Report, il salotto buono del complottismo

Vale sempre un vecchio adagio: Report è Striscia la Notizia per il ceto medio complessato. Perché tanto, ogni volta che va a toccare un argomento che conosci davvero, è inevitabile rilevarne la disonestà intellettuale. Non necessariamente nel senso della bugia esplicita, ma in quello – molto più subdolo – della costruzione narrativa: prendere un fatto banale, rivestirlo di parole inquietanti, condirlo con mezze verità tecniche e venderlo come se fosse l’anticamera del golpe.

L’ultimo caso è emblematico.

Lo “scandalo”: un software sui computer dei magistrati

Report ha recentemente acceso i riflettori sull’installazione di un software chiamato Microsoft Endpoint Configuration Manager (MECM) sui computer della magistratura italiana, suggerendo potenziali rischi di sorveglianza. Nel servizio, lo strumento viene presentato come qualcosa di oscuro, potenzialmente pericoloso, capace – in teoria – di permettere a un tecnico di prendere il controllo remoto delle macchine.

Il tutto viene poi collegato a presunte pressioni della Presidenza del Consiglio, insinuando lo spettro di un governo che “ascolta” la magistratura, che sbircia nei computer dei giudici, che piazza cimici digitali nei Palazzi di Giustizia. Musichetta tesa, facce preoccupate, esperto di turno, parola magica: “software di controllo”.

Boom. Scandalo servito.

Cos’è davvero l’MECM (spiegato senza incenso e torce)

Ora, facciamo un passo indietro. Cosa sono gli “endpoint”? È un termine tecnico banalissimo per indicare qualsiasi dispositivo connesso a una rete: computer, laptop, smartphone, server. In un ministero, in un tribunale o in una grande azienda, non sono dieci. Sono centinaia, migliaia, a volte decine di migliaia.

A cosa serve un sistema come Microsoft Endpoint Configuration Manager? Serve a gestire questo zoo digitale. Aggiornamenti di sicurezza, installazione di software, inventario dell’hardware, configurazioni, assistenza remota, controllo delle vulnerabilità.

Immaginate di dover installare una patch critica su 10.000 PC sparsi per l’Italia. O di dover verificare quali macchine sono esposte a un virus. O di aiutare da remoto un magistrato che non riesce ad aprire un file. Farlo “a mano” è semplicemente impossibile. MECM è il pannello di controllo centrale che permette agli amministratori IT di farlo in modo automatizzato, tracciato e – se le regole sono fatte bene – sicuro.

Non è un occhio di Sauron. È un cacciavite industriale.

È uno standard

L’MECM non è un software oscuro, non è stato trovato in un caveau della NSA e non è stato scritto da hacker russi in una cantina di San Pietroburgo. È un prodotto Microsoft. Fa parte della normale infrastruttura IT di una quantità enorme di aziende, banche, ospedali, università, pubbliche amministrazioni.

È così diffuso che definirlo “particolare” è tecnicamente sbagliato. È come andare in un’azienda e scoprire che usano Microsoft Outlook o VMware e costruirci sopra un’inchiesta. In pratica, Report ha “scoperto” che anche la magistratura usa strumenti professionali per gestire i computer. Notizia: l’acqua è bagnata.

Il vero punto (che fa meno audience)

Il nodo serio, quello che meriterebbe un’inchiesta vera, non è cosa è stato installato, ma come.

Primo: mancanza di trasparenza. Molti magistrati non sapevano nulla. Male. In qualunque organizzazione sana, l’utente deve essere informato su quali strumenti girano sulla sua macchina e con quali poteri.

Secondo: confusione tra potenzialità e uso effettivo. Dire che MECM può controllare un PC è come dire che un coltello da cucina può ferire. È vero. Ma non è un’argomentazione. Il tema è: chi lo impugna, con quali limiti, con quali log, con quali controlli indipendenti.

Terzo: politicizzazione di uno strumento tecnico. Trasformare un software di gestione IT in una prova del conflitto “governo contro magistratura” è un classico esempio di strumentalizzazione della complessità tecnica per creare uno scandalo dove forse esiste solo cattiva comunicazione, burocrazia goffa e zero cultura digitale.

Ma tutto questo è noioso. Non fa share. Non produce brividi.

La vera storia

La vera storia non è “uno spyware sul PC dei giudici”. È un caso esemplare di come la scarsa trasparenza delle istituzioni, unita a un racconto mediatico che preferisce il sospetto alla spiegazione, generi panico da talk show su strumenti di routine.

Il dibattito serio dovrebbe essere un altro: quali regole, quali garanzie, quali controlli sull’uso della tecnologia nella pubblica amministrazione? Chi può accedere? Cosa viene tracciato? Dove finiscono i log? Chi controlla i controllori?

Ma questo richiede competenza, tempo e la voglia di spiegare. Molto più facile evocare “il software che spia i giudici”, strizzare l’occhio al complottismo istituzionale e portarsi a casa l’applauso del pubblico che confonde un sistema di gestione endpoint con un trojan.

Report continua così: intrattenimento travestito da inchiesta. Striscia, ma con la laurea.

(Giovanni Sarpi)

Prompt:

intro: vale sempre un vecchio adagio: "Report" è "Striscia la Notizia" per il ceto medio complessato. Perché tanto, ogni volta che va a toccare un argomento che conosci, è inevitabile rilevarne la disonestà intellettuale.

parte 1: Report ha recentemente acceso i riflettori sull'installazione di un software chiamato Microsoft Endpoint Configuration Manager (MECM) sui computer della magistratura italiana, suggerendo potenziali rischi di sorveglianza. La trasmissione ha presentato lo strumento come potenzialmente pericoloso, evidenziando come un tecnico possa, in teoria, prenderne il controllo a distanza. Il servizio ha collegato l'implementazione a presunte pressioni della Presidenza del Consiglio, alimentando il timore di un governo che "ascolta" la magistratura.

parte 2: Ma cos'è realmente l'MECM? Per capirlo, partiamo dalle basi: Cosa sono gli "endpoint"? È un termine tecnico per indicare qualsiasi dispositivo connesso a una rete: computer, laptop, smartphone, server. In un'azienda o in un ministero, sono centinaia o migliaia. A cosa serve l'MECM? Immagina di dover installare un aggiornamento di sicurezza critico su 10.000 computer, inventariare l'hardware o aiutare da remoto un dipendente con un problema tecnico. Fare tutto manualmente sarebbe impossibile. L'MECM è il pannello di controllo centrale che permette agli amministratori IT di svolgere queste operazioni in modo automatizzato, sicuro e tracciato.

parte 3: L'MECM non è un software oscuro o creato per spiare dagli hacker russi. È uno strumento industriale standard, sviluppato da Microsoft e utilizzato a livello globale dalla stragrande maggioranza delle grandi aziende, banche, ospedali e amministrazioni pubbliche per gestire in sicurezza parchi informatici complessi. La sua diffusione è tale che definirlo "particolare" è tecnicamente scorretto.

parte 4: Il punto cruciale, abilmente bypassato da un certo allarmismo, non è cosa sia stato installato, ma come: Mancanza di Trasparenza (molti magistrati non ne sapevano nulla), Confusione tra Potenzialità e Uso Effettivo (Sottolineare che il software può controllare un PC è come dire che un coltello da cucina può ferire), Politicizzazione di uno Strumento Tecnico (trasformare uno strumento di gestione IT in un'arma della narrativa "governo vs magistratura" appare come un tentativo di strumentalizzare la complessità tecnica per creare uno scandalo dove forse esiste solo una cattiva comunicazione).

parte 5: La vera storia non è uno "spyware sul PC dei giudici", ma un caso esemplare di come la scarsa trasparenza delle istituzioni, unita a un racconto mediatico che privilegia il sospetto alla spiegazione, possa generare un polverone su uno strumento di routine. Il dibattito dovrebbe spostarsi sulla necessità di chiarezza e regole condivise nell'uso della tecnologia pubblica, non su fantomatiche cimici digitali.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5.

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