogni vandalismo sia una protesta sociale. Significa che le disuguaglianze riguardano anche il senso di appartenenza e la possibilità di immaginare per sé un futuro diverso.

C’è poi una differenza decisiva nella possibilità di sbagliare. Chi dispone di risorse familiari può attraversare anche un’adolescenza disastrosa contando su adulti pronti a intervenire e occasioni per ricominciare. Per chi ne ha meno, lo stesso errore rischia di diventare un’identità permanente. Il privilegio consiste anche nella possibilità di essere giudicati per ciò che si potrà diventare, mentre altri restano intrappolati in ciò che hanno fatto. Questo non assolve nessuno dalle proprie responsabilità, ma dovrebbe indurci a riflettere su quanto siano diseguali le occasioni di riscatto.

Rompere una vetrina non è una forma alternativa di partecipazione democratica. Saccheggiare un negozio non equivale a presentare una rivendicazione e aggredire qualcuno non diventa meno grave per la provenienza sociale di chi lo fa. Chi subisce danni deve essere tutelato, chi commette reati deve risponderne. Ma la condanna non esaurisce la questione. Chi ruba un paio di scarpe può essere mosso dal risentimento verso una società diseguale oppure desiderare semplicemente quelle scarpe, insieme allo status che promettono. Il consumismo non scompare quando incontra la povertà: può diventare persino più aggressivo, perché l’esclusione dal consumo viene vissuta come esclusione dal mondo stesso. La cultura dominante insegna che esistere significa possedere e apparire; poi si stupisce quando qualcuno cerca di appropriarsi dei simboli del successo senza avere i mezzi per comprarli. Non c’è nulla di emancipatore, in sé, nel saccheggio. La rabbia può contestare le disuguaglianze, ma anche riprodurre i valori della società che sembra rifiutare.

Per i reazionari la ricetta è semplice: davanti al disordine si interviene, si ristabilisce l’autorità e si considera chiusa la pratica. Intervenire può essere necessario per contenere la violenza e proteggere chi la subisce, ma ristabilire l’ordine non significa aver compreso le ragioni del conflitto. Da chi si definisce progressista pretenderei almeno una domanda sulle condizioni che rendono possibili queste esplosioni, sulle opportunità offerte ai giovani e sulla distanza tra centro e periferie. Se la risposta è sempre e soltanto «sono criminali», tra una destra dichiaratamente conservatrice e una sinistra che ama presentarsi come ragionevole resta una differenza di arredamento e di buone maniere. La prima rivendica apertamente la propria durezza; la seconda la accompagna con un lessico più gradevole e un comunicato scritto meglio.

Una sinistra incapace di parlare fuori dalla propria cerchia rischia di ridursi a un ceto che si riconosce attraverso le proprie buone maniere. Il problema non è l’educazione, ma la pretesa che sia un requisito per essere ascoltati. Se il dibattito pubblico ammette soltanto chi sa già esprimersi nel linguaggio giusto, chi ne resta fuori finirà per cercare altrove riconoscimento, appartenenza e visibilità. Non necessariamente nelle forme peggiori, ma nemmeno sempre in quelle che fanno comodo a chi osserva da lontano.

Milano continuerà probabilmente ad amare le proprie periferie. Finanzierà progetti, organizzerà incontri e celebrerà iniziative meritorie, molte delle quali capaci di produrre risultati reali. La prova, però, arriva quando i ragazzi smettono di essere protagonisti di una storia scritta da altri e diventano una presenza scomoda nel centro della città.

Una vetrina infranta non è un manifesto, una rivendicazione compiuta o una promessa di cambiamento. È un danno concreto, con conseguenze per chi lo subisce. Ma se appena accade ci affrettiamo a chiudere la discussione, rinunciamo anche a capire che cosa abbia portato fin lì. Milano ama le periferie, purché restino al loro posto. Quando si spostano, preferisce chiamare la polizia anziché chiedersi perché.

(Giancarlo Salvetti)

Prompt:

Assumi la personalità di Giancarlo Salvetti. Scrivi un articolo approfondito, immersivo e dal tono tagliente, ironico, brillante e marcatamente sarcastico, basandoti sulla scaletta e sui dati forniti di seguito. Non cercare sul web
[VINCOLI DI SCRITTURA]
- Stile: Paragrafi compatti, flusso narrativo continuo. Non spezzettare in brevi frasi.
- Divieti assoluti: NON usare linee di separazione (es. ---). Non abusare della parola "geopolitico" e "politico". Non abusare di "E qui" e "Ed è qui che"
- Divieti linguistici: Evita formule come "è qui che" e strutture ripetitive come "non... non... non...".
- Sviluppo: Amplia e approfondisci l'analisi dove ritieni necessario per dare forza al pezzo.
[SCALETTA E CONTENUTI]:
1: Milano ama le periferie finché restano al loro posto. Le invita ai dibattiti sull’inclusione, le racconta nei festival, organizza qualche visita elettorale. Ma quando arrivano in centro e spaccano le vetrine, il dibattito è già chiuso: “delinquenti”, “maranza”, “lumpen”. E la sociologia può accomodarsi fuori.
2: Negli scontri di questi giorni vedo giovanissimi delle periferie e dell’hinterland, molti minorenni, accanto a ragazzi già politicizzati. Non è la solita etichetta dei “soliti antagonisti”. È questa rabbia che mi interessa capire, anche nella sua parte scomposta e sgradevole. Forse è “prepolitica”: una domanda confusa, non una dichiarazione indegna di ascolto.
3: Non mi aspetto che un quindicenne traduca la propria umiliazione in una proposta di politica economica. Mi aspetto qualcosa di più dagli adulti che amministrano la città e commentano tutto: almeno la fatica di domandarsi, senza isterismi e facili indignazioni, che cosa sta succedendo.
4: Invece arriva il borghese illuminato. Quello che ama gli ultimi, purché si esprimano con la compostezza dei penultimi e ringrazino per l’attenzione. Davanti a una rabbia che non gli somiglia diventa improvvisamente un esperto di fermezza. Aveva preparato un incontro sul disagio giovanile: gli hanno rovinato il catering.
5: Qui ricompare la questione di classe: nel diritto di sentirsi a casa propria in una città, nella possibilità di abitarla invece di attraversarla guardando ciò che appartiene agli altri. Nella distanza fra chi può sbagliare adolescenza contando sul portafoglio di papino e chi rischia di restare per sempre identificato con il proprio errore. Questo non trasforma un saccheggio in un gesto rivoluzionario: chi ruba un paio di scarpe può desiderare gli stessi simboli di successo che la città gli sbatte in faccia. Aggredire resta grave e chi subisce danni va tutelato. Ma rifiuto il ricatto per cui, pronunciata la condanna, dovrei smettere di pensare.
6: Ai reazionari basta la repressione. Dai progressisti pretenderei almeno una domanda sulle condizioni che rendono possibile questa esplosione. Se la risposta è soltanto “sono criminali”, fra una destra dichiarata e una sinistra perbene resta solo una differenza di arredamento e di bon ton. Una sinistra capace di parlare soltanto con chi possiede già il suo linguaggio finirà per rappresentare un ceto che si riconosce dalla buona educazione. Fuori continueranno a crescere ragazzi che nessuno ascolta, finché il rumore di una vetrina infranta li renderà finalmente udibili.

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