
Stanotte, seguendo i risultati delle elezioni americane, ho provato una sensazione che negli ultimi tempi era diventata quasi estranea: sollievo. E, subito dopo, una certa felicità. La democrazia americana ha dimostrato di avere ancora anticorpi, di poter reagire alla pressione di un potere che ha fatto della prepotenza, della delegittimazione delle istituzioni e del disprezzo per le regole democratiche il proprio metodo di governo. Gli elettori sono andati alle urne, hanno espresso il loro giudizio e lo hanno fatto senza che il Paese precipitasse nel caos e nella violenza. Anche le manifestazioni contro Trump, comprese quelle del movimento No Kings, si sono svolte in larga parte pacificamente. Non è un dettaglio: è una dimostrazione di maturità civile che merita di essere riconosciuta.
La sconfitta repubblicana è di dimensioni tali da rendere difficile archiviarla come una semplice oscillazione elettorale. Il Texas, con la vittoria democratica di James Talarico al Senato e quella di Gina Hinojosa alla guida dello Stato, è diventato uno dei simboli più clamorosi di questa tornata. Parliamo di un territorio considerato per decenni una roccaforte repubblicana. Eppure, proprio mentre festeggiamo, sarebbe opportuno ricordare che la parte più difficile comincia adesso.
Trump sembra aver preso atto del risultato, evitando per ora di imboccare quella strada estrema che una democrazia è costretta a considerare quando chi detiene il potere pretende di sottrarsi alla volontà popolare. La gravità della sconfitta e il fatto che una parte del suo stesso elettorato gli abbia voltato le spalle hanno probabilmente contribuito a questo esito. Ma non confondiamo la convenienza con la conversione democratica. Il Congresso dovrà ora esercitare concretamente i propri poteri, costringendo la Casa Bianca a confrontarsi con le sue decisioni sulle questioni interne e internazionali. Il precedente del 2020 dovrebbe averci insegnato quanto sia fragile una democrazia quando chi governa considera le istituzioni un ostacolo anziché un limite da rispettare.
La vera sorpresa, però, potrebbe arrivare dalle conseguenze di questa sconfitta dentro il Partito repubblicano. Il mondo MAGA non è più quel blocco granitico che Trump ha saputo costruire, o almeno far apparire, negli ultimi anni. Anche tra i suoi più influenti megafoni sono emerse distanze e prese di posizione critiche: Joe Rogan, Megyn Kelly, Candace Owens, Von e, tra gli ex sostenitori, Tucker Carlson e Marjorie Taylor Greene. Non siamo davanti a una conversione collettiva al liberalismo, naturalmente. Siamo davanti a qualcosa di più interessante: la possibilità che una parte della stessa coalizione trumpiana abbia cominciato a considerare il presidente un problema anziché una risorsa.
Dentro il GOP potrebbe quindi aprirsi una resa dei conti. Una fronda interna, finora silenziosa o costretta alla prudenza, potrebbe trovare nella sconfitta il momento per presentare il conto. Chi finirà sul banco degli imputati quando Trump cercherà di attribuire ad altri la responsabilità del disastro? I candidati, i consiglieri, i governatori, magari proprio quei commentatori che fino a ieri contribuivano a costruire il consenso MAGA? La politica americana conosce bene il meccanismo del capro espiatorio, e Trump non ha mai mostrato particolare difficoltà nel distribuirne le parti.
C’è poi un altro elemento che merita attenzione: Elon Musk aveva investito cifre enormi nella campagna repubblicana in Texas, ma il risultato non è arrivato. È una lezione interessante in un’epoca nella quale sembra che il denaro, la visibilità mediatica e il controllo delle piattaforme possano sostituire qualsiasi confronto con la realtà. Possono condizionare una campagna, amplificarne i messaggi e moltiplicarne la diffusione, ma non garantiscono che gli elettori li facciano propri.
La vicenda americana si inserisce in un quadro internazionale altrettanto significativo. La sconfitta di Flávio Bolsonaro in Brasile aveva già mostrato che la successione dinastica di una leadership populista non è affatto un destino inevitabile. Il risultato americano aggiunge un’altra battuta d’arresto per quelle forze che hanno costruito il proprio consenso attorno al nazionalismo identitario, alla delegittimazione degli avversari e alla diffidenza verso i contrappesi istituzionali. E sono naturalmente cattive notizie per Vladimir Putin. Una Casa Bianca sottoposta al controllo di un Congresso a maggioranza democratica potrebbe rendere più difficile proseguire con le ambiguità e le pressioni esercitate finora su Kyiv. Gli ucraini potrebbero trovare interlocutori più attenti alle loro esigenze. Me lo auguro, anche se sarebbe prematuro promettere una svolta.
Mi è venuta in mente, osservando questa sequenza di risultati, un’immagine storica: siamo arrivati al 1942 dei sovranisti? Stalingrado, El Alamein e Guadalcanal segnarono tre passaggi fondamentali della Seconda guerra mondiale. Dopo anni nei quali l’espansione nazista e quella giapponese erano sembrate inarrestabili, le forze dell’Asse cominciarono a perdere l’iniziativa. Anche quelle campagne si consumarono in novembre, e anche allora si ebbe la sensazione che qualcosa stesse cambiando nella direzione della storia.
Naturalmente le analogie vanno maneggiate con cautela. Dopo il 1942 la guerra durò ancora tre anni, durissimi. E oggi, in Europa, abbiamo ancora la Francia di Marine Le Pen e la Germania di AfD, mentre le democrazie continuano a fare i conti con forze che mettono in discussione i loro equilibri istituzionali. Sarebbe dunque un errore scambiare una battuta d’arresto per una vittoria definitiva.
Soprattutto, dobbiamo avere il coraggio di affrontare le ragioni sociali ed economiche che hanno alimentato questi fenomeni. Il consenso delle destre radicali non nasce soltanto dalla propaganda o dalla fascinazione per i leader autoritari: nasce anche da paure, insicurezze, aspettative tradite e condizioni materiali che una parte consistente della popolazione vive quotidianamente. Negli ultimi quarant’anni abbiamo assistito all’indebolimento delle protezioni sociali, alla precarizzazione del lavoro, alla compressione delle aspettative di intere generazioni e alla crescita delle disuguaglianze. Una parte della sinistra, anziché interpretare questo malessere, si è accomodata nella gestione dell’esistente, affidandosi alla rassicurante retorica della moderazione.
Serve un nuovo New Deal, adeguato alle condizioni del XXI secolo. Un progetto capace di affrontare il lavoro, i salari, la casa, la sanità, l’istruzione e le nuove disuguaglianze. Serve una sinistra che torni a parlare di emancipazione e giustizia sociale, senza vergognarsi di nominare gli interessi contrapposti. Il moderatismo permanente, in nome della responsabilità, ha finito troppe volte per conservare proprio le condizioni che alimentavano la protesta. La democrazia si difende anche offrendo alle persone ragioni concrete per credere che le istituzioni possano migliorare la loro vita.
Per questo oggi possiamo concederci un momento di soddisfazione. Gli americani hanno mandato un messaggio inequivocabile e hanno dimostrato che anche una macchina di potere imponente può incontrare un limite. La loro è una nuova Gettysburg, se vogliamo usare un’altra metafora storica americana. Ma bisogna arrivare fino ad Appomattox: vincere una battaglia è importante, convincere chi ha perso ad accettare definitivamente le regole del gioco è un’altra faccenda.
Brindiamo pure, per una volta. Ma teniamo lo champagne in fresco e la testa sulle spalle. La storia non procede mai in linea retta, e chi ha visto arretrare un avversario non deve commettere l’errore di considerarlo già sconfitto. Gli americani hanno aperto una possibilità. Adesso toccherà a loro, e a tutti noi, dimostrare di saperla trasformare in qualcosa di più duraturo.
(Roberto De Santis)
Prompt:
1: Oggi, a midterm americane ancora calde, sono felice: la volontà popolare ha vinto senza bisogno di violenze e le manifestazioni contro Trump, inclusi i No Kings Day, sono state largamente pacifiche. Per me la parte difficile comincia ora: bisognerà costringere Trump ad accettare la volontà del Congresso su questioni interne e internazionali, visto che finora ha dimostrato di fregarsene delle regole democratiche.
2: Per ora tiro un sospiro di sollievo perché Trump sembra aver accettato il risultato elettorale, evitando quella extrema ratio che una democrazia si trova con riluttanza a considerare quando un autocrate vuole impadronirsi del potere. Credo che abbia pesato la gravità della sconfitta repubblicana e il fatto che una parte significativa del suo elettorato gli ha voltato le spalle.
3: Non solo: gli hanno voltato le spalle propagandisti MAGA come Joe Rogan, Megyn Kelly, Candace Owens e Von, o ex MAGA come Tucker Carlson e Marjorie Greene. All’interno del GOP esiste ormai una fronda che potrebbe venire allo scoperto per battere cassa e che forse ha aspettato proprio questo momento per legittimarsi. Siamo alla resa dei conti nel Partito repubblicano? Chi saranno i capri espiatori che Trump getterà in pasto ai leoni?
4: Resto cauto con l’ottimismo, ma questa è una delle peggiori debacle elettorali repubblicane che ricordi. Aggiungo che Musk aveva investito un sacco per il Senato del Texas e ha perso: un altro segnale che il denaro e la macchina propagandistica non bastano sempre. Dopo Orbán e Bolsonaro Jr., è un’altra battuta d’arresto per l’ondata fascista che minaccia l’Occidente e le democrazie, e soprattutto sono cattive notizie per Putin. Forse ora gli ucraini potranno contare su un approccio diverso da quello che finora è stato un asset di Mosca. Me lo auguro.
5: Siamo arrivati al 1942 dei sovranisti? Stalingrado, El Alamein e Guadalcanal hanno fermato l’espansione nazifascista e il militarismo giapponese dopo anni di vittorie apparentemente inarrestabili. Curiosamente anche quelle campagne si decidono a novembre. Ma cautela, molta cautela: dopo quelle vittorie la guerra durò altri tre durissimi anni e in Europa abbiamo ancora la spada di Damocle della Le Pen in Francia e dell’AFD in Germania.
6: Per questo sarebbe ora di rispondere alle legittime istanze sociali ed economiche portate in piazza nel continente con un New Deal adeguato ai tempi, liberandoci di quei moderatoni che hanno mantenuto lo status quo e hanno permesso lo scempio sociale ed economico degli ultimi 40 anni, spalancando le porte ai radicalismi. Per ora, bravi americani: questa è la vostra nuova Gettysburg, ma cercate di arrivare fino ad Appomattox e non sarà facile. Stiamo cauti a cantare vittoria, ma per ora festeggiamo.
articolo: 1,2,3,4,5,6 approfondisci se necessario.
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