
Mentre a New York si festeggia la vittoria democratica, con la stessa euforia con cui a Manhattan si applaude il finale di Hamilton, e mentre in Virginia e in New Jersey il Partito Democratico incassa una serie di successi che suonano come una sberla all’America trumpiana, io vorrei invece rivolgere lo sguardo altrove. Non alle urne, ma a un’ombra. Quella di un uomo che ha segnato un’epoca e che ci ha appena lasciati: Dick Cheney. Per molti era “Darth Vader” — e lui, con il suo tipico sarcasmo da falco, ne andava quasi fiero.
Avevo già detto, e lo ripeto oggi con più convinzione, che i neocon erano molto meglio dei MAGA. Perché almeno avevano una visione. Cinica, discutibile, ma coerente. I secondi, invece, non hanno nemmeno quello: solo rancore e ignoranza mascherati da patriottismo. Cheney, nel bene e nel male, rappresentava il potere pensante. L’uomo che non cercava il consenso, ma lo manovrava.
La sua vita travalica i normali confini della politica americana. Era il simbolo di una generazione che credeva ancora nella forza delle istituzioni, e nella necessità di difenderle con ogni mezzo. L’11 settembre 2001, mentre il presidente Bush era in volo sull’Air Force One, fu Cheney, nell’ombra, a prendere il comando effettivo della nazione. Fu lui a dare l’ordine di abbattere gli eventuali aerei di linea dirottati, sapendo perfettamente che a bordo c’erano civili. Una decisione terribile, ma che riassume la sua filosofia: il potere non è una medaglia, è un fardello. E qualcuno deve pur caricarselo sulle spalle.
Da quella logica nacque tutto il resto. Fu l’architetto principale dell’intervento in Afghanistan, la mente dietro la pressione su Bush per invadere l’Iraq. Gli storici potranno discutere all’infinito sulle armi di distruzione di massa, sulle prove manipolate, sulle bugie di Stato. Ma per Cheney la questione era più semplice: la minaccia esisteva, dunque si doveva agire. Era il realismo politico portato all’estremo: non esistono verità assolute, solo decisioni necessarie.
Nel suo universo morale, il potere esecutivo doveva disporre di strumenti straordinari per fronteggiare minacce straordinarie. Da questa convinzione nacquero i “metodi di interrogatorio avanzati” sui sospetti terroristi — un eufemismo per dire tortura — e la difesa ad oltranza di Guantánamo. Scelte inaccettabili per molti, ma per lui perfettamente coerenti: se la Repubblica deve sopravvivere, le mani del potere non possono restare pulite. È il vecchio dilemma di Tucidide, riproposto nel XXI secolo: meglio una democrazia spaventata o una Repubblica in rovina?
Cheney non era un uomo di popolo. Non gli interessava piacere, non cercava like né applausi. Quando gli fecero notare che due terzi degli americani erano contrari alla guerra in Iraq, rispose con un gelido: “Quindi?”. In quell’unica parola si condensa un’intera concezione del potere: lo statista decide, il popolo commenta. Una frase che oggi, nell’era della politica social e del governo a colpi di sondaggi, suona quasi aliena.
Il crepuscolo di Cheney è la beffa della storia. L’uomo che aveva incarnato il volto più duro e intransigente del potere repubblicano si trovò a considerare Donald Trump la più grave minaccia per la democrazia americana. Un paradosso solo apparente: per quanto spietato fosse, Cheney credeva nello Stato, nelle regole, nella catena di comando. Trump, invece, rappresentava il caos vestito da patriota. Pochi giorni prima dell’assalto a Capitol Hill, Cheney consegnò alla figlia Liz, allora deputata, un messaggio lapidario: “Difendi la Repubblica.” L’ultimo ordine del vecchio falco.
Io non nego il fascino di una figura del genere. Era un adult in the room, come direbbero a Washington: uno che non scappava di fronte alla realtà. Cinico, sì. Ma anche lucido, capace di tenere il timone in mezzo alla tempesta. Un uomo che oggi si sarebbe trovato in rotta di collisione tanto con i MAGA quanto con il populismo di sinistra newyorkese.
E forse è questo il punto: Cheney rappresentava un mondo che, pur nei suoi abissi morali, aveva ancora una bussola. Sapeva cosa difendere, e perché. Oggi la politica americana – e non solo quella – sembra aver perso quel senso del dovere, sostituendolo con l’ossessione per la popolarità e l’istante.
In tempi come questi, forse serve ricordare che il male più pericoloso non è il potere corrotto, ma il potere vuoto. E, piaccia o no, Dick Cheney il vuoto non lo ha mai conosciuto.
(Francesco Cozzolino)
Prompt:
Intro: mentre si festeggia la vittoria democratica a New York, in Virginia e in New Jersey, una indubbia batosta per Trump e i MAGA, io vorrei dedicare a qualche riga a chi ci ha appena lasciati, proprio per segnare la differenza. Parlo di Dick Cheney, detto da molti Darth Vader, cosa su cui pure lui stesso amava scherzare. Avevo già detto che i neocon erano molto meglio dei MAGA, lo voglio ribadire analizzandone la figura più emblematica.
parte 1: quella di Dick Cheney è un'esistenza che travalica i normali confini, capace di resistere allo scorrere del tempo e di imprimersi nella storia. Il suo carattere, pragmatico fino al cinismo, si formò nel crogiolo dell'11 settembre. Mentre il Presidente Bush era a bordo dell'Air Force One, fu Cheney, nell'ombra, a prendere il comando. Autorizzò personalmente i caccia americani ad abbattere gli aerei di linea dirottati, una decisione terribile che rifletteva la sua filosofia: accettare il peso di scelte che altre spalle non avrebbero potuto sopportare.
parte 2: Questa stessa logica ispirò le sue successive battaglie: fu l'architetto principale della pressione su Bush per invadere l'Afghanistan e, successivamente, tra i più fermi sostenitori della guerra in Iraq. Anche di fronte alla mancanza di prove sulle armi di distruzione di massa, non avrebbe mai messo in discussione quella scelta.
parte 3: La sua visione era chiara: di fronte a una minaccia esistenziale, il potere esecutivo deve disporre di strumenti straordinari. Da questa convinzione nacquero le tecniche di interrogatorio aggressive sui sospetti terroristi e la difesa a oltranza del campo di Guantánamo. Per Cheney, il fine - la sicurezza nazionale - giustificava i mezzi.
parte 4: Uomo di potere ma non di popolo, disprezzava le fluttuazioni dell'opinione pubblica. Alla notizia che due terzi degli americani si opponevano alla guerra in Iraq, la sua risposta fu un lapidario: "Quindi?". Il suo crepuscolo politico riserva una profonda ironia della storia. L'uomo che aveva impersonato l'establishment repubblicano più duro si è trovato a vedere in Donald Trump la più grande minaccia per la Repubblica. In un emblematico passaggio di consegne, pochi giorni prima dell'assalto a Capitol Hill, l'anziano statista esortò la figlia Liz, allora congresswoman, con una frase che riassume la sua intera vita: "Difendi la Repubblica".
parte 5: non nego il fascino suscitato da una figura del genere - un vero e proprio "adult in the room". E in quanto tale, decisamente avverso ai MAGA. E, credo, pure al populismo di sinistra newyorkese.
Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisci dove ritieni necessario.
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