Trump e la lunga ombra del populismo: cosa ci insegna (di nuovo) l’America

Dopo il mio ultimo articolo, ho ricevuto numerosi messaggi di approvazione. Alcuni mi scrivono: “Finalmente parli dell’Italia e dei problemi veri, altro che Trump!”
Vi ringrazio.
Ma temo che dovrò deludervi: Trump è anch’esso un problema vero. Uno di quelli che, come certi dolori articolari, tornano puntuali ogni volta che cala la pressione democratica. E oggi, purtroppo, siamo di nuovo in piena bassa.

La nuova vecchia deriva

Con il ritorno di Donald J. Trump alla Casa Bianca, gli Stati Uniti confermano una tendenza che molti avevano ingenuamente considerato un’anomalia passeggera del 2016. Ma no, l’anomalia è diventata struttura. Il movimento MAGA – Make America Great Again – ha ormai consolidato il suo ruolo di forza egemone nella destra americana, non più solo come pulsione populista, ma come progetto ideologico consapevole e organizzato.

Le istituzioni statunitensi, che per decenni abbiamo osservato come modelli di equilibrio e resilienza, si trovano ora a fronteggiare un presidente che non solo delegittima sistematicamente la stampa e la magistratura, ma che ha dimostrato, in passato e nel presente, una pericolosa inclinazione a rifiutare l’esito del processo elettorale.

Il ritorno di Trump non è la solita svolta conservatrice. È la conferma che una parte dell’elettorato americano non cerca più un leader “classico”, ma un capobastone che interpreti la politica come una forma di guerra permanente – contro le élite, contro gli stranieri, contro le regole.

L’Italia: specchio, prologo o epilogo?

Chi guarda tutto questo con aria di sufficienza, pensando che da noi non potrebbe mai accadere, dovrebbe forse ripassare un po’ di storia recente. In Italia il populismo non ha mai avuto bisogno di importazione: è autoctono, radicato e perfino istituzionalizzato. Non serve scomodare i decenni bui del secolo scorso; basti pensare alla lunga stagione berlusconiana, dove la sovrapposizione tra interessi privati e pubblico potere ha gettato le basi per quella normalizzazione del conflitto con la magistratura, della personalizzazione estrema del consenso e della costante retorica anti-intellettuale.

Il populismo italiano è un’operazione culturale prima ancora che politica. Una strategia retorica che semplifica, emoziona, infiamma, e soprattutto scarica le colpe altrove. Dall’Europa alle ONG, dai “professori” ai “poteri forti”, fino ad arrivare, inevitabilmente, alla famigerata “casta”. È un racconto coerente, e come tutti i racconti coerenti, è profondamente falso.

La distorsione cognitiva come strategia

A preoccuparmi, oggi, non è soltanto il linguaggio. È il fatto che interi settori dell’informazione e della politica italiana abbiano adottato, più o meno consapevolmente, narrazioni di derivazione russa o comunque antieuropea, alimentando una percezione distorta della realtà geopolitica.

C’è una strategia in atto, e non viene nemmeno più nascosta: quella della guerra cognitiva. Si manipola il lessico, si riduce il dibattito a un’arena di slogan, si polarizzano le emozioni. È un’operazione che non ha bisogno di eserciti o carri armati: bastano un paio di talk show ben confezionati e un flusso costante di notizie ambigue.

In questo contesto, l’illusione che esistano soluzioni semplici – uscire dall’euro, chiudere i porti, stampare moneta, alzare muri – diventa irresistibile. Ma attenzione: l’illusione ha un prezzo, e prima o poi presenta il conto.

Populismo ed economia: la retorica batte la realtà

L’economia, come sempre, non perdona.
Le politiche proposte (e a volte attuate) dai movimenti populisti in Italia rivelano una pericolosa miopia. Il superbonus, tanto per citare uno degli esempi più clamorosi, ha trasformato un settore stagnante come l’edilizia in una macchina impazzita di spesa pubblica senza controllo. Nessuno nega la necessità di rilanciare gli investimenti o sostenere la transizione ecologica, ma farlo a debito, senza una visione di lungo termine, significa compromettere la sostenibilità fiscale del paese.

E mentre si propone l’uscita dall’euro come panacea universale, si dimentica che la stabilità monetaria non è un dogma astratto, ma il prerequisito per garantire salari, risparmi e accesso al credito. Gli stessi partiti che gridano “prima gli italiani” sono spesso quelli che, con le loro scelte, mettono proprio gli italiani in maggiore difficoltà.

Trump, Conte, Salvini: il nuovo autoritarismo

In Italia, l’esperienza del governo Conte I – con Salvini vicepresidente e ministro dell’interno – ha rappresentato, a mio avviso, il momento più pericoloso per la tenuta democratica dal dopoguerra. Eppure, paradossalmente, non ci fu alcuna “marcia su Roma”. Nessuna sospensione della Costituzione. I decreti sicurezza vennero approvati con piena legittimità parlamentare. Il punto è proprio questo: l’autoritarismo contemporaneo non arriva con gli stivali, ma con la cravatta.

Il “modello Trump” insegna che una democrazia può essere erosa dall’interno, utilizzando strumenti apparentemente legali. Si delegittimano i giornalisti, si sostituiscono i vertici amministrativi, si minaccia la magistratura, si alimentano teorie del complotto. Non si chiude il Parlamento: lo si svuota di senso. Non si abolisce la stampa libera: la si trasforma in un’arena tossica dove tutto è opinione, anche i fatti.

Ed è questo che rende il ritorno di Trump così inquietante. Non tanto per quello che farà – non illudiamoci, sarà molto – ma per il messaggio che invia al mondo: si può sovvertire l’ordine democratico senza doverlo dichiarare apertamente.

Una crisi anche culturale

L’America mi ha dato molto, e le sarò sempre riconoscente. È lì che ho imparato a coniugare rigore e ambizione, pragmatismo e visione. È lì che ho capito cosa vuol dire costruire aziende solide, meritocratiche, internazionali. Ed è lì che, per decenni, abbiamo guardato con rispetto anche quando non ne condividevamo la politica estera.

Ecco perché il ritorno di Trump – questa volta senza nemmeno più il beneficio del dubbio – segna una frattura profonda. Il bastione democratico dell’Occidente si è incrinato. E se l’America si allontana da quel modello, l’effetto domino è inevitabile.
Non siamo immuni. Anzi, siamo esposti. Culturalmente, politicamente, economicamente.

Il punto non è solo Trump, né solo l’Italia. È capire se le democrazie occidentali siano ancora capaci di difendersi da chi le abita ma non le riconosce, da chi le guida ma non le rispetta, da chi le usa per distruggerle.
Non basta indignarsi, non basta sperare. Serve rigore. Serve lucidità. E, se mi permettete, serve anche una certa dose di coraggio.

(Emma Nicheli)

Prompt:

Intro: dopo l'ultimo articolo ho ricevuto vari messaggi di approvazione - "finalmente parli dell'Italia e dei problemi veri, altro che Trump!" Grazie, ma Trump è anch'esso un problema vero su cui purtroppo torno con regolarità e preoccupazione. Pure oggi.

parte 1: Negli ultimi anni, l’evoluzione politica degli Stati Uniti ha mostrato segnali sempre più evidenti di una deriva autoritaria, con il movimento MAGA guidato da Donald Trump che ha minato le basi della democrazia liberale americana. Questo fenomeno non è isolato, ma fa parte di un più ampio processo globale che coinvolge anche l’Europa e, in particolare, l’Italia.

parte 2: Per decenni, gli Stati Uniti hanno rappresentato un modello democratico per l’Occidente, influenzando in modo decisivo l’economia, la cultura e la politica dei paesi europei. Tuttavia, la crescente polarizzazione e la retorica populista hanno contribuito a un indebolimento delle istituzioni democratiche, una tendenza che sembra emergere anche in Italia. Qui, il populismo ha trovato terreno fertile in un contesto storico segnato dall'eredità fascista e dalla radicalizzazione del dibattito politico negli anni di Berlusconi.

parte 2: In Italia, diversi leader politici rilanciano sistematicamente narrazioni di origine russa, contribuendo a una percezione distorta della realtà geopolitica. La guerra cognitiva diventa così uno strumento per orientare il consenso, spingendo l’opinione pubblica verso soluzioni apparentemente semplici ma potenzialmente dannose per il paese. Il populismo si manifesta nell’appello alle emozioni, nella riduzione della complessità e nell’adozione di strategie coerenti con le volontà degli autocrati internazionali.

parte 3: Le politiche proposte dai movimenti populisti spesso si traducono in azioni che compromettono la stabilità economica del paese. Dalla proposta di uscita dall’euro alla gestione del debito pubblico attraverso misure elettorali come il superbonus, queste iniziative rischiano di rallentare lo sviluppo e di aumentare le difficoltà sociali. Sebbene alcuni di questi partiti si presentino come difensori del popolo, le loro strategie raramente offrono soluzioni concrete per migliorare il benessere dei cittadini.

parte 4: L’ascesa del nuovo autoritarismo non può essere sottovalutata. Quando il governo più eversivo della storia repubblicana italiana – guidato da Conte e Salvini – ha preso il potere, i contrappesi democratici hanno resistito. Tuttavia, il modello proposto da Trump (illustra il processo) dimostra che le democrazie possono essere indebolite attraverso strumenti più sofisticati rispetto ai metodi tradizionali di imposizione autoritaria.

parte 5: l'America mi ha dato molto, le sarò sempre riconoscente. E ha dato molto a tutti noi, persino ai più agguerriti antiamericani. Il bastione democratico occidentale si è incrinato.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci dove necessario.

Assumendo la personalità di Emma Nicheli, scrivi un articolo approfondito, con tono serio ma gradevole, non privo di una certa ironia.


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