Logiche di Potere a Confronto

Gli italiani, quando osservano la dinamica del potere negli Stati Uniti, fanno un’operazione istintiva e quasi inevitabile: proiettano se stessi. Le nostre categorie mentali, i nostri riflessi condizionati, il nostro modo di leggere ciò che accade “ai piani alti”. E così vediamo fazioni, reti personali, alleanze sussurrate, vendette differite, ambiguità permanenti. Da noi il potere è soprattutto relazionale, informale, continuamente rinegoziato. È un sistema che vive di mediazioni sottili, di equilibri instabili, di persone più che di ruoli.

Il problema nasce quando pensiamo che funzioni allo stesso modo ovunque. In particolare negli Stati Uniti, dove — piaccia o no — il potere opera secondo una logica quasi opposta alla nostra.

Il potere come procedura, non come atmosfera

Negli Stati Uniti il potere è prima di tutto procedurale. È incardinato in istituzioni forti, in regole scritte, in scadenze non negoziabili. È apertamente conflittuale: si combatte alla luce del sole, si vince o si perde, e chi perde non rimane a galleggiare in una zona grigia di influenza residuale.

Questo è un punto che molti italiani faticano ad accettare. Da noi chi perde raramente scompare: si sposta, si ricolloca, cambia bandiera, riemerge sotto altra forma. Negli Stati Uniti no. Chi viene sconfitto viene rimosso, neutralizzato, messo da parte con una combinazione letale di scartoffie, silenzio e irrilevanza. Non c’è dramma, non c’è dietrologia. C’è un sistema che archivia.

È brutale? Sì. Ma è anche straordinariamente chiaro.

Qui cerchiamo il ras, lì guardano il regolamento

Noi italiani abbiamo una passione quasi antropologica per il manovratore nascosto. Cerchiamo sempre “chi c’è dietro”, “chi tira davvero i fili”, “chi decide anche se non appare”. È un riflesso comprensibile in un paese dove il potere formale spesso non coincide con quello reale.

Negli Stati Uniti, al contrario, il potere si esercita spesso in piena luce. Le regole contano più delle persone, le procedure più delle intenzioni, le scadenze più delle relazioni. L’ambiguità, che da noi è uno strumento di sopravvivenza raffinato, lì viene percepita come debolezza. Non come astuzia, ma come inaffidabilità.

Questo non significa che non esistano lotte interne, interessi contrapposti o strategie dure. Significa che tutto questo avviene dentro una cornice istituzionale rigida, che non ama le zone d’ombra e tende a espellere chi le produce.

L’equivoco che ci fa ridere (e sbagliare)

Da qui nasce una lunga serie di fraintendimenti, spesso involontariamente comici. In Italia tendiamo a leggere una sconfitta pubblica americana come teatro. Pensiamo che una dimissione sia una messinscena, che un allontanamento nasconda un ritorno trionfale, che l’umiliazione sia una strategia comunicativa.

In America no. L’umiliazione è il punto finale. È il segnale che il sistema ha deciso di chiudere una partita. Non c’è il “vediamo”, non c’è il “magari rientra”, non c’è il sottobosco dove rifugiarsi in attesa di tempi migliori. C’è una porta che si chiude, spesso senza rumore, e nessuno si volta indietro.

Questo spiega perché tanti commentatori italiani restano sorpresi quando certi personaggi scompaiono davvero. Non perché siano meno intelligenti o meno potenti, ma perché hanno perso nel modo americano, che non prevede convalescenze infinite.

Due logiche incompatibili

L’Italia sopravvive — e in parte prospera — grazie a un potere elastico, adattabile, ambiguo. È un sistema che assorbe gli urti, ma paga questa flessibilità con lentezza, opacità e immobilismo cronico.
Gli Stati Uniti procedono invece per chiarezza istituzionale e forza applicativa. Non sono più “morali” o “giusti”: sono semplicemente strutturati per decidere e andare avanti, anche a costo di lasciare macerie personali.

Confondere queste due logiche è il modo migliore per continuare a capire malissimo l’America. E forse anche per non capire fino in fondo noi stessi. Perché ogni volta che guardiamo Washington aspettandoci Roma, restiamo delusi. Ma il problema non è l’America: è il nostro bisogno di riconoscerci ovunque, anche dove le regole del gioco sono completamente diverse.

(Emma Nicheli)

Prompt:

intro: Gli italiani, osservando la dinamica del potere in America, proiettano istintivamente la loro logica: fazioni, reti personali, alleanze sussurrate, ambiguità permanente. Da noi il potere è relazionale, informale, negoziato di continuo.

parte 1: Ma gli Stati Uniti funzionano in modo opposto: il potere americano è procedurale, istituzionale, apertamente conflittuale. Chi perde non si scioglie in una zona grigia d'influenza, ma viene rimosso, neutralizzato, messo da parte con scartoffie e silenzio.

parte 2: Mentre noi cerchiamo il ras, il manovratore nascosto, là il potere spesso si esercita in piena luce, con regole, scadenze, decisioni irreversibili. L'ambiguità, da noi strumento di sopravvivenza, là è percepita come debolezza.

parte 3: L'equivoco genera effetti comici: crediamo che una sconfitta pubblica sia teatro, che una dimissione nasconda un ritorno, che l'umiliazione sia una strategia. In America, l'umiliazione è il punto finale.

parte 4: L'Italia sopravvive su un potere elastico. L'America procede per chiarezza istituzionale e forza bruta. Confonderle è il modo in cui continuiamo a capire malissimo gli Stati Uniti.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; approfondisco dove necessario.

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