IL KO del Buonsenso

Pratico boxe e kickboxing da una vita. Mi piacciono. Mi divertono. Mi tengono in forma. Ma soprattutto educano: a stare al proprio posto, a capire che ogni mossa ha una conseguenza, che il rispetto non è una posa ma una necessità, e che le regole non sono un fastidio bensì la cornice entro cui misurarsi davvero, alla pari. Sono un buon dilettante, nulla più. E sì, lo ammetto senza vergogna: detesto i fenomeni improvvisi, quelli che fino a cinque minuti prima nessuno sapeva chi fossero e che all’improvviso “salvano” uno sport. Mi si direbbe un gatekeeper. Può darsi. Ma quando Netflix ti piazza sotto il naso Jake Paul contro Anthony Joshua, e tu l’abbonamento già ce l’hai, la curiosità vince.

E allora guardi. E capisci che il match è l’ultima cosa che conta.

Parliamo di massimi sistemi. La boxe, da sempre, è uno specchio della società. È il sogno democratico per eccellenza: non servono attrezzi, non servono pedigree, servono disciplina e una certa disponibilità a soffrire. È stata una via di fuga per poveri, emarginati, disperati. Allo stesso tempo, però, è sempre stata terra di nessuno: affari opachi, promoter senza scrupoli, regolamenti elastici come gomma da masticare. Oggi quello specchio ci rimanda un’immagine nuova e più inquietante. Jake Paul contro Anthony Joshua, Andrew Tate contro Chase DeMoor, non sono eventi sportivi. Sono radiografie culturali. Parlano di noi, non dei pugni.

Questi incontri sono spettacoli puri. Non sport, non competizione, ma contenuto. Oggetti progettati a tavolino per generare clip, discussioni, meme, indignazione e milioni di visualizzazioni. Jake Paul non è un pugile: è un imprenditore della visibilità. Ha usato la boxe come un certificato di legittimità, sapendo benissimo che prima o poi sarebbe arrivato il conto. E infatti la sua sconfitta non è stata un fallimento, ma il prodotto finale. Il pubblico voleva quello: vederlo cadere. Stesso discorso per Andrew Tate. La celebrazione collettiva della sua sconfitta non ha nulla a che fare con il ring. È una catarsi sociale: il desiderio di vedere umiliata un’ideologia tossica fatta di machismo da discount, misoginia e violenza verbale spacciata per forza.

La boxe vera, quella autentica, sopravvivrà anche a questo. Perché richiede ancora sacrificio, dolore, e conseguenze reali. Non puoi bluffare per sempre quando qualcuno ti colpisce sul serio. Ma questi eventi pongono una domanda scomoda: che mondo è quello che trasforma uno YouTuber con tredici incontri in un volto dello sport? Che sistema è quello che rende una rissa tra influencer un evento globale, commentato come se fosse Ali contro Foreman?

Il vero knock-out, però, non lo subisce nessuno sul ring. Lo subisce il nostro senso critico. Perché questo circo ci restituisce una verità brutale: nel mercato della fama contemporanea, il talentuoso e l’idiota sono equivalenti. Anzi, spesso l’idiota rende di più. Non si paga più per vedere il campione. O meglio, si paga anche, ma lo fa una nicchia di appassionati, quelli che ancora distinguono un jab da una sceneggiata. Per tutti gli altri, il prodotto è l’umiliazione dell’idiota. E l’idiota, con grande lucidità imprenditoriale, lo sa benissimo e investe su quello.

La sintesi – e il superamento – tra l’era del reality show e quella dei social media è finalmente arrivata. Ed è questa. Un mondo dove la competenza è opzionale, il merito accessorio, e l’attenzione l’unica valuta che conta. Non migliorerà. Peggiorerà. Perché funziona. E finché funziona, continueremo a chiamarlo sport, spettacolo o intrattenimento. Anche quando, a terra, non c’è più nessuno da contare. Solo il buon senso, già fuori combattimento.

(Giovanni Sarpi)

Prompt:

intro: pratico boxe e kickboxing da una vita. Mi piacciono. Mi divertono. Mi tengono in forma. Sono discipline che insegnano molto, su sé stessi in primis, perché non perdonano: ogni mossa ha una conseguenza, il rispetto è fondamentale, le regole una cornice entro cui misurarsi alla pari. Sono niente più che un buon dilettante, intendiamoci. E odio i fenomeni improvvisi che accendono le masse ignare fino a cinque minuti prima. Mi si direbbe un "gatekeeper". Però avendo già Netflix, non so saputo resistere all'incontro di Jake Paul contro Anthony Joshua.

parte 1: Parliamo un attimo di massimo sistemi. Il pugilato è sempre stato uno specchio della società. Da una parte, è il sogno democratico: non servono attrezzi costosi, solo coraggio e disciplina, ed è storicamente una via di fuga per gli emarginati. Dall'altra, è un mondo senza regole solide, un faro per personaggi loschi e business spregiudicati. Oggi, però, lo specchio ci rimanda un'immagine nuova. L'incontro tra Jake Paul e Anthony Joshua, o quello tra Andrew Tate e Chase DeMoor, non parlano solo di sport. Parlano di noi.

parte 2: Sono spettacoli puri. Eventi calcolati per generare contenuti, discussioni e milioni di visualizzazioni. Jake Paul, più che un pugile, è un genio del business: ha usato la boxe per dare legittimità alla sua notorietà, sapendo che prima o poi sarebbe stato smascherato. E quando è arrivata la sconfitta, era proprio quello che il pubblico voleva vedere. Allo stesso modo, la gioia con cui i social hanno celebrato la sconfitta di Andrew Tate va oltre lo sport. È il simbolo di un desiderio collettivo di vedere umiliata un'ideologia tossica fatta di misoginia e violenza.

parte 3: La boxe sopravviverà a questa era, perché richiede ancora sacrificio, dolore e conseguenze reali. Ma questi eventi ci pongono una domanda scomoda: che mondo è quello che trasforma uno YouTuber con 13 incontri in un volto dello sport, e che fa di una rissa tra influencer un evento globale?

parte 4: Il vero knock-out L'ha subito il nostro senso critico. Perché ci restituisce impietosamente che il talentuoso e l'idiota, nell'ottica della fama contemporanea, sono la stessa cosa. Non si paga per vedere il talento, il campione. O meglio, si paga anche, ma magari lo fa un pubblico di intenditori. Per tutti gli altri c'è l'umiliazione dell'idiota, che con cinismo lo sa e investe in questo.

parte 5: la sintesi e il superamento fra l'era del reality e quella dei social media è arrivata. E peggiorerà.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5.

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