
La nostra (la mia!) avversione per Donald Trump va oltre il semplice bias politico. Riflette una realtà più profonda: Trump è il sintomo di una rivoluzione mediatica senza precedenti, paragonabile solo all’invenzione della stampa. Marshall McLuhan lo aveva spiegato meglio di chiunque: il medium non è un canale neutro, è esso stesso messaggio. E Trump è il primo leader occidentale che ha saputo incarnare un medium – i social – fino a diventarne un’estensione vivente. Come ha notato Moisés Naím, non è un caso isolato: è parte di un assalto globale ai pilastri democratici, alle costituzioni, alle istituzioni indipendenti, agli accordi internazionali. Un assalto che non si presenta mai per quello che è, ma si traveste di legittimità popolare.
Di fronte a questa erosione, le argomentazioni razionali e basate sui dati si sono rivelate armi spuntate. I fatti, gli scandali, le analisi complesse non scalfiscono la base trumpiana – e noi italiani, con Berlusconi prima e il M5S poi, abbiamo fatto da laboratorio a questo fenomeno. L’idea che la verità, da sola, trionfi alla lunga, è stata smontata pezzo dopo pezzo. È in questo contesto che emerge Gavin Newsom, governatore della California, con una strategia radicalmente diversa: combattere Trump con le stesse armi di Trump. Su X ha lanciato una contro-campagna che ne parodizza lo stile: iperboli, soprannomi da scuola media (“Taco Trump”), maiuscole gridate, un’ironia sferzante che prende di mira non le idee, ma la costruzione stessa del personaggio. Risultato? Engagement alle stelle, +50%. E un punto di non ritorno.
Perché se non puoi convincere con la ragione, ridicolizzi. Se la propaganda funziona, rispondi con una contro-propaganda ancora più spinta. Newsom non perde tempo a smentire fake news: le amplifica fino al grottesco, trasformandole in barzellette. Il finto Nobel per la pace a Trump per aver “terminato sei guerre” è l’esempio perfetto: non lo smonti, lo trasformi in un meme che circola più veloce della menzogna originale.
Il rischio, naturalmente, è triplice: banalizzare il dibattito, normalizzare la propaganda, polarizzare ulteriormente la discussione pubblica. Ma per Newsom è una scommessa necessaria. In un ecosistema mediatico dove l’emotività batte la razionalità con un margine imbarazzante, il ridicolo diventa l’ultima arma disponibile. Una forma di guerriglia culturale: meno nobile della dialettica, ma più efficace della conferenza stampa.
La domanda resta: si può vincere una battaglia di propaganda senza perdere l’anima democratica? Forse no. Forse la politica, anche quando vince contro Trump, esce trasformata, spinta verso lo spettacolo e la semplificazione tossica. Eppure, tra il rischio di diventare caricatura di sé stessa e quello di lasciar campo libero all’autocrate di turno, la scelta appare meno drammatica di quanto sembri.
Io, che pure continuo a credere che i dati abbiano una loro ostinata dignità, mi accorgo di essere sempre più attratta dalla capacità corrosiva della satira. Non è elegante, non è sobria, non è “da signora perbene”. Ma se serve a smascherare il re nudo, allora ben vengano i meme, persino quelli più grossolani. Alla fine, l’ironia è l’ultimo lusso che ci resta in democrazia (rima!).
(Emma Nicheli)
Prompt:
intro: La nostra (la mia!) avversione per Donald Trump va oltre il semplice bias politico. Riflette una realtà più profonda: Trump è il sintomo di una rivoluzione mediatica senza precedenti, paragonabile solo all'invenzione della stampa. Faccio un discorso su Marshall McLuhan, il media e il messaggio. Come analizzato da Moises Naím, non è un caso isolato ma parte di un assalto globale ai pilastri democratici - Costituzioni, istituzioni indipendenti, accordi internazionali - erosi dall'interno da forze che si mascherano da democratiche.
parte 1: Di fronte a questa erosione, le argomentazioni razionali e basate sui dati si sono rivelate inefficaci. I fatti, gli scandali, le analisi complesse non scalfiscono la base trumpiana - in Italia ne siamo stati precursori con Silvio Berlusconi e soprattutto col M5S (per quanto mi riguarda, quest'ultimo è il peggio del peggio). È in questo contesto che emerge la controffensiva di Gavin Newsom, governatore della California. Newsom ha capito che per combattere Trump, bisogna usare le sue stesse armi. Ha lanciato una controcampagna su X che parodizza lo stile trumpiano: toni iperbolici, nickname denigratori ("Taco Trump"), messaggi in MAIUSCOLO che sfottono la costruzione dell'immagine di superuomo. La strategia funziona - ha generato un aumento del 50% nell'engagement - ma segna un punto di non ritorno.
parte 2: Se non puoi convincere con la ragione, ridicolizzi. Se la propaganda funziona, rispondi con una contro-propaganda ancora più tagliente. Newsom non nega le fake news; le amplifica fino al grottesco per smascherarne l'assurdità. La parodia del Nobel per la pace a Trump per "aver fatto terminare sei guerre" è emblematica: invece di smentire, trasforma la balla in una barzelleta virale.
parte 3: Il rischio è triplice: banalizzare il dibattito, normalizzare la propaganda, polarizzare ulteriormente il discorso pubblico. Ma per Newsom è una scommessa necessaria: in un ecosistema mediatico dove l'emotività batte la razionalità, il ridicolo può essere l'ultima arma rimasta.
parte 4: La domanda cruciale resta: si può vincere una battaglia di propaganda senza perdere l'anima democratica? La strategia Newsom suggerisce che forse no, ma che in tempi di emergenza democratica, il fine può giustificare mezzi che un tempo sarebbero stati inaccettabili. Il pericolo più grande è che, anche vincendo, la politica esca trasformata per sempre in direzione dello spettacolo e della semplificazione tossica.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; approfondisci dove necessario.
Assumendo la personalità di Emma Nicheli, scrivi un articolo approfondito, con tono serio ma gradevole, non privo di una certa ironia.
Scopri di più da Le Argentee Teste D'Uovo
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.