Philippe Daverio e il Declino dell’Interesse Pubblico

Che gran cosa YouTube. Ti permette di vedere contributi brillanti che ti erano sfuggiti. E non sto parlando solo del concerto di Duke Ellington alla Casa Bianca (che resta un’esperienza mistica, altro che Spotify) o di GG Allin che fa cose indicibili all’indirizzo dei suoi malcapitati fan (esperienza mistica pure quella, ma per motivi opposti). No, oggi parliamo di un’altra perla di saggezza riscoperta fra un tutorial su come diventare influencer in 48 ore e l’ennesimo video reaction di uno che scopre che i Beatles esistono: Philippe Daverio, mai troppo rimpianto.

Ora, Daverio — che portava le giacche come un dadaista e ragionava come un illuminista col vizio dell’ornamento — diceva una cosa acuta: non siamo più nell’epoca delle avanguardie. Ma dai. Davvero? Nessuno se n’era accorto, soprattutto dopo che le ultime avanguardie sono finite nei musei e i loro eredi spirituali su Instagram a vendere NFT di scimmie pixellate.

Ma la parte interessante arriva dopo. Secondo il nostro dandy alsaziano, siamo entrati nell’epoca neotribunizia. Che detta così sembra una malattia venerea del tardo Impero, e forse un po’ lo è. Un’epoca in cui la creatività non nasce più dai grandi movimenti collettivi, ma da piccole élite — cerchie ristrette di individui colti, ossessivi e spesso antipatici — che riescono però, grazie alla potenza della comunicazione contemporanea, a far giungere le loro intuizioni anche al di fuori del proprio circolo. Ma attenzione: questo avviene o tramite la voce dei “tribuni” (demagoghi, populisti, influencer con l’anello al naso) oppure grazie all’efficacia stessa del messaggio artistico, quando riesce a bucarti la retina anche se stai scrollando mentre sei in coda al supermercato.

Ora, diciamolo: Daverio non era scemo. Suona tutto molto ragionevole. L’arte oggi è faccenda per piccoli club, come certi locali jazz che aprono solo dopo mezzanotte e solo se conosci la parola d’ordine. E se sei fortunato, un “tribuno” la intercetta, la spara nel flusso globale e — chi lo sa — magari perfino tua zia la vede su TikTok.

Ma — e qui sta il punto — è anche una lettura tremendamente insoddisfacente.

Perché questo schema “élite produce, tribuno amplifica, pubblico riceve” sembra funzionare benino in teoria, salvo dimenticare un dettaglio trascurabile: alla gente non frega niente. Il pubblico oggi non è più neanche passivo: è ostile. Se qualcosa ha un profumo vago d’intelligenza, viene immediatamente scambiato per snobismo, elitismo, peggio ancora: complessità.

La verità è che le élite producono ancora, e anche bene — c’è chi scrive dischi, dipinge, pensa, reinventa. Alcuni tribuni, bontà loro, amplificano: ci sono YouTuber che parlano di arte, tiktoker che recitano Pasolini (con la faccia da baby George Clooney, ma tant’è). Ma il ciclo si spezza nell’ultimo anello: quello del destinatario. Non perché manchino i mezzi per accedere, ma perché manca il desiderio. L’interesse. La fame, o anche solo la curiosità.

Siamo nella società più accessibile e alfabetizzata della storia, eppure il sogno dell’arte per tutti è stato rimpiazzato dal binge watching della mediocrità. I contenuti ci sono, le vie di accesso pure. Ma se il pubblico preferisce sentirsi dire che “la musica serve solo per ballare” da uno con l’autotune sparato a 12, allora tutta la raffinata teoria di Daverio cade come un soufflé nel microonde.

E qui arriva il paradosso. Le élite non parlano più a una massa in attesa, ma a un’eco-camera di altri ossessionati, mentre i tribuni — salvo rare eccezioni — sono più interessati a vendere profumi su Instagram che a diffondere cultura. E il pubblico? Sta cercando il prossimo trend da inseguire per un quarto d’ora, prima di dimenticarsene con la stessa velocità con cui dimentica chi ha vinto X Factor lo scorso anno (spoiler: nemmeno i parenti del vincitore se lo ricordano).

In fondo, come diceva Daverio, l’arte ha bisogno di luoghi, linguaggi e rituali condivisi. Oggi abbiamo solo luoghi virtuali, linguaggi appiattiti e rituali che sembrano usciti da un corso accelerato di branding personale. E l’arte? Quella vera, con la “A” maiuscola? C’è ancora, certo. Ma la sua voce è flebile. Parla piano, mentre intorno urlano in troppi, spesso senza sapere neanche che cosa stanno dicendo.

Perciò sì, grazie YouTube. Grazie per avermi ricordato che esisteva uno come Daverio, capace di parlare di arte e società senza sembrare un predicatore o un pubblicitario. E grazie per avermi confermato che, al netto di élite e tribuni, quello che manca davvero oggi è un pubblico che voglia ascoltare.

(Luigi Colzi)

Prompt:

Intro: che gran cosa YouTube. Ti permette di vedere contributi brillanti che ti erano sfuggiti. E non sto parlando solo del concerto di Duke Ellington alla Casa Bianca o di GG Allin che fa cose indicibili all'indirizzo dei suoi malcapitati fan. Parlo di Philippe Daverio, mai troppo rimpianto.

parte 1: Secondo Daverio non siamo più nell'epoca delle avanguardie (e fin qui non ci piove) bensì siamo "nell'epoca neotribunizia" e delle elite, in cui la creatività nasce in piccolissimi gruppi (elitari) ed è capace di esercitare influenza nella società o attraverso la voce dei "tribuni" (demagoghi, diremmo noialtri) o attraverso la potenza stessa della comunicazione e la sua capacità di far arrivare ciò che è prodotto in alcune elite anche al di fuori del gruppo elitario stesso.

parte 2: Suona ragionevole ma anche, al tempo stesso, insoddisfacente.

parte 3: vi aggiungo la mia spiegazione del perché. Ovvero che le "elite" possono produrre (e lo fanno) grande arte, qualcosa può anche essere diffusa dai tribuni, ma alla gente non frega comunque nulla.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3; esplora approfonditamente tutto quanto è emerso.

Assumendo la personalità di Luigi Colzi, scrivi un articolo, usando un tono sarcastico e arguto.

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