Il mito che affonda: la Russia oltre la soglia del timore

Il sequestro delle petroliere russe da parte degli Stati Uniti, accolto dalle solite proteste rituali di Mosca, non è solo una notizia. È un sintomo. Un segnale clinico, quasi imbarazzante per la sua chiarezza: la Russia sta perdendo la capacità di farsi temere e rispettare sulla scena mondiale.

Un tempo un gesto del genere avrebbe prodotto una crisi diplomatica ad alta tensione, telefonate notturne, posture muscolari, magari qualche dimostrazione di forza. Oggi produce comunicati. Indignati, certo. Ma vuoti. Come urlare contro un vetro blindato: fai rumore, non cambi nulla.

Il potere vero non è quello che protesta. È quello che costringe gli altri a pensarci due volte prima di agire. E sempre più spesso, con Mosca, nessuno ci pensa più.

La grande potenza di cartapesta

La Russia di oggi è un paese che si sta svuotando: di credibilità, di autonomia strategica, di peso politico reale. Quella che viene venduta come “resilienza” è in realtà un cocktail di repressione interna, propaganda martellante e contabilità creativa.

I fatti sono meno poetici dei discorsi del Cremlino: isolamento crescente, dipendenza tecnologica dall’estero, economia riconvertita a forza in economia di guerra, cervelli che fuggono, capitali che scappano, alleanze che si basano sempre più sulla necessità e sempre meno sul rispetto.

Anche il tanto sbandierato apparato militare ha mostrato limiti strutturali che non sono più correggibili con la retorica. La Russia combatte da anni contro un paese più piccolo, meno popoloso, infinitamente meno dotato di risorse. E non riesce a chiudere la partita. Non perché “buona”, ma perché non ne ha la capacità.

Una superpotenza non resta impantanata. Impone. Qui invece siamo davanti a un logoramento lento, visibile, quasi didattico.

Il vicolo cieco del Cremlino

Putin si è costruito una trappola perfetta. E ci è entrato da solo.

Dopo aver imposto un costo umano, economico e politico mostruoso al suo paese, non può fermarsi senza una “vittoria” da vendere all’opinione pubblica. Fermarsi significherebbe ammettere che tutto questo è stato inutile. E per un sistema costruito sul culto della forza, l’inutilità è un peccato capitale.

Ma continuare non porta a una vittoria. Porta solo a una lenta emorragia: più morti, più sanzioni, più isolamento, più dipendenza, più declino.

Qui sta il vero punto di rottura: oggi l’interesse del leader e quello della nazione non coincidono più. Non si combatte per vincere. Si combatte per rimandare il momento del conto. Non per costruire un futuro, ma per sopravvivere politicamente al giorno dopo.

È la logica dei regimi terminali: quando l’orizzonte si accorcia, la distruzione diventa una forma di gestione.

L’elemento che ha spezzato il copione

A mandare in frantumi tutte le previsioni non è stata una mossa da manuale militare. È stata la resistenza ucraina.

Una resistenza che ha tolto all’aggressore la sua arma principale: la rapidità. L’illusione dell’inevitabilità. Il mito dell’“è inutile opporsi”.

L’Ucraina ha dimostrato che la Russia può essere fermata. Che può essere logorata. Che può essere costretta a pagare ogni metro. E questo, per un sistema di potere fondato sull’intimidazione, è devastante.

Ancora più devastante è stato il fatto che questa resistenza sia andata avanti spesso in solitudine politica, tra esitazioni, ambiguità, paure occidentali mascherate da prudenza. Eppure è andata avanti lo stesso.

Ed è lì che la Russia ha iniziato davvero a perdere. Non quando sono arrivate le sanzioni, ma quando il mondo ha visto che l’orso sanguina.

Il punto di non ritorno

Il mito dell’invincibilità russa non si è infranto in un summit. Si è infranto nei campi, nelle città distrutte, nelle colonne bruciate, nelle offensive fallite.

Ed è questo, più di qualsiasi pacchetto economico, ad aver segnato il punto di non ritorno. Perché un impero può sopravvivere alla povertà. Può persino sopravvivere all’isolamento. Ma non sopravvive alla perdita di aura.

Quando smetti di fare paura, devi iniziare a convincere. E la Russia di oggi non convince più nessuno. Nemmeno molti dei suoi alleati, che trattano Mosca sempre meno come un polo di potere e sempre più come un problema da gestire.

Il vero collasso non è in Ucraina. È nel sistema costruito attorno a un uomo solo al comando. Un sistema che aveva senso finché prometteva forza, stabilità, espansione. Oggi offre sacrifici, declino e silenzi obbligati.

Le petroliere sequestrate non sono il casus belli. Sono il termometro. E la febbre è alta.

(Serena Russo)

Prompt:

intro: Il sequestro delle petroliere russe da parte degli Stati Uniti, accolto dalle solite proteste inefficaci di Mosca, non è solo una notizia. È un sintomo chiarissimo di un cambiamento profondo: la Russia sta perdendo la sua capacità di farsi temere e rispettare sulla scena mondiale.

parte 1: il paese si sta svuotando di credibilità, di autonomia strategica e di vero peso politico. Quella che viene spacciata per "resilienza" si regge sulla repressione interna e su una narrazione sempre più staccata dai fatti. I dati concreti parlano di isolamento, dipendenza tecnologica, e di una forza militare molto più modesta di quanto urlato dai megafoni di Stato.

parte 2: Putin si è cacciato in un vicolo cieco. Dopo aver imposto un costo mostruoso al suo paese, non può fermarsi senza una vittoria da vendere. Ma fermarsi sarebbe la sua fine politica. Continuare, però, significa solo prolungare l'emorragia: più morti, più sanzioni, più isolamento, più declino. La tragedia è che oggi l'interesse del leader e quello della nazione non coincidono più. Non si combatte per vincere, ma per sopravvivere al giorno dopo.

parte 3: La guerra finirà solo quando la Russia non avrà più le risorse per andare avanti. Non per una scelta, ma per esaurimento. A cambiare le carte in tavola, rompendo ogni previsione, è stata la straordinaria resistenza del popolo ucraino. È grazie a loro che l'aggressore si è impantanato, dissanguandosi in una guerra senza via d'uscita. Una resistenza resa ancora più enorme dal fatto di averla dovuta sostenere spesso da sola, di fronte anche all'ambiguità di chi avrebbe dovuto essere il suo principale alleato.

parte 4: Il mito dell'invincibilità russa si è infranto sui campi di battaglia ucraini. E questo, più di qualsiasi sanzione, mostra dove sia il vero punto di non ritorno: non in Ucraina, ma nel sistema di potere costruito attorno a un uomo solo al comando.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; approfondisco dove necessario.

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