
Immaginate di spostare un intero impianto di desalinizzazione sul fondo dell’oceano, a 400–600 metri di profondità. Non come esercizio di fantascienza, ma come scelta ingegneristica precisa. È esattamente ciò che propone la tecnologia sviluppata da Flocean: portare l’impianto lì dove il mare può diventare un alleato, sfruttando le sue condizioni naturali per rendere il processo più efficiente, più sobrio dal punto di vista energetico e potenzialmente più rispettoso degli ecosistemi.
Quando raccontiamo la crisi idrica, spesso usiamo immagini di deserti che avanzano, bacini che si prosciugano, città costrette a razionare l’acqua. Sono immagini reali, e sempre più frequenti. Ma accanto a queste, sta crescendo un’altra narrazione: quella di una scienza che prova a lavorare con la natura, invece che contro di essa.
Il cuore del sistema Flocean sono moduli autonomi, chiamati “pods”, appoggiati direttamente sul fondale marino. A 400–600 metri di profondità la pressione dell’acqua è già naturalmente intorno ai 40–60 bar: un valore sorprendentemente vicino a quello che negli impianti tradizionali viene ottenuto con potenti pompe elettriche per spingere l’acqua di mare attraverso le membrane a osmosi inversa. In altre parole, è come se l’oceano fornisse già metà del lavoro. Questo permette di ridurre il consumo energetico stimato del 40–50% rispetto agli impianti costieri convenzionali.
Ma non è solo una questione di pressione. A quelle profondità la luce solare non arriva. E dove non arriva la luce, proliferano molto meno alghe, batteri e microrganismi. L’acqua è più “pulita” in partenza. Tradotto in termini pratici: meno pre-trattamenti chimici, meno filtri complessi, minore rischio di incrostazioni biologiche sulle membrane. Un impianto che non deve difendersi continuamente dalla vita microscopica è un impianto più semplice, più stabile, e potenzialmente più longevo. Se vogliamo usare un’immagine quotidiana: è come lavare i vetri partendo da acqua già limpida, invece che da un fiume fangoso.
Uno dei grandi nodi ambientali della desalinizzazione è sempre stato lo smaltimento della salamoia: l’acqua residua, più concentrata in sali, che resta dopo la separazione. Negli impianti costieri viene spesso rilasciata in zone relativamente superficiali, con rischi concreti per gli ecosistemi locali. Nel modello Flocean, la salamoia viene rilasciata direttamente in profondità. Qui entrano in gioco due fattori importanti: l’enorme volume d’acqua e l’assenza di additivi chimici aggressivi, proprio perché il pre-trattamento è minimo. In queste condizioni, la salamoia tende a diluirsi rapidamente, riducendo fortemente il rischio di shock salini localizzati. Questo non significa “impatto zero” – in biologia marina l’impatto zero non esiste – ma significa progettare partendo da una domanda etica: dove e come posso disturbare il meno possibile?

Flocean ha già testato un prototipo in Norvegia, dimostrando la fattibilità tecnica del sistema in condizioni reali. Il passo successivo è “Flocean One”, il primo impianto commerciale, previsto per il secondo trimestre del 2026. La capacità iniziale dichiarata è di 1.000 metri cubi di acqua dolce al giorno: abbastanza per soddisfare il fabbisogno quotidiano di circa 3.000–4.000 persone. Non una soluzione miracolosa, quindi, ma un modulo. Ed è proprio questa la parola chiave: modularità. L’idea non è costruire pochi colossi centralizzati, ma reti di unità replicabili, adattabili alle esigenze locali. Un po’ come passare dalle grandi centrali uniche alle microreti intelligenti.
Per decenni abbiamo fatto l’opposto: portare enormi volumi d’acqua verso impianti costieri energivori, e poi riportare l’acqua dolce verso terra. Qui il paradigma si ribalta. L’impianto va dove l’acqua è già sotto pressione, già fredda, già relativamente pulita. È una forma di ingegneria che non cerca di dominare l’ambiente, ma di leggerlo. Di capire quali sue caratteristiche possano diventare parte del progetto. Da scienziata, trovo questo approccio particolarmente interessante: non perché sia “romantico”, ma perché è spesso proprio così che nascono le soluzioni più robuste. Osservando, prima ancora che costruendo.
Da anni le proiezioni sulla disponibilità di acqua potabile si fanno sempre più cupe. Non per allarmismo, ma per dati: crescita demografica, cambiamento climatico, salinizzazione delle falde, sprechi strutturali. Soluzioni scalabili e adattabili come questa non risolvono tutto. Ma aprono strade. E soprattutto mostrano una cosa importante: che affrontare la crisi ecologica non significa tornare indietro, ma andare avanti meglio.
Spesso il dibattito pubblico si polarizza: tecnologia contro natura, industria contro ambiente, progresso contro etica. È una semplificazione che non ci aiuta. La vera distinzione non è tra “più” o “meno” tecnologia, ma tra tecnologia cieca e tecnologia responsabile. E la responsabilità non nasce dagli slogan. Nasce dallo studio, dalla ricerca, dalla capacità di comprendere sistemi complessi prima di intervenire su di essi. Se vogliamo davvero difendere l’ambiente, una delle scelte più concrete che possiamo fare è investire in formazione scientifica, in competenze, in pensiero critico. È lì che si costruiscono le soluzioni che durano.
La scienza oggi ci offre strumenti straordinari. Ma come sempre, non basta usarli: dobbiamo imparare a usarli bene. Perché ogni molecola separata, ogni impianto progettato, ogni innovazione reale, alla fine, parla sempre della stessa cosa: del tipo di futuro che scegliamo di costruire.
(Giulia Remedi)
Prompt:
intro: Immaginate di spostare un intero impianto di desalinizzazione sul fondo del mare, a 400-600 metri di profondità. È esattamente quello che fa la tecnologia sviluppata da Flocean, sfruttando le condizioni naturali degli oceani per un processo più efficiente e sostenibile.
parte 1: Il cuore del sistema sono moduli autonomi (“pods”) posati sul fondale. A quella profondità, la pressione naturale dell’acqua (40-50 bar) è già sufficiente per spingere l’acqua di mare attraverso le membrane a osmosi inversa, senza bisogno delle costose pompe ad alta energia usate negli impianti tradizionali. Questo permette di risparmiare il 40-50% di energia. In più, l’acqua prelevata in profondità è più pulita: qui la luce solare non arriva, quindi ci sono meno alghe, batteri e sostanze organiche. Di conseguenza, quasi zero prodotti chimici per il pre-trattamento e minore rischio di intasamento delle membrane.
parte 2: La salamoia residua (l’acqua con concentrazione di sale leggermente più alta) viene rilasciata direttamente in profondità, dove si diluisce rapidamente. Essendo priva di additivi chimici aggressivi, il suo impatto sull’ecosistema marino è minimo.
parte 3: Flocean ha già testato con successo un prototipo in Norvegia e prevede di lanciare il primo impianto commerciale, “Flocean One”, nel secondo trimestre del 2026. Inizierà con una capacità di 1.000 metri cubi d’acqua dolce al giorno (abbastanza per 3-4 mila persone), con piani di espansione modulare.
parte 4: Invece di portare l’acqua di mare a un impianto energivoro sulla costa, Flocean porta l’impianto lì dove serve, sfruttando l’ambiente marino a suo vantaggio. Una soluzione promettente per affrontare la scarsità d’acqua in modo più intelligente e rispettoso del pianeta.
parte 5: da anni le proiezioni sulla disponibilità di acqua potabile si fanno grigie. Soluzioni scalabili e adattabili come questa fanno ben sperare. Certo, scommetto che i primi a opporsi saranno i vari gruppi "no-tutto", decrescisti, grillisti e compagnia cantante, sognatori di un ritorno ad un'Arcadia perduta in cui l'uomo viveva dei frutti della terra in semplicità. Non andrà così. E rinnovo l'invito: volete battervi per l'ambiente? Lasciate perdere Greta Thunberg e iscrivetevi all'università.
Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisci dove necessario.
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