
Se organizzassi un evento culturale, non inviterei chi diffonde narrative allineate con la propaganda del Cremlino. Così come non inviterei astrologi o sostenitori di teorie complottiste antiscientifiche. Non si tratta di censura, ma di una libera scelta responsabile.
Ogni palco, ogni conferenza, ogni spazio pubblico è una forma di fiducia: verso chi parla, verso chi ascolta, verso il valore della conoscenza condivisa. E la fiducia, oggi, è forse la risorsa più preziosa — e fragile — che abbiamo.
Negli ultimi anni ho osservato con crescente inquietudine come certi discorsi si intreccino tra loro in modo quasi perfetto.
Chi promuove le narrazioni di Putin spesso diffonde anche bufale sui vaccini, teorie del complotto sull’immigrazione o un antieuropeismo viscerale. Non è una coincidenza.
Dietro queste retoriche si nasconde un disegno preciso: minare la fiducia. Non in una singola istituzione o in una singola scelta politica, ma nella possibilità stessa di credere in qualcosa.
È un’operazione lenta, sottile, che lavora sull’incertezza e la amplifica. Ogni volta che qualcuno dice “tanto non possiamo sapere la verità”, quella macchina ha fatto un piccolo passo avanti.
Durante la pandemia, abbiamo imparato quanto sia facile confondere libertà di espressione con diritto all’improvvisazione. Ricordo ancora certe trasmissioni televisive dove virologi, opinionisti e “esperti” improvvisati si alternavano sullo stesso palco, come se un decennio di ricerca scientifica e un video su Facebook avessero lo stesso peso.
Oggi accade lo stesso con la guerra, con la scienza, con l’Europa. Si mescolano verità, mezze verità e falsità con un’abilità retorica tale da rendere difficile distinguere l’una dalle altre. Ma il punto non è convincere qualcuno: è confondere tutti.
E quando tutto appare confuso, quando la differenza tra fatti e opinioni si dissolve, il terreno è pronto per l’autoritarismo.
Una società che non sa più a chi credere diventa vulnerabile.
La fiducia — quella che tiene insieme la scienza, il giornalismo, la democrazia — è come una rete sottile: invisibile, ma indispensabile. Quando si strappa, non c’è rumore di rottura, solo un lento precipitare nel sospetto reciproco.
E in quel sospetto, chi è più cinico o più potente trova sempre spazio per dominare.
Per questo non considero “chiudere il dibattito” il fatto di non concedere un palco a certe narrazioni.
Anzi, è proprio per difendere il dibattito che a volte serve dire di no. Un dibattito sano ha bisogno di voci diverse, sì, ma tutte ancorate a un minimo comune denominatore di verità e buona fede.
Chi invece usa la parola solo per disorientare, per inquinare, per alimentare sfiducia, non vuole dialogare: vuole distruggere il linguaggio stesso del confronto.
I casi di Pisa e Torino, con gli incontri sulla cosiddetta “Russofobia” annullati dopo le polemiche, mostrano tutta la fragilità del nostro tempo.
Da un lato, la tentazione di lasciare parlare chiunque, in nome della libertà. Dall’altro, la reazione indignata e tardiva, che arriva solo quando l’errore è già stato commesso.
Permettere un evento e poi ritrattare non è un segno di forza, ma di incertezza. Eppure anche cancellare non basta. La vera sfida è culturale: imparare a distinguere tra il pluralismo e la legittimazione della menzogna.
Attaccare le idee, smontarle, mostrare con chiarezza dove sono deboli, dove tradiscono la realtà: questa dovrebbe essere la risposta. Ma richiede preparazione, coraggio e senso civico.
E forse è proprio questo che oggi manca di più.
Difendere il sapere non significa costruire muri, ma creare anticorpi.
Educazione, spirito critico, verifica delle fonti: sono questi i nostri strumenti.
Solo una società che sa farsi domande può riconoscere quando le risposte sono costruite per manipolare.
La libertà di parola è un diritto prezioso, ma ancora più preziosa è la responsabilità di chi la esercita.
E se a volte decidiamo di non offrire un palco a chi ne fa un’arma, non stiamo chiudendo la bocca a nessuno: stiamo proteggendo la possibilità stessa di parlarci, di capirci, di crescere insieme.
(Giulia Remedi)
Prompt:
intro: Se organizzassi un evento culturale, non inviterei chi diffonde narrative allineate con la propaganda del Cremlino. Così come non inviterei astrologi o sostenitori di teorie complottiste antiscientifiche. Non si tratta di censura, ma di una libera scelta responsabile.
parte 1: È un fenomeno sempre più visibile: chi promuove le narrazioni di Putin spesso è attivo anche su altri fronti, come le bufale sui vaccini, le teorie del complotto sull'immigrazione o un antieuropeismo di principio.
parte 2: L'obiettivo di questa macchina della disinformazione, che a volte coinvolge anche accademici, non è solo convincere su un singolo tema. È più subdolo: creare confusione e erodere la fiducia nelle istituzioni, nel giornalismo e nella scienza.
parte 3: Una società che non sa più a chi credere e non si fida di nulla è il terreno ideale per l'autoritarismo. Scegliere di non offrire un palazzo a certe narrazioni non è chiudere il dibattito, è proteggerlo da chi vuole solo distruggere le basi stesse del discorso pubblico.
parte 4: Chiaramente organizzatori e relatori degli incontri sulla "Russofobia" a Pisa e Torino, appena annullati, fanno le vittime, ed è qui che il problema si fa spinoso: permettere l'incontro e poi ritrattare non è bello, come non lo è censurare. Attaccare le idee e mostrarne inconsistenza e falsità sì. Ed è quei che l'Italia si mostra fragile, vulnerabile, e ben poco disposta a dare segnali incoraggianti.
Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisci dove necessario.
Assumendo personalità e stile di scrittura di Giulia Remedi, scrivi un Articolo. Usa un tono coinvolgente, diretto, e accattivante. Rendilo immersivo.
Scopri di più da Le Argentee Teste D'Uovo
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.