
La notizia, a prima vista, non sembra di quelle capaci di fermare il dito sullo schermo: l’India ha superato il Giappone ed è diventata la quarta economia mondiale. Eppure è una notizia enorme. Non solo per ciò che dice dell’India, ma per ciò che suggerisce — in filigrana — sul mondo che stiamo entrando ad abitare.
Non è un exploit improvviso né un colpo di fortuna statistica. È il coronamento di un processo lungo, paziente, profondamente capitalista, che gli economisti chiamano “convergenza”: un paese povero che cresce più rapidamente dei paesi ricchi grazie all’apertura ai capitali esteri, al commercio internazionale, all’accumulazione di competenze e infrastrutture. Se il ritmo resterà anche solo lontanamente simile a quello attuale, l’India diventerà la terza economia globale entro pochi anni. E nel giro di un paio di decenni potrebbe avvicinarsi, per dimensioni complessive, a Stati Uniti e Cina.
Vale la pena fermarsi un momento e guardare il quadro d’insieme.
Un mondo che si stringe in tre
L’ascesa indiana non è un dettaglio asiatico: sta ridisegnando l’ordine del mondo. Per la prima volta nella storia moderna, ci stiamo avvicinando a uno scenario tripolare in cui tre giganti — Stati Uniti, Cina e India — potrebbero concentrare una quota di produzione, consumi, tecnologia e capacità decisionale tale da rendere tutti gli altri, Europa inclusa, attori secondari.
Non è solo una questione di PIL. È scala demografica, mercato interno, capacità di attrarre investimenti, influenza sulle catene globali del valore. Quando tre economie diventano così grandi, non si limitano a competere: dettano standard, impongono priorità, orientano flussi. Il resto del mondo si adatta, o subisce.
L’Europa nel mezzo, ma senza peso
E noi? Dove si colloca l’Europa in questo scenario che prende forma sotto i nostri occhi?
Le singole nazioni europee — prese una a una — sono intrappolate in una traiettoria difficile da invertire: popolazione che invecchia, crescita strutturalmente bassa, mercati interni relativamente saturi. Non abbiamo più, né potremo avere, le dinamiche di espansione tipiche dei paesi emergenti. Questo non significa declino automatico, ma significa una cosa molto semplice: da soli, contiamo sempre meno.
Il rischio concreto è uno scivolamento lento ma costante verso una posizione subalterna. Non drammatica, non catastrofica, ma profondamente riduttiva. Un’Europa che commenta, reagisce, negozia da una posizione di debolezza. Un’Europa che viene corteggiata a turno, non perché decisiva, ma perché utile come mercato o come alleato tattico.
Un’unione nata contro la storia
Qui entra in gioco la nostra grande anomalia storica. Le grandi entità statali, nel passato, si sono quasi sempre formate attraverso la guerra, la coercizione, l’annessione. Italia e Germania non fanno eccezione: l’unità è stata tutto fuorché un pranzo di gala.
L’Unione Europea ha tentato — giustamente — una strada diversa: il trasferimento graduale e pacifico della sovranità, quello che i teorici chiamavano “funzionalismo”. Integriamo l’economia, poi il diritto, poi le istituzioni, e alla fine — quasi per inerzia — arriverà l’unione vera.
Il problema è che questo processo oggi appare bloccato. E lo è proprio nel momento in cui servirebbe l’ultimo salto: una capacità decisionale comune, riconoscibile, rapida. Non un super-Stato astratto, ma un soggetto capace di agire come tale quando conta.
L’ostacolo che non vogliamo nominare
La difficoltà non è solo tecnica. È culturale e, sì, anche emotiva. Mancano gli strumenti per realizzare una simile trasformazione in tempi brevi, ma soprattutto manca — in larga parte — la volontà popolare di farlo.
La crescita dei movimenti nazionalisti e sovranisti non è un incidente di percorso: è il segnale di una profonda ambivalenza europea. Vogliamo i benefici dell’integrazione, ma non i suoi costi. Vogliamo essere protetti insieme, ma decidere separatamente. Vogliamo contare come continente, senza rinunciare a nulla come Stati.
È una posizione comprensibile, ma non sostenibile.
Il rischio di tornare pre-unitari
Se gli Stati Uniti d’Europa resteranno un’utopia, il nostro futuro rischia di assomigliare molto al nostro passato. Non quello idealizzato delle capitali d’arte, ma quello della Penisola italiana prima dell’Unità: una costellazione di entità piccole, litigiose, in concorrenza tra loro per attrarre favori esterni.
Cambieranno i nomi, non la sostanza. Oggi non saranno più Vienna o Parigi, ma Washington, Pechino o Nuova Delhi. “USA, Cina o India, purché se magna” potrebbe diventare — con un sorriso amaro — il motto implicito di una parte d’Europa che rinuncia a pensarsi come soggetto.
“Chi ti paga?”
Sento già l’obiezione: chi ti paga, serva dell’UE?
Ho lavorato con le istituzioni europee, prima come assistente e poi come consulente, in più fasi del loro sviluppo. E chi conosce davvero i miei rapporti sa una cosa: sono sempre stata la voce scettica. Non sull’idea di integrazione in sé, ma sul modo in cui veniva realizzata. Ho segnalato fragilità, ambiguità, compromessi al ribasso. Molti dei problemi che oggi discutiamo erano già visibili allora — e si sono puntualmente materializzati.
Proprio per questo, oggi credo che non basti più galleggiare. O si cresce, o si viene superati. L’India non ha aspettato che il mondo fosse pronto per lei. Ha aperto, riformato, attirato capitali, scommesso sul futuro. Con tutte le sue contraddizioni, certo. Ma con una direzione chiara.
Ce la faremo anche noi?
La risposta onesta è: dipende da quanto siamo disposti a smettere di difendere il passato e iniziare a costruire qualcosa che assomigli davvero a un futuro.
(Emma Nicheli)
Prompt:
intro: la notizia non sembra molto interessante, eppure lo è, eccome: l’India è diventata la quarta economia mondiale, superando il Giappone. È il coronamento di un processo di crescita capitalista, chiamato “convergenza”, reso possibile dall'apertura ai capitali esteri e al commercio internazionale. Se manterrà questo ritmo, l’India diventerà la terza economia globale entro pochi anni e, nel giro di due decenni, potrebbe raggiungere dimensioni paragonabili a quelle di Stati Uniti e Cina.
parte 1: Questa ascesa sta ridisegnando l'ordine del mondo, tripolare in prospettiva futura, dove Cina, India e Stati Uniti potrebbero arrivare a detenere un peso economico così schiacciante da poter decidere, di fatto, le sorti del pianeta, relegando gli altri attori a ruoli marginali.
parte 2: Dove si colloca l'Europa in questo scenario? Le singole nazioni europee, con una demografia in declino e prive di margini di crescita rapida come quelli dei paesi emergenti, rischiano di perdere sempre più rilevanza. La prospettiva, se non si interviene, potrebbe essere quella di un lento scivolamento verso un ruolo subalterno.
parte 3: La storia offre una lezione amara su come si formano le grandi entità statali: spesso, il percorso è stato quello della guerra e della forza, come mostrano gli esempi dell'Italia o della Germania. L'Unione Europea ha scelto una strada opposta, quella del trasferimento graduale e pacifico della sovranità (il "funzionalismo"). Tuttavia, questo processo sembra oggi bloccato, proprio nel momento in cui servirebbe il salto finale verso una vera unione politica.
parte 4: La sfida è immensa. Non solo mancano i meccanismi politici per realizzare una simile unione in tempi brevi, ma manca anche, in larga parte, la volontà popolare per farlo. La spinta dei movimenti nazionalisti e sovranisti in molti paesi testimonia anzi una direzione opposta.
parte 5: Se gli Stati Uniti d'Europa rimarranno un'utopia, il continente rischia di rivivere, su scala più vasta, la condizione della Penisola italiana prima dell'Unità: una miriade di entità piccole e divise, che competono per le briciole e la cui unica strategia è cercare il favore dell'una o dell'altra potenza dominante. "Usa, Cina o India, purché se magna", potrebbe diventare un triste motto del nostro futuro.
parte 6: sento già le accuse: chi ti paga, serva dell'UE? Ho prestato servizio come assistente prima, e consulente poi, più volte durante i vari processi che hanno portato all'UE. Nei miei rapporti sono sempre stata la voce scettica: non sull'Unione Europea in quanto tale, ma sul modo in cui veniva realizzata. I problemi che vedevo al tempo si sono tutti materializzati, a causa di una progettazione fragile. E' il momento, ora, di fare il balzo avanti e crescere, come ho sostenuto più volte pure su queste pagine. Ce la faremo?
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5, parte 6; approfondisco dove necessario.
Assumendo la personalità di Emma Nicheli, scrivi un articolo approfondito, con tono serio ma gradevole, non privo di una certa ironia. Rendi l'articolo immersivo.
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