La Politica della Doppiezza

Il gesto di Giorgia Meloni verso Viktor Orbán non è una gentilezza protocollare, non è una carezza diplomatica buona per i fotografi e per i comunicati stampa. È una dichiarazione politica. E come tutte le dichiarazioni politiche, pesa. Pesa per ciò che dice esplicitamente e, soprattutto, per ciò che lascia intendere. Arriva in un momento in cui l’Europa non è un concetto astratto da convegno universitario, ma un corpo vivo, attraversato da una guerra alle sue frontiere, da una tensione permanente tra unità e disgregazione. In questo scenario, scegliere Orbán non è mai neutrale. È prendere posizione dentro una frattura.

Orbán, del resto, non è un primo ministro come gli altri. Non lo è da tempo. È il volto più compiuto di un potere che ha imparato a usare le regole democratiche per svuotarle dall’interno, che ha trasformato lo Stato di diritto in un simulacro e la sovranità in un’arma contro ogni vincolo comune. È l’uomo che da anni tiene l’Unione Europea in ostaggio, bloccando decisioni cruciali, sabotando politiche condivise, offrendo a Putin non solo una sponda diplomatica, ma un alibi ideologico. Orbán è la prova vivente che si può restare dentro l’Europa lavorando scientificamente per renderla irrilevante. Per questo ogni gesto verso di lui non è mai solo un gesto: è un messaggio. E i messaggi, in politica, sono più importanti delle strette di mano.

La mossa di Meloni rivela con chiarezza una doppia strategia, che è poi la cifra costante di questo governo. Da una parte, l’Italia deve apparire come un partner affidabile, atlantista, responsabile. Deve rassicurare Washington, non inquietare troppo Bruxelles, mostrarsi adulta, finalmente “normale”. È la faccia istituzionale, quella dei vertici, delle foto di gruppo, delle parole misurate. Dall’altra, però, c’è un mondo che non può essere tradito: l’universo sovranista, identitario, illiberale, che vede in Orbán un campione, quasi un padre nobile. Un bacino politico e simbolico fondamentale, senza il quale Fratelli d’Italia smetterebbe di essere ciò che è. Tenere insieme queste due anime significa camminare costantemente sul filo. Significa dire una cosa in inglese e sussurrarne un’altra in ungherese. Significa, soprattutto, accettare una profonda ambiguità come metodo di governo.

Ma sostenere Orbán non è un’operazione indolore. Non è una strizzata d’occhio priva di conseguenze. Significa legittimare l’idea che l’Unione Europea sia un bancomat senza statuto, una comunità senza vincoli, un luogo da cui prendere e contro cui combattere nello stesso tempo. Significa accettare che si possa godere dei benefici dell’integrazione mentre se ne sabotano le fondamenta. È un messaggio devastante in un momento storico in cui l’Europa, se vuole sopravvivere, ha bisogno esattamente del contrario: lealtà, chiarezza, assunzione di responsabilità. Non si chiede uniformità. Si chiede onestà politica.

E allora no, non è un dettaglio. Non è un inciampo. Non è una frase sfuggita di mano. È un indicatore. È la spia rossa che si accende sul cruscotto di una politica che prova ostinatamente ad avere la botte piena e la moglie ubriaca. Atlantisti nei consessi ufficiali, sovranisti nell’immaginario profondo. Europeisti per necessità, orbaniani per inclinazione. Ma ci sono stagioni storiche in cui l’ambiguità smette di essere furbizia e diventa irresponsabilità. Ci sono momenti in cui non scegliere è già una scelta. E oggi, con una guerra che ridisegna gli equilibri del continente, con un ordine internazionale che scricchiola, l’Europa non è più il luogo delle mezze frasi. È il luogo delle decisioni nette.

E qui, inevitabilmente, torniamo a noi. A questo nostro eterno talento per l’equilibrismo, per la battuta, per la furbata elevata a categoria dello spirito. Passano gli anni, cambiano le maggioranze, mutano i linguaggi, ma noi italiani restiamo straordinariamente uguali a noi stessi. Simpatici, pittoreschi, geniali nel cavarcela, tragicamente incapaci di prenderci fino in fondo la responsabilità di ciò che siamo. Sempre un po’ tra Totò e Alberto Sordi, tra l’arte di arrangiarsi e la vocazione al trasformismo. Anche quando giochiamo partite che non ammetterebbero leggerezze.

Il punto, però, è che questa volta non stiamo parlando di un escamotage parlamentare o di una mossa tattica da palazzo. Stiamo parlando del posto dell’Italia dentro una frattura storica. Stiamo parlando di quale Europa vogliamo abitare: una comunità politica, imperfetta ma solidale, o un condominio litigioso dove ciascuno trama contro il pianerottolo accanto. Scegliere Orbán, oggi, significa dire che quell’Europa può anche andare in pezzi, purché non venga meno un certo racconto identitario. È una scelta legittima, certo. Ma è una scelta. E come tutte le scelte, pretende il coraggio di essere chiamata per nome.

(Roberto De Santis)

Prompt:

intro: Il gesto di Giorgia Meloni verso Orbán non è una semplice cortesia diplomatica. È una dichiarazione politica a tutti gli effetti, che arriva in un momento cruciale: mentre l'Europa è divisa da una guerra e cerca faticosamente una linea comune, sostenere il leader ungherese ha un significato preciso.

parte 1: Orbán non è un primo ministro come gli altri. Da anni è il pilastro di un sistema che logora l'Unione Europea dall'interno, bloccando decisioni cruciali e offrendo una sponda simbolica a Putin. In questo contesto, ogni parola di sostegno pesa più del suo significato superficiale.

parte 2: La mossa della Meloni rivela una doppia strategia. Da una parte, l'Italia deve apparire come un alleato affidabile per Washington e Bruxelles, confermando la sua collocazione atlantista. Dall'altra, non vuole recidere il legame con quell'universo sovranista e illiberale di cui Orbán è il campione, un bacino ideologico e identitario fondamentale per la sua base.

parte 3: Sostenere Orbán significa, in qualche modo, legittimare l'idea che si possa restare nell'Unione lavorando sistematicamente contro la sua unità.

parte 4: Non è un dettaglio, non è un incidente. È l'indicatore di una politica che prova ad avere la botte piena e la moglie ubriaca, in un momento storico in cui, forse, non è più possibile.

parte 5: passano gli anni, ma noi italiani siamo sempre i soliti. Simpatici, pittoreschi, inaffidabili cialtroni, fra Totò e Alberto Sordi.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisco dove ritengo necessario.

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