I cinquantacinque padroni della cultura

Nonostante il web ci fosse stato venduto come la nuova frontiera della libertà, della diversità, della creatività diffusa, oggi il potere culturale è concentrato in pochissime mani. Secondo Ted Gioia – uno che di musica e industria culturale se ne intende davvero, non perché ha un podcast ma perché studia queste cose da decenni – sono circa cinquantacinque persone a decidere cosa leggiamo, ascoltiamo e guardiamo. Cinquantacinque. Una rimpatriata di CEO di Google, Meta, Amazon, Apple e affini. Gente non eletta da nessuno, spesso priva di qualunque competenza artistica, ma con un talento straordinario: trasformare qualunque forma espressiva in un flusso di dati monetizzabili. Il Rinascimento è durato un secolo. L’era degli algoritmi ha già prodotto più contabili che poeti.

Internet doveva liberare la creatività, bypassare le élite, dare voce a chi non ce l’aveva. Doveva essere l’assalto al Palazzo d’Inverno dell’immaginario. Invece abbiamo assistito alla più grande concentrazione culturale della storia: poche etichette, pochi editori, pochissime piattaforme che controllano gran parte del mercato globale. Una cultura sempre più omogenea, addestrata a piacere agli algoritmi prima ancora che agli esseri umani. Certo, dentro queste piattaforme prospera un sottobosco di divulgatori, outsider, alternativi. YouTube ne è pieno, per dirne una. Alcuni sono preparati, intelligenti, persino necessari. Ma la loro esistenza dipende comunque da uno dei soliti cinquantacinque. Possono parlare finché l’algoritmo li tollera. Possono crescere finché non disturbano il modello di business. Ed è vero che ciascuno di noi può ascoltare ciò che vuole – purché lo faccia sulle piattaforme dei soliti cinquantacinque. E dal momento che i soliti cinquantacinque si comprano anche case discografiche, studi cinematografici, cataloghi storici, e soprattutto hanno in tempo reale sotto gli occhi i numeri di ciò che rende di più, viene da chiedersi: secondo voi, che cosa finanzieranno? La prossima rivoluzione artistica o il prossimo prodotto ottimizzato per non dispiacere a nessuno?

L’alternativa esiste, ma è fragile. Si chiama Bandcamp, Patreon, Substack. Non profuma di Silicon Valley, ma di artigianato culturale. Sono piattaforme dove l’artista mantiene un controllo reale su quello che fa e ottiene una fetta meno insultante dei ricavi. Non sono paradisi, sono zattere. Però galleggiano. E oggi rappresentano una delle poche forme concrete di resistenza culturale. Non fanno notizia, non promettono miliardi, non producono superstar in sei settimane. Ma permettono a musicisti, scrittori, ricercatori di non doversi inginocchiare ogni mattina davanti al totem dell’algoritmo. In un’epoca in cui tutto deve essere scalabile, virale e immediatamente monetizzabile, la loro lentezza è quasi un atto politico.

Qui entra in gioco anche la nostra piccola, insignificante responsabilità individuale. Possiamo sostenere attivamente queste realtà. Ogni abbonamento, ogni disco comprato su Bandcamp, ogni newsletter pagata è un voto. Un voto per una cultura più varia, più rischiosa, più viva. La creatività non può essere lasciata nelle mani di chi guarda il mondo come un foglio Excel. Perché l’arte, quando nasce davvero, non è mai un buon investimento: è un problema, un disturbo, un’anomalia. E le anomalie, nei sistemi troppo efficienti, vengono corrette.

Ma non basta. Perché c’è anche un’altra questione, più sottile e forse più devastante: la fine delle grandi narrazioni, dell’immaginario condiviso. I media non sono più verticali. Un tempo, volenti o nolenti, certi nomi abitavano la testa di tutti, perché quello passava il convento. Oggi ognuno può costruirsi il proprio convento personale. Un microcosmo perfetto, su misura, senza contraddizioni. Il panorama si frantuma in mille piccole realtà che comunicano a tratti, come cellule carbonare dell’estetica. Affascinante, certo. Democratico, forse. Ma anche spietato. Perché i numeri diventano minuscoli, e vivere della propria arte diventa un esercizio di equilibrismo permanente, indipendentemente dal talento. E di talento, per fortuna, ce n’è ancora moltissimo. Solo che è disperso, atomizzato, invisibile ai grandi radar.

Ne usciremo? Non lo so. Siamo entrati in una fase di trasformazione perenne, dove ogni soluzione sembra provvisoria e ogni piattaforma destinata a diventare, prima o poi, il nuovo problema. So solo che esiste un disco che riflette questa condizione meglio di tanti saggi sociologici, e che le si oppone con l’arma più antica: la musica pensata, costruita, non addomesticata. È “Data Lords” di Maria Schneider, grande signora del jazz orchestrale. Un album che parla apertamente di dati, sorveglianza, piattaforme, controllo. E che, per scelta, non esiste sulle piattaforme. Non su quelle dei soliti cinquantacinque, almeno. È un’opera che non si limita a denunciare il sistema: gli volta le spalle. In un’epoca in cui tutti gridano contro l’algoritmo… dall’interno dell’algoritmo, è già qualcosa.

Scopritelo. Ma non aspettatevi che ve lo suggerisca Spotify.

(Luigi Colzi)

Prompt:

Intro: Nonostante il web promettesse libertà e diversità, oggi il potere culturale è concentrato in pochissime mani. Secondo il critico musicale Ted Gioia, sono circa cinquantacinque persone – CEO di colossi come Google, Meta, Amazon e Apple – a decidere cosa leggiamo, ascoltiamo e guardiamo. Non sono eletti da noi, spesso non hanno competenze artistiche, e prendono decisioni basate solo sul profitto.

parte 1: Internet doveva liberare la creatività, bypassare le élite e dare voce a tutti. Invece, abbiamo assistito a una concentrazione senza precedenti: poche etichette, pochi editori e pochissime piattaforme controllano gran parte del mercato culturale globale. Siamo finiti con Una cultura sempre più omogenea e dominata dagli algoritmi. Poi, all'interno di tutte queste piattaforme, esistono pure i divulgatori, i contro, gli alternativi - YouTube ne è pieno, per dirne una. Alcuni sono molto bravi e competenti. Ma la loro esistenza, di nuovo, dipende da uno dei soliti 55. Ed è vero che ciascuno di noi può ascoltare o guardare ciò che vuole, sulle piattaforme dei soliti 55. Ma dal momento che i soliti 55 acquisiscono pure case discografiche e produzioni cinematografiche, e dal momento che hanno direttamente sott'occhio le cifre di cosa vende di più, cosa credete che finanzieranno?

parte 2: l'alternativa esiste, ma è fragile. Piattaforme indipendenti come Substack, Patreon e Bandcamp offrono agli artisti controllo creativo e una fetta maggiore dei ricavi. Sono la nuova forma di resistenza culturale, l'unico modo per sottrarsi al controllo delle grandi corporation.

parte 3: noi singolarmente possiamo Sostenere attivamente le realtà indipendenti. Ogni abbonamento, ogni acquisto su questi canali è un voto per una cultura più diversa e libera. La creatività non può essere lasciata nelle mani di chi vede solo il prezzo delle azioni.

parte 4: tutto questo non basta, poi. C'è pure la fine delle grandi narrazioni, dell'immaginario condiviso. I media non sono più verticali, e quindi certi nomi erano volenti o nolenti nell'immaginazione di tutti perché quello passava il convento. Oggi ciascuno di noi può costruirsi il proprio convento, e il panorama si frantuma in piccole realtà solo a tratti comunicanti - carboneria digitale in cui i numeri, molto piccoli, rendono difficile la vita all'artista che volesse vivere della propria arte. E questo indipendentemente dal talento - di talento, fortunatamente, in giro ce n'è molto.

parte 5: ne usciremo? Non so. Siamo in una fase di trasformazione perenne. So solo che c'è un album che bene riflette questa situazione e vi si oppone. Un album di Maria Schneider, grande signora del jazz orchestrale. L'album è "Data Lords" di qualche anno fa. Perché? Scopritelo! Sulle piattaforme, per scelta, non esiste.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; esplora approfonditamente tutto quanto è emerso.

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