
La vicenda del Signal-gate di fine marzo – che suona già come una puntata cancellata di House of Cards – ha avuto un effetto collaterale interessante: ha riportato sotto i riflettori non tanto la goffaggine di certi funzionari governativi americani (quella la si dà per scontata), ma la figura del giornalista, il suo ruolo, le sue responsabilità. Tutto è cominciato quando Jeff Goldberg, direttore di The Atlantic, si è ritrovato in una chat privata con membri dell’amministrazione USA, chiamato per errore, presumibilmente, da qualcuno più abituato alle scorciatoie di WhatsApp che alla complessità del pensiero critico.
Eppure, dietro a questa piccola farsa da age of instant messaging, c’è qualcosa di serio. Mi ha fatto tornare in mente Julian Assange. Figura totemica, idolatrata e demonizzata, spesso allo stesso tempo. La sua parabola mi perseguita da anni. Perché in fondo – e fa male ammetterlo – ha costretto noi giornalisti a guardarci allo specchio. E il riflesso, spesso, non ci è piaciuto.
Un patteggiamento per dimostrare che il mondo civile esiste
Il patteggiamento di Julian Assange con il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, avvenuto lo scorso anno, è passato quasi in sordina, inghiottito da un’opinione pubblica ormai assuefatta allo scandalo perennemente disponibile. Ma vale la pena soffermarsi. Perché al di là delle urla, delle fan fiction rivoluzionarie, delle proteste con le maschere di Guy Fawkes, quell’accordo dimostra una cosa semplice e fondamentale: che il mondo civile – con tutte le sue contraddizioni – esiste ancora.
Assange, colui che per anni ha predicato la trasparenza assoluta come se fosse una religione salvifica, potrebbe finalmente dire da dove provenivano quei file che, a detta sua, “avrebbero risvegliato il mondo”. Gli stessi file che hanno rovinato vite vere, fatte di carne, di paura, di figli piccoli e conti correnti vuotati dopo un data dump da kamikaze digitale.
Chissà se parlerà. Ne dubito. I martiri non amano i retroscena.
Quando la verità fa danni – e non è più giornalismo
WikiLeaks non ha solo pubblicato verità scomode. Ha pubblicato dati sensibili, identità, indirizzi. Ha messo in pericolo collaboratori afghani, soldati sotto copertura, famiglie intere. Dissidenti bielorussi – sì, quelli che lottano veramente per la libertà – sono finiti esposti come bersagli viventi. Le critiche non venivano solo dal Pentagono (che potremmo archiviare come “parte in causa”) ma anche da Amnesty International e da Reporter Senza Frontiere.
E non stiamo parlando di dettagli. Stiamo parlando di nomi, cognomi, numeri di conto, numeri di Social Security. Persone comuni, che avevano la sola colpa di esistere in un documento governativo e che si sono trovate catapultate in una tempesta di conseguenze.
Per dirla con brutale sincerità: se Assange fosse stato un cittadino russo, e avesse rivelato solo un decimo di quello che ha pubblicato su Washington, oggi starebbe marcendo in un gulag siberiano. Se non altro, la sua lunga permanenza nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra gli ha permesso di assaporare il privilegio della giustizia occidentale – dove anche chi fa disastri ha diritto a un patteggiamento.
Il pensiero, inevitabilmente, va ad Aleksej Navalny. Un uomo che ha veramente sfidato una dittatura, che ha pagato con la vita la sua ostinazione. E che, paradossalmente, è stato abbandonato anche da quelle stesse ONG che hanno difeso a spada tratta Assange, confuse o addirittura sedotte da una narrazione che sembrava più cool. Come se il vero coraggio fosse diventato meno sexy del trollaggio istituzionale.
Chi è giornalista, chi è piromane
C’è una differenza abissale tra l’informare e il detonare. Un giornalista serio maneggia le sue fonti con la stessa cura con cui un restauratore tocca un affresco del Trecento. Valuta, contesta, verifica. Non pubblica tutto. Decide cosa è giusto sapere e cosa no, e questa non è censura, è responsabilità.
Assange, al contrario, ha preferito il click all’etica. Ha preso informazioni grezze e le ha vomitate in rete. “Così ognuno si fa la sua idea”, dicono i suoi. Ma non è questo il mestiere del giornalismo. Il giornalismo non è uno scarico a cielo aperto di database, è un lavoro artigianale, certosino, che si assume la colpa – anche morale – di ogni parola pubblicata.
E allora sì, se questo patteggiamento significa che i “giornalisti assangisti”, quelli convinti che ogni dossier sia oro e che ogni governo sia il nemico, smetteranno di parlarne con toni da saga medievale, forse è un passo avanti.
La speranza – remota – è che riflettano anche sull’antiamericanismo compulsivo degli ultimi anni, trasformato in professione. Ma per riflettere, si sa, serve una cosa sempre più rara: un cervello acceso.
I miti da sfatare – e il complottismo da salotto
C’è un’idea romantica e furbetta che circola da anni: quella secondo cui gli Stati Uniti avrebbero voluto impiccare Assange in piazza per aver “rivelato i crimini commessi in guerra”. Ma se si guarda con onestà alla storia del giornalismo investigativo – da The New York Times a The Washington Post – nessun giornalista è mai stato punito per aver fatto il proprio lavoro.
Anzi, negli USA, la stampa ha avuto il potere di mandare a casa presidenti. I Pentagon Papers, lo scandalo Watergate: sono stati i giornalisti a sollevare il velo. Ma hanno usato metodo, attenzione, responsabilità.
Il problema non è mai stato quello che Assange ha scoperto. È come lo ha usato. È il culto dell’assoluto che ha reso ogni file un feticcio, ogni leak un dogma. E questo, più che giornalismo, è fanatismo.
Dubito che chi continua a vedere Assange come un eroe lo capirà. Il complottismo – anche quello con la barba e gli occhiali spessi – non tollera le sfumature. Ha bisogno di eroi e di nemici. Tutto il resto è troppo faticoso.
E quindi?
La vicenda Signal-gate ci ricorda che anche i giornalisti possono essere usati come comparse inconsapevoli in storie molto più grandi di loro. Ma ci ricorda anche che c’è una differenza fondamentale tra cercare la verità e vendere una mitologia.
Julian Assange ha scelto la seconda strada. Alcuni la chiamano coraggio. Io, semplicemente, la chiamo irresponsabilità. E mi tengo stretto il mestiere di giornalista, quello vero. Quello che non lancia bombe, ma accende luci.
(Giancarlo Salvetti)
Prompt:
intro: la vicenda del Signal-gate di fine marzo, partita dal giornalista Jeff Goldberg coinvolto suo malgrado in una chat da alcuni membri del governo americano evidentemente presi dalla strada, ha dato da pensare un po' a tutti. A me, sul ruolo e le responsabilità di un giornalista. Soprattutto in relazione con la figura di Julian Assange, controversa e mal interpretata.
parte 0: Il patteggiamento di Assange con gli Usa, avvenuto lo scorso anno, dimostra, nel caso ce ne fosse ancora bisogno, che esiste un mondo civile. Assange adesso potrebbe anche dirci chi gli ha dato tutto il materiale con il quale ha cercato di sovvertire una democrazia.
parte 1: Assange, attraverso WikiLeaks, ha messo in grave pericolo la vita degli afghani che hanno collaborato con le forze della coalizione, dei militari americani sotto copertura e le loro famiglie. Ha rivelato le identità di numerosi dissidenti bielorussi. Persino Amnesty International e Reporter Senza Frontiere si sono unite al Pentagono nel criticare WikiLeaks per aver messo a rischio la vita di centinaia di persone pubblicando registri di guerra senza omettere nomi e cognomi. E ci sono pure tutti i cittadini normali i cui numeri di conto nelle banche e numeri di social security furono resi pubblici, con conseguenze disastrose. Deve solo ringraziare, perché uno come lui nella Russia che ha aiutato tanto, avrebbe fatto una brutta fine. Il pensiero va ad Alekseij Navalny, che a differenza di questo elemento ha lottato per liberare il suo Paese da una dittatura, Trovandosi anche contro a volte chi lo avrebbe dovuto aiutare come Amnesty International, caduta mani e piedi in campagne di disinformazione ordite contro di lui.
parte 2: Uno così non è un giornalista. Un giornalista maneggia le sue fonti con cura. Non crea 'bombe' con cui fare saltare il banco. L'unico lato positivo è che forse adesso 'giornalisti assangisti' non avranno più di che parlare. La speranza, poi, è che riflettano sul becero antiamericanismo portato avanti in questi anni. Ma per riflettere ci vuole un cervello. Il Dipartimento di Giustizia USA ha fatto la scelta migliore.
parte 3: vulgata vuole che gli USA avrebbero voluto condannare a morte Assange o spedirlo a Guantanamo o peggio per aver "rivelato i crimini commessi dagli USA in zona di guerra". Se guardiamo tutte le guerre precedenti, nessun giornalista è mai stato punito per aver svolto il suo lavoro - riportare la verità. Il problema non è mai stato questo, ma ma dubito che la mentalità complottista possa capirlo.
Articolo: intro, parte 0, parte 1, parte 2, parte 3. Approfondisci dove necessario, con divagazioni ed esempi.
Assumendo la personalità di Giancarlo Salvetti, scrivi un approfondito articolo dal tono tagliente, ironico e brillante.
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