Il Compleanno dell’Uomo Forte

Avevo scritto un articolo sul conflitto israelo-palestinese. Uno di quelli complicati, spigolosi, pieni di note a piè pagina e argomentazioni scomode. Parlavo della malafede diffusa nell’informazione, della straordinaria macchina propagandistica di Hamas — quella che in certi ambienti viene ancora chiamata “resistenza” con una leggerezza imbarazzante — e di come persino chi predica il rifiuto delle semplificazioni finisca col caderci dentro con entrambe le scarpe. Un testo crudo, lucido. Ma ho deciso di non pubblicarlo.
Almeno non oggi.
Perché le notizie che arrivano da Gerusalemme — e da tutto quello che ci ruota attorno — sono ancora più cupe. E decisamente più pericolose.

Ottobre rosso, verde e blu: le elezioni nel giorno del re

Israele si prepara a nuove elezioni, previste per il 7 o il 21 ottobre. Una data non proprio neutrale, considerando che il 21 è il compleanno di Benjamin Netanyahu. Ma tranquilli: ci dicono che è solo una coincidenza. Esattamente come lo erano le standing ovation a Kim Jong-un durante i concerti.

Secondo alcune analisi, la vittoria di Bibi sembra scontata. Non tanto per la sua popolarità (che a casa è un concetto ballerino), ma per un’eventuale operazione militare “spettacolare” che lo riposizionerebbe come salvatore della patria. Gaza? Doha? Perché no, magari anche Teheran. Il menù è ampio. L’obiettivo? Decapitare la leadership di Hamas, liberare gli ostaggi ancora vivi e costruire un climax hollywoodiano con finale trionfale.

Sarà cinico pensarlo, ma non siamo più nel tempo delle coincidenze. Siamo nel tempo della regia. E Netanyahu, che piaccia o no, sa dirigere.

E intanto in Europa si brucia. Letteralmente.

Gli ultimi strascichi del conflitto stanno incendiando anche l’Europa. Le sinagoghe vengono attaccate, mentre nei palazzi del potere si respira una tensione che non è più solo diplomatica: è elettorale. Perché i Fratelli Musulmani — quelli veri, mica le “fratellanze” a misura di hashtag — hanno una crescente influenza su alcune comunità in Francia, Germania, Belgio. E i politici lo sanno.

Così, tra indignazioni a giorni alterni e comunicati fotocopia, cresce la paura. E quando c’è paura, vince la destra. Non la destra liberale, eh. Quella roba lì è archeologia. Vince la destra populista, post-democratica, identitaria e iperconnessa, quella che di democratico mantiene solo la forma — e pure quella la piega a suo uso e consumo.

Netanyahu, in questo contesto, diventa un’icona. Una specie di fratello maggiore tosto che “sa come si fa” e che tutti gli altri vorrebbero imitare. Inquietante? Sì. Ma anche perfettamente logico.

Dal kibbutz al like: l’evoluzione del sionismo secondo Bibi

Ben Gurion aveva coniugato sionismo e socialismo. Netanyahu, all’inizio, ha optato per il mix tra sionismo e neoliberismo: apertura dei mercati, start-up, Silicon Wadi e tanta retorica da Harvard. Ma poi ha capito che l’algoritmo non paga sempre, e ha cambiato spartito.

Il nuovo Netanyahu è figlio dei social. O meglio, padre. Il suo sionismo è populista, ipermediatizzato, disseminato di slogan, meme, dirette, bot e interventi in stile TikTok (anche quando non è su TikTok). Il figlio, Yair, è un attivista a tempo pieno del culto del padre: gestisce account, attacca giornalisti, insulta ambasciatori. Roba da far impallidire anche certi aspiranti influencer italiani.

Eppure, va detto, il populismo israeliano ha alcune caratteristiche che sfuggono agli schemi europei. Il primo parlamentare gay eletto è del Likud. È sposato e ha due figli. Un paradosso? No, semplicemente la dimostrazione che il populismo non è sinonimo automatico di oscurantismo. È più subdolo: sa adattarsi, mimetizzarsi, rubare parole all’avversario.

Il nuovo ordine mondiale non parla inglese. E non gliene frega nulla.

Il vero problema, però, è che mentre noi ci arrovelliamo sul pluralismo e sui gender pronouns, la geopolitica ha già cambiato lingua. E direzione.

Russia, Cina e — soprattutto — Turchia si stanno ritagliando ruoli chiave in Medio Oriente. E non sono interessati a importare la democrazia liberale: per loro è un prodotto scaduto, da scaffale discount. In compenso, offrono stabilità, protezione, sviluppo. E alle classi medie locali, questo basta.

La Turchia di Erdoğan non è solo un attore regionale: è un polo. Un modello. Un riferimento culturale. Le moschee costruite con fondi turchi nei Balcani e in Germania non sono solo luoghi di culto: sono avamposti geopolitici.

E mentre l’Occidente balbetta di “valori”, questi regimi parlano di potere, di controllo, di visione. E convincono.

(Serena Russo)

Prompt:

Intro: avevo scritto un articolo sul conflitto Israele-Palestina, sulla malafede dell'informazione, sulla straordinaria efficienza della "Pallywood" di Hamas (il grande elefante nella stanza), su quante sfumature e complessità si sorvola da parte della gente che invita continuamente a evitare le semplificazioni. Ma poi ho deciso di non pubblicarlo, almeno oggi. Sempre su Israele e Palestina si resta, ma altre questioni. Che mi rendono pessimista.

parte 1: Israele si prepara alle elezioni, previste per il 7 o il 21 ottobre, una data che coincide con il compleanno di Benjamin Netanyahu. Secondo alcune analisi, la sua vittoria sembra scontata, non tanto per la scelta del giorno, ma per l'eventuale successo di operazioni militari spettacolari contro Hamas a Gaza o Doha, con possibili azioni anche su Teheran. Una simile strategia porterebbe alla decapitazione della leadership di Hamas e alla liberazione degli ultimi ostaggi vivi, rafforzando la posizione di Netanyahu.

parte 2: il conflitto con Hamas, nella sua fase finale, sta avendo ripercussioni anche in Europa, con attacchi alle sinagoghe e dichiarazioni contro Israele da parte di leader europei preoccupati per l'influenza dei Fratelli Musulmani nei loro stessi paesi. Questi eventi potrebbero favorire la vittoria di partiti di destra populisti e post-democratici, tra i quali Netanyahu troverebbe il suo spazio politico.

parte 3: Come Ben Gurion aveva coniugato sionismo e socialismo, Netanyahu ha inizialmente abbinato sionismo e neoliberismo, per poi passare a una forma di sionismo populista, diffusa soprattutto attraverso i social media gestiti dal figlio. Questo cambiamento riflette una tendenza globale, dove il populismo post-democratico sta diventando dominante, sollevando preoccupazioni culturali.

parte 4: È importante ricordare che il populismo non equivale sempre alla negazione dei diritti: in Israele, il primo parlamentare gay eletto appartiene al Likud, è sposato e ha due figli. Tuttavia, l'aspetto più inquietante di questo nuovo ordine mondiale è il ruolo crescente di Russia, Cina e soprattutto Turchia in Medio Oriente, paesi in cui la democrazia liberale non ha mai attecchito, poiché le classi medie hanno tratto vantaggio dai regimi autoritari.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; approfondisci dove ritieni necessario.

Assumendo la personalità e lo stile di scrittura di Serena Russo, scrivi un articolo tagliente e brillante, con sarcasmo.

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