
Domanda dalle mille risposte. La mia, da oltre quarant’anni, è ormai chiara: The Record dei Fear. Per lo meno nei giorni dispari. E se vi sembra una scelta capricciosa, allora non avete ancora ascoltato un disco che ti prende per il bavero e ti scuote fino all’ultimo nervo, poi ti lascia a terra con un sorriso beffardo.
Lee Ving e la strana bellezza della ferocia controllata
I Fear non erano dei burattini del caos né dei ragazzotti arrabbiati con la grammatica musicale. Erano guidati da Lee Ving, presenza scenica tossica e magnetica insieme, una voce che più che urlare sputava catrame soul: molto più Wilson Pickett che Joey Ramone, per capirci. Non è un dettaglio secondario. In un panorama dove la ruvidità spesso confondeva rabbia con improvvisazione, Ving portava timbro, fraseggio e – cosa rara nel punk dell’epoca – presenza vocale “nera”, scavata nella tradizione del rhythm & blues.
Tecnicamente la band non era da meno. Qui non parliamo di tre accordi e niente altro: i Fear suonavano serrati, precisi, feroci con una tecnica che dava struttura al collasso. Era, insomma, caos organizzato: la differenza tra uno sputo ben piazzato e una cascata di saliva casuale. Per Lee Ving quello che veniva chiamato “punk” fino ad allora (specialmente la scena inglese) spesso suonava come un pesce d’aprile permanente — con i Fear l’asticella si alzò, e parecchio.
The Record: brevità che uccide, ironia che ferisce
Prendete The Record. Brani esplosivi, spesso brevissimi, che non perdono tempo a spiegare nulla: entrano, colpiscono e se ne vanno. Ma attenzione: brevità non è superficialità. Quello che i Fear confezionano è un punk compresso, come un pugno in una scatola di metallo. Ogni pezzo è calibrato: ritmo serrato, assoli brevi e fulminanti, nessuna banalità.
I testi sono cinici, volutamente offensivi, politically incorrect — e lo fanno con intelligenza: colpiscono la società borghese in “Let’s Have a War”, deridono certi gusti estetici in “New York’s Alright If You Like Saxophones”, celebrano la violenza urbana con “I Love Living In The City” e ostentano indifferenza con “I Don’t Care About You”. Non è retorica di protesta: è presa in giro, è farsi beffa di tutto ciò che pretende gravità. Il punk dei Fear è satira corrosiva, carne messa a cuocere sul fornello della rabbia, e il sapore è amaro e gustoso insieme.
Lo SNL che diventa leggenda (e che insegna tutto sul punk)
Il 31 ottobre 1981, grazie all’amicizia con John Belushi, i Fear suonarono al Saturday Night Live. È uno di quei momenti televisivi che valgono una vita: fans invasero il palco, si generarono mosh, si distrussero scenografie — la NBC in tilt in diretta nazionale. Non era trash spettacolare: era la plastica dell’americanità che si rompeva sotto la pressione di un’irruenza autentica.
Quel che conta non è solo lo spettacolo: è l’idea. In un medium costruito per controllare e incorniciare, i Fear portarono l’imprevisto, l’incontrollabile. È stato un atto politico tanto quanto estetico: dimostrò che il punk poteva prendere possesso di spazi consolatori e scompigliarli, trasformando il palcoscenico in campo di battaglia. Più che una partecipazione, fu una lezione: il punk non si adatta al formato.
Cinici, non moralisti; la filosofia (mancante) del messaggio
I Fear non sono i Crass né i Dead Kennedys: non vogliono costruire teorie politiche o impartire lezioni intellettuali. Sono i cinici del punk. La loro filosofia più profonda — se di filosofia si può parlare — è che non c’è filosofia. Il mondo è una farsa rumorosa: violento, ipocrita, sfacciatamente ridicolo. La reazione onesta è prendersi gioco di tutto, rifiutare la solennità e restare fedeli al proprio disincanto.
Questo atteggiamento è importante perché smonta la pretesa che un artista debba sempre essere un legislatore morale. I Fear non vogliono salvarvi l’anima; vogliono farvi ridere mentre vi prende il mal di stomaco. È un punto di vista che infastidisce: perché mette in crisi la narrativa secondo cui la musica “impegnata” debba necessariamente entrare in un vocabolario di buone pratiche politiche. I Fear sfidano questa pretesa con il sarcasmo come unica arma seria.
Cosa dovrebbe fare una band oggi per essere “alla Fear”?
Se volete essere la versione 2.0 dei Fear (senza scimmiottarne l’estetica), ecco qualche ricetta — non regole sacre, ma indicazioni:
- Sfidare il Contemporaneo
Non adattatevi ai gusti temporanei. L’arte che urla troppo per piacere alla timeline non urla affatto; imparate a parlare fuori dal coro. - Sviluppare un’Attitudine Inclassificabile e Scomoda
Essere inclassificabili è la nuova ribellione. Mescolate influenze, rompete le aspettative. Se siete prevedibili, siete già fuori dal gioco. - Competenza Musicale Brutale
Per fare rumore vero servono mani, orecchio e mestiere. La furia senza abilità è soltanto rumore. I Fear avevano tecnica: usatela a fin di bene (o di male). - Creare Eventi, Non Solo Concerti
Costruite momenti che siano esperienze totali: il palco deve essere un campo di forze, non una scenografia neutra. Fate accadere qualcosa di imprevedibile. - Sfruttare i Media… poi sputargli addosso
Usate i media per entrare nel mondo, ma non lasciate che vi addomestichino. La lotta contro l’appropriazione è quotidiana: entrate nei giochi e poi rompete le regole. - Sfide Impossibili al Contesto Culturale
Non cercate un “nemico” comodo o costruito: cercate di essere così autentici da risultare scomodi. La vera controversia nasce quando non puoi catalogarti né ricondurti a logiche mercificate.
Perché The Record rimane ancora il migliore (nei giorni dispari)
The Record non è il miglior disco punk perché è il più brutale o il più politicamente scorretto: lo è perché incarna una coerenza feroce tra suono, atteggiamento e visione del mondo. È un disco che non chiede permessi, non spiega motivazioni, non pretende conversioni: ti prende e ti lascia con la consapevolezza che, in fondo, la verità può anche essere comica e cattiva.
Se volete una morale, eccola: il punk non deve essere sempre serio per essere importante. A volte deve soltanto essere sincero, sporco e divertente. E se vi sentite moralmente offesi, ricordate che la miglior medicina è mettere su The Record, alzare il volume e lasciare che Lee Ving vi ricordi che, ogni tanto, la musica deve prima di tutto farvi sentire vivi — anche se è scomodo, anche se vi mette a disagio. E se vi avanza qualcosa, potete sempre ascoltarlo anche nei giorni pari: non si sa mai, potreste cambiare idea.
(Luigi Colzi)
Prompt:
Intro: Qual è il miglior disco punk di ogni tempo? Domanda dalle mille risposte. La mia, da oltre quarant'anni, ormai è chiara: "The Record" dei Fear. Per lo meno nei giorni dispari.
parte 1: i Fear erano guidati dal carismatico e caotico Lee Ving (voce), un personaggio dalla presenza scenica feroce e con una voce potente e "nera" (molto più Wilson Pickett che Joey Ramone, per intendersi), insolita per il punk hardcore dell'epoca. La band era tecnicamente molto abile, un altro dettaglio che li distingueva da tutti gli altri. Per Lee Ving, tutto ciò che era considerato punk fino a quel momento era uno scherzo adolescenziale, soprattutto i gruppi inglesi. Con i Fear voleva alzare l'asticella.
parte 2: prendiamo "The Record". I brani sono esplosioni di energia, spesso brevissimi, ma suonati con una tecnica invidiabile. Non è caos indiscriminato, è caos organizzato. I testi sono cinici, oscuramente umoristici, politically incorrect e mirano a colpire qualsiasi cosa: la società borghese ("Let's Have a War"), le sottoculture rivali ("New York's Alright If You Like Saxophones"), la violenza urbana ("I Love Living The City"), compiaciuta indifferenza per il degrado ("I Don't Care About You").
parte 3: Forse l'evento più famoso legato ai Fear. Il 31 ottobre 1981, grazie all'amico e fan John Belushi, i Fear suonarono al Saturday Night Live. Il caos che ne seguì è leggendario: i loro fan hardcore invasero il palco, mosse pit, distrussero le scenografie e la band suonò brani come "Let's Have a War" e "New York's Alright..." in diretta nazionale, mandando in tilt la NBC. Fu uno dei momenti più punk della storia della televisione.
parte 4: I Fear non sono i Crass (anarchici filosofici) né i Dead Kennedys (satirici, politici, intellettuali). Sono i cinici del punk. Il loro messaggio più profondo è che non c'è un messaggio profondo: il mondo è un posto folle, violento e ipocrita, e l'unica risposta onesta è prenderlo in giro, rifiutarsi di prenderlo sul serio e andare avanti per la propria strada, distruggendo tutto ciò che si frappone, comprese le aspettative del loro stesso pubblico.
parte 5: Cosa dovrebbe fare un gruppo oggi per essere come loro? Sfidare il Contemporaneo, Sviluppare un'Attitudine Inclassificabile e Scomoda, avere Competenza Musicale Brutale, Creare Eventi, non Solo Concerti,; Sfruttare i Media, poi Sputargli Addosso; Sfide Impossibili da Superare per Il Contesto Culturale e La Mancanza di un "Nemico" Reale.
Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; esplora approfonditamente tutto quanto è emerso.
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