Sold out, ma per finta

Negli ultimi anni, il “tutto esaurito” è diventato lo status symbol per eccellenza nel mondo della musica pop e trap: altro che Grammy, dischi di platino o recensioni entusiaste. Oggi, se non metti in piedi uno show sold out – o almeno non lo fai sembrare tale – rischi di essere considerato un dilettante allo sbaraglio. Ma attenti, perché sotto la patina scintillante di successi preconfezionati si cela un meccanismo ben più opaco e deprimente. Un teatrino, a metà tra la farsa e il marketing da discount, che riesce nell’impresa miracolosa di riempire palazzetti… senza pubblico pagante.

Il debutto del bluff

Il copione, come in ogni soap opera di quarta serata, è sempre quello. Un giovane artista – spesso prodotto da un algoritmo e reso celebre da un singolo virale su TikTok o Spotify – viene spinto a “fare il salto”. È l’ora del tour nei palazzetti, magari addirittura negli stadi, perché oggi non si può mica suonare in un club come si faceva un tempo: troppo underground, troppo vero. “Devi dare un segnale forte, far vedere che sei sopra gli altri”, gli dicono. “Devi mostrarti grande, anche se non lo sei”.

E così, via con gli annunci trionfali, post in caps lock, fan page impazzite, interviste dove si parla del “tour evento” come se fosse il nuovo Live Aid. L’entusiasmo, almeno online, è a mille. Poi arriva il momento della verità: l’apertura delle vendite. Ma i biglietti restano lì. Invenduti. Ignorati. Abbandonati come un CD di Gigi D’Alessio in un mercatino dell’usato di Berlino Est.

Il lunedì mattina successivo, arriva la telefonata del promoter, con tono più funerario che manageriale: “Lo stadio è vuoto. Dobbiamo annullare. A meno che…”.
Eh sì, perché c’è sempre una “soluzione”.

I finti pieni (pagati cari)

La soluzione è tanto semplice quanto cinica: riempiamo lo stesso. Non importa se nessuno ha davvero comprato il biglietto, l’importante è che la foto col pubblico pieno venga bene. E allora scatta l’operazione salvataggio: biglietti regalati a pioggia, lanciati come coriandoli tramite contest su Instagram, supermercati, influencer che ne distribuiscono come caramelle all’uscita della scuola. Qualche volta si arruolano comitive scolastiche in gita, ignare di star facendo da scenografia a un fallimento mascherato.

Certo, l’artista può tirare un sospiro di sollievo: il concerto non è stato annullato, le foto sono venute bene, i social applaudono. Ma c’è un piccolo problema: chi paga?
Spoiler: lui.
O meglio, lui e il suo anticipo discografico, il suo cachet promesso ma mai ricevuto, la sua quota di guadagni che evapora nel nulla. Perché riempire artificialmente un palazzetto costa. E tutto quel costo si trasforma in debito. Debito verso l’etichetta, verso l’agenzia, verso il sistema che lo ha pompato e ora lo tiene per le caviglie, penzolante sul baratro.

Alla fine della giostra, l’85% dei guadagni se lo porta via chi ha organizzato il circo. L’artista, se vuole uscire dal contratto, deve prima ripagare il biglietto del giro. L’immagine è salva, certo. Ma la carriera? Quella è in ostaggio, dietro le sbarre dorate di un successo inventato.

La musica è finita (ma il pubblico fa finta di ascoltare)

Questo teatrino del sold out taroccato, ripetuto in loop come una playlist messa su shuffle da un ubriaco, sta lentamente divorando quel poco di credibilità rimasta al settore musicale. Il pubblico – quello vero, non le comparse col braccialetto gratis – comincia a sospettare qualcosa. Perché se sei un artista con un solo singolo conosciuto, e ti ritrovi magicamente a “riempire” un’arena da 12mila persone, o sei l’erede segreto di Freddie Mercury oppure c’è qualcosa che non quadra.

E infatti, i nomi iniziano a girare. Sottovoce, certo. Ma le voci si fanno insistenti. C’è chi dice che Tananai abbia avuto qualche “aiutino” per evitare l’effetto eco durante i primi concerti nei palazzetti. Anche Ariete, che pure ha talento e sensibilità, pare abbia dovuto distribuire biglietti gratis a pioggia per riempire date strategiche. E Tony Effe, guru dell’apparenza e dei Rolex, avrebbe preferito regalare posti piuttosto che ammettere che i fan veri non bastavano. Tutto secondo il copione: facciamo finta che sia pieno, che tutto va bene, che il pubblico è in delirio. Poi si passa all’after-party, e via verso la prossima illusione.

Ma attenzione: non è solo colpa loro. Gli artisti, per quanto vanitosi e avidi di riflettori, sono spesso marionette inconsapevoli di un sistema che premia l’apparenza e punisce la realtà. Un sistema che preferisce spendere milioni per salvare la faccia, piuttosto che investire in musica vera, in palchi piccoli ma sinceri, in carriere costruite con il tempo e la sostanza.

E allora?

Allora niente, si continua a gonfiare. Come palloncini di compleanno a cui nessuno ha detto che la festa è finita. Ma prima o poi, quei palloncini scoppiano. E quando succederà, ci sarà da ridere. O da piangere. A seconda di che parte del palco vi trovate.

Perché la musica, quella vera, non ha mai avuto bisogno di finti pieni. Al massimo, aveva bisogno di amplificatori migliori.

(Luigi Colzi)

Prompt:

Intro: Negli ultimi anni, il fenomeno dei concerti “sold out” è diventato un simbolo di successo per artisti emergenti e affermati. Attenzione però. Spesso, ciò che sembra un trionfo è in realtà una costruzione artificiale, orchestrata da chi gestisce la macchina dello spettacolo.

parte 1: il copione è sempre il solito. Un giovane artista, forte di un singolo virale, viene convinto dal proprio manager o promoter a fare il “grande salto”: un tour nei palazzetti, o addirittura negli stadi. L’obiettivo? Creare l’illusione del successo. “Devi dare un segnale forte, far vedere che sei sopra gli altri”, gli viene detto. E così, parte la campagna social: annunci trionfali, entusiasmo alle stelle, fan in delirio. Ma la realtà è spesso diversa. I biglietti non si vendono. Il pubblico non risponde come previsto. E allora, il lunedì mattina arriva la telefonata: “Lo stadio è vuoto, dobbiamo annullare”. L’artista, spiazzato, si trova davanti a un bivio: affrontare il flop o accettare la “soluzione”.

parte 2: La soluzione è semplice quanto costosa: riempire artificialmente il luogo dell’evento. Biglietti gratuiti, scontati, regalati tramite supermercati, contest, influencer. Tutto pur di salvare la faccia. Ma il prezzo lo paga l’artista, che si ritrova a coprire i costi di un’operazione che non ha mai controllato davvero. In questo modo L’artista resta vincolato a un sistema che lo sfrutta. L’85% dei guadagni finisce nelle mani di chi gestisce la macchina. E se vuole uscire dal contratto, deve prima ripagare tutto. L’immagine è salva, ma la carriera è in ostaggio.

parte 3: Questo meccanismo, apparentemente invisibile, sta minando la credibilità del settore musicale. Gonfiare i numeri, creare illusioni, sfruttare l’ingenuità di chi sogna: tutto questo ha un costo umano e artistico altissimo. Faccio qualche esempio di tour che si vociferi sia stato "gonfiato" come da prassi qui illustrata.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3; esplora approfonditamente tutto quanto è emerso.

Assumendo la personalità di Luigi Colzi, scrivi un articolo, usando un tono sarcastico e arguto.


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