
C’era un tempo in cui un’idea era una scintilla. Poteva bruciare, illuminare, scaldare le coscienze. Oggi, in Italia, sembra essersi trasformata in un documento di proprietà. Si registra, si eredita, si presidia come un bene immobile, magari in un elegante palazzo nel centro storico, possibilmente con diritto di usufrutto sulle pagine dei giornali e un posto riservato al festival di turno. Il pensiero critico, quello che ferisce e costringe a guardare, è stato sostituito da una tranquilla rendita di posizione. E i guardiani di questa rendita sono i nostri stessi intellettuali, giornalisti e uomini di cultura, diventati i più abili agenti immobiliari del discorso pubblico.
Un Bestiario di Profondità Finta
Guardiamoli, gli intellettuali della nostra era. Li definirei una categoria zoologica più che civile, come fossimo al Bioparco delle Isole Felici. Li riconosci dalla mimica di profondità: lo sguardo assorto, la pausa teatrale, il linguaggio appesantito da un lessico così opaco da essere perfettamente impermeabile a qualsiasi significato concreto. È una prosa che non illumina, non scuote, non ferisce. Anestetizza. Trasforma il dibattito pubblico in una sonnolenta seduta di agopuntura, dove ogni spunto critico viene assorbito dal morbido cuscino dell’autoreferenzialità.
Il guaio è che questo non è un fenomeno da salotto. Ha conseguenze misurabili. Mentre in altri Paesi industrializzati le élite con alte competenze di sintesi e pensiero critico raggiungono il 15-25% della popolazione, in Italia ci attestiamo su un desolante 5%, in compagnia di Polonia e Portogallo. Un dato che spiega molte cose: spiega la difficoltà a innovare, a competere, a decostruire l’ovvio con un pensiero rigenerato, come qualcuno auspicherebbe ancora. La nostra classe intellettuale non è più una avanguardia, ma una retroguardia che si è asserragliata nelle sue piccole fortezze.
I Megafoni e la Corte che non Disturba
Se gli intellettuali hanno abdicato, i giornalisti avrebbero potuto essere gli anticorpi. Invece, troppo spesso, si sono trasformati in fedeli megafoni. Li riconosci dal tono: non informano più, ti dicono da che parte stare. Hanno risolto la complessità del reale con una comoda divisione manichea tra buoni e cattivi, perché è più semplice far tifare il pubblico che costringerlo a capire. In questo, hanno accompagnato il declino con la discrezione dei cortigiani, scegliendo sempre il lato del potere più stabile, quello che non fa rumore, che non costringe a scelte scomode.
Questo sistema produce una cultura dell’indifferenza, come ha lucidamente notato qualcuno. Non è semplice inefficienza, è qualcosa di più profondo e patologico: è il mettere a capo di musei, fondazioni, festival, notabili che considerano quel incarico un ripiego, un porto tranquillo per una carriera politica naufragata. La cultura, per loro, non è la cosa più importante del mondo; è il posto dove si viene parcheggiati. E quando al timone ci sono capitani che sogneranno sempre altri oceani, la nave non può che arenarsi.
I Risolutori (ex Occupanti) e il Prezzo Mai Pagato
Ed ecco il colpo di teatro più grottesco. Oggi, di fronte al disastro culturale ed educativo che ci attanaglia – con un 35% di giovani funzionalmente analfabeti – si fanno avanti i risolutori. Sono volti noti. Gli stessi che per trent’anni, come abili giocolieri, hanno occupato ogni spazio pubblico disponibile: la cattedra, la rubrica, il comitato scientifico, il tavolo della fondazione.
Hanno scambiato la neutralità per superiorità morale e l’assenza di conflitto per maturità. Hanno costruito un ecosistema perfetto, dove il pensiero critico è stato espulso perché rumoroso, scomodo e terribilmente controproducente per la carriera. Un sistema dove le nomine rispondono a logiche di appartenenza più che di merito, e dove i concorsi letterari possono diventare, in alcuni casi, vetrine per autori “graditi” al sistema.
Il punto, il vero cuore della commedia, è che questi attori non hanno mai pagato un biglietto d’ingresso per il disastro che ora dicono di voler riparare. Non hanno mai fatto un passo indietro. Non hanno mai ammesso di essere parte integrante del problema. Perché nel nostro Paese esiste un’assoluzione preventiva per chi parla bene, frequenta i salotti giusti e sa districarsi tra gli intricati passi di carré del potere. Il fallimento è un concetto riservato agli altri, a chi sta fuori dalle mura.
L’Amara Recita della Responsabilità
Per questo non c’è nulla di più stucchevole di questa recita tardiva della responsabilità. Questa improvvisa, fiammante passione civile di chi ha passato una vita a non disturbare il manovratore, a confezionare parole vuote che suonano piene, a confondere la profondità con l’opacità.
È la stessa indifferenza che ha portato a considerare la cultura non come un bene pubblico vitale, ma o come un attrattore turistico o, nella migliore delle ipotesi, come un settore marginale di cui riempirsi la bocca senza mai inserirlo davvero nei programmi strategici del Paese.
Forse, però, c’è una speranza proprio nella desolante chiarezza dei dati e nella stanchezza del pubblico. Quando il cittadino inizia a percepire l’intreccio tra politica, appalti culturali e favoritismi, quando smette di credere alla recita, quella stessa rendita di posizione inizia a vacillare. Le rendite, si sa, durano finché c’è qualcuno disposto a pagarle. E il pubblico, alla lunga, potrebbe finalmente decidere di diseredare questa classe di pigri inquilini, per tornare a cercare proprietari di idee che, almeno, abbiano il coraggio di abitarle.
(Luisa Bianchi)
Prompt:
Intro: L’Italia è un paese che è riuscito come pochi a ridefinire il concetto di cultura. Perché qui il vero talento non è mai stato creare, pensare, immaginare. È stato occupare lo spazio: presidiare cattedre, giornali, festival, fondazioni, come si presidia una rendita. Un pensiero trasformato in bene immobile, ereditato per cooptazione.
parte 1: Gli intellettuali italiani, categoria ormai più zoologica che civile, da decenni hanno smesso di esercitare il pensiero come funzione critica. Lo hanno sostituito con una mimica di profondità, un linguaggio appesantito da parole vuote, una prosa che non ferisce, non illumina, ma anestetizza.
parte 2: I giornalisti, che avrebbero dovuto essere anticorpi, sono diventati megafoni. Hanno accompagnato il declino con fedeltà da cortigiani, scegliendo sempre il lato del potere più stabile.
parte 3: Gli uomini e le donne della cultura, oggi presentatisi come risolutori del disastro, sono gli stessi che per trent’anni hanno occupato ogni spazio pubblico senza mai pagare il prezzo di una scelta. Hanno scambiato la neutralità per superiorità morale, l’assenza di conflitto per maturità. Hanno costruito un ecosistema dove il pensiero critico è stato espulso perché incompatibile con la carriera.
parte 4: Il punto è che non hanno mai pagato, non hanno mai fatto un passo indietro, non hanno mai ammesso di essere parte del problema. Perché in Italia il fallimento non esiste per chi parla bene e frequenta i salotti giusti.
parte 5: Non c’è nulla di più insopportabile di questa recita tardiva della responsabilità, di questa improvvisa passione civile di chi ha passato una vita a non disturbare.
Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci dove ritieni necessario. Con tono particolarmente pungente e divertito.
Assumendo personalità, background e stile di scrittura di Luisa Bianchi, scrivi un approfondito articolo come se fossi lei. Usa il suo tono ironico e leggero, col giusto umorismo.
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