Oltre la Liturgia, Verso la Vigilanza

Il Giorno della Memoria rischia sempre più di assomigliare a una liturgia stanca. Una di quelle ricorrenze che si attraversano con la stessa distrazione con cui si scarta un regalo a Natale o si entra in una chiesa senza sapere bene perché. Assumi la posa contrita, abbassi lo sguardo, ti concedi “Schindler’s List” — o, peggio, “La vita è bella”, che trasforma l’orrore in fiaba — e per una sera ti senti dalla parte giusta della storia. Magari il pomeriggio eri in piazza a urlare contro la Brigata Ebraica con gli amici dell’ANPI, ma poco importa: arriva il 27 gennaio e tutto si scioglie in un’emozione a basso costo, in una commozione prefabbricata che non chiede nulla, non pretende nulla, non disturba nulla. Poi però restano gli altri 364 giorni dell’anno. Quelli in cui la memoria non è un evento, ma un problema.

Il Giorno della Memoria ha senso solo se smette di essere un rito e torna a essere ciò che dovrebbe: una domanda scomoda rivolta al presente. Non “che cosa è successo”, ma “che cosa facciamo, qui e ora, con ciò che sappiamo”. Perché la Shoah non è un certificato morale da esibire una volta l’anno, non è un lasciapassare per dirsi automaticamente dalla parte del bene. È una lente. Dura, spietata, esigente. Serve a riconoscere i meccanismi della disumanizzazione quando si ripresentano: nel linguaggio, nelle politiche, nei corpi resi sacrificabili. Ricordare Auschwitz ha valore se ci aiuta a guardare con lucidità anche le violenze di oggi — sì, anche Gaza — senza trasformare la memoria in un’arma polemica o in una clava identitaria. Se la Shoah diventa un recinto, non serve più a nulla. Se diventa una soglia, allora sì: costringe a entrare in un territorio dove non ci sono risposte comode.

Ed è proprio nell’ambiente che sento più vicino, quello della sinistra, che questa data dovrebbe suonare come un allarme. Un esame di coscienza, non un’autocertificazione. Quanto facilmente, anche qui, scivoliamo nelle generalizzazioni pigre? Quanto rapidamente tornano a circolare vecchi fantasmi travestiti da analisi raffinate? L’idea dell’astuzia, del potere occulto, dell’“ebreo come altro interno”, come corpo estraneo che muove i fili: non sono mai davvero scomparse. Cambiano lessico, cambiano contesto, ma restano riconoscibili. Essere di sinistra non vaccina dall’antisemitismo. Non lo ha fatto nel Novecento, non lo fa oggi. E quando si finge che il problema non esista “perché noi siamo dalla parte giusta”, si apre esattamente lo spazio in cui il pregiudizio prospera. Non urlando, ma insinuandosi. Non con le svastiche, ma con l’ironia, le allusioni, i doppi standard.

Allo stesso tempo — e dirlo è altrettanto necessario — è evidente e grave che l’accusa di antisemitismo sia stata spesso usata in modo improprio per silenziare ogni critica alla politica israeliana. Questa confusione deliberata tra identità e governo, tra popolo e Stato, tra ebraismo e scelte militari, ha prodotto un danno doppio. Ha colpito persone che nulla avevano a che fare con l’odio antiebraico, e ha svuotato la categoria stessa di antisemitismo, rendendola un’arma retorica invece che uno strumento di comprensione. Così facendo, l’ha indebolita. Perché quando tutto è antisemitismo, niente lo è più davvero. E quando il vero pregiudizio riaffiora — nei complotti, nelle caricature, nelle ossessioni — diventa più difficile riconoscerlo, nominarlo, combatterlo.

Proprio per questo il Giorno della Memoria dovrebbe aiutarci a tenere insieme le complessità, non a dissolverle. A guardare il razzismo qui, ora. Nel linguaggio normalizzato. Nelle politiche migratorie. Nella gerarchia implicita delle vite. Nell’idea tossica che la violenza sia sempre altrove, sempre di qualcun altro, mai nostra. Forse, dopo tanto tempo, potremmo smettere di autoassolverci esternalizzando il male. La memoria, se serve a qualcosa, comincia da questo sforzo: accettare che nessuno spazio politico, nessuna identità, nessuna tradizione è immune. Combattere le scorciatoie intellettuali, i pregiudizi sottili, le verità troppo comode. Perché Auschwitz non chiede lacrime. Chiede vigilanza. E la vigilanza, a differenza della commozione, non dura un giorno. Dura una vita.

(Roberto De Santis)

Prompt:

intro: il Giorno della Memoria rischia di diventare una ricorrenza come il Natale o una confessione religiosa. Assumi una posa contrita, guarda "Schindler's List" (o, peggio, "La Vita è Bella"), puoi farlo anche se il pomeriggio hai protestato contro la Brigata Ebraica assieme ai tuoi amici dell'ANPI. Poi però ci sono gli altri 364 giorni dell'anno.

parte 1: Il Giorno della Memoria ha senso solo se smette di essere un rito e torna a essere una domanda scomoda rivolta al nostro presente. Cosa facciamo, qui e ora, con ciò che sappiamo? Non si tratta di un certificato morale, ma di una lente per riconoscere i meccanismi del razzismo e della disumanizzazione, ovunque si ripresentino. Ricordare la Shoah ha valore se ci aiuta a vedere con lucidità anche le violenze di oggi (parlo ovviamente pure di Gaza), senza che questo diventi un'arma polemica o una clava identitaria.

parte 2: In particolare, nell'ambiente che sento più vicino, la sinistra, questa data potrebbe essere un'occasione per un esame di coscienza onesto. Quanto facilmente, anche qui, si scivolano in generalizzazioni indebite e in stereotipi riciclati? L'idea dell'astuzia, del potere occulto, dell'"ebreo come altro interno" non è mai davvero scomparsa. Essere di sinistra non vaccina dall'antisemitismo.

parte 3: Allo stesso tempo, è evidente e grave che l'accusa di antisemitismo sia stata spesso usata impropriamente per silenziare ogni critica alla politica israeliana. Questa strumentalizzazione ha prodotto un danno doppio: ha colpito innocenti e ha svuotato la categoria, rendendo più difficile riconoscere il vero pregiudizio quando si manifesta.

parte 4: Proprio per questo, il Giorno della Memoria dovrebbe aiutarci a tenere insieme le complessità, non a semplificarle. A guardare il razzismo qui, ora: nel linguaggio normalizzato, nelle politiche, nell'idea che la violenza sia sempre altrove e mai nostra. Forse, dopo tanto tempo, potremmo smettere di autoassolverci esternalizzando il male. La memoria, se serve a qualcosa, comincia da questo sforzo: combattere le scorciatoie intellettuali, i pregiudizi sottili e le verità troppo comode.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4. Approfondisco dove ritengo necessario.

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