Dalla piazza al Parlamento: la deriva di diritto e civiltà

Facciamo un gioco di immaginazione. Uno di quelli semplici, quasi banali. Un immigrato accoltella una persona e fugge. Ore dopo, la polizia lo individua in una piazza cittadina, uno di quei luoghi che, lo sanno anche i piccioni, sono punti di ritrovo per molti immigrati. Le forze dell’ordine decidono che non c’è tempo per le sottigliezze: si arresta tutti. Con le buone o con le cattive.
Fine del gioco. Ora torniamo alla realtà. O forse no.

Se una scena del genere accadesse davvero, la chiameremmo per quello che è: un’azione violenta che calpesta ogni idea di Stato di diritto. Per una persona giustamente arrestata ce ne sarebbero altre, tante altre, fermate solo perché “erano lì”. Colpevoli di condividere una provenienza, un colore della pelle, magari una fedina penale non immacolata — come se questo bastasse a trasformare il sospetto in una sentenza.
Innocenti, al momento dei fatti. Ma in Italia l’“al momento” è una clausola fragile: dura il tempo di un titolo gridato, poi evapora.

Come reagirebbero gli italiani? Ve lo dico io, senza troppi giri di parole: con entusiasmo.
Perché nella nostra mentalità inquisitoria si è colpevoli fino a prova contraria, e quando il sospettato è immigrato — meglio ancora se non bianco — la prova contraria non serve nemmeno. Se non ha commesso un reato oggi, lo farà domani. O l’ha fatto ieri. In ogni caso, la polizia “ha fatto bene”.
È un riflesso pavloviano, quasi rassicurante. L’idea che esista una categoria di persone per cui le garanzie sono un optional. In sostanza, l’ICE di Donald Trump non è un incubo americano importato male: è il sogno bagnato di una parte consistente del Paese. Con accento italiano e mano sul cuore.

Esagero? Non credo.
La parola “remigrazione” ha fatto irruzione a Montecitorio, che non è esattamente una chat Telegram alle tre di notte. Lo scontro che ne è seguito non è stata una banale polemica politica, ma una disputa più profonda: che cosa è lecito dire — e legittimare — in una democrazia.
Un deputato ha tentato di organizzare nella sala stampa della Camera una conferenza sul tema, promossa dal “Comitato Remigrazione e Riconquista”. Tra gli ospiti annunciati, esponenti di CasaPound e della Rete dei Patrioti. Non figuranti, non comparse. Nomi e cognomi, con un’idea precisa di società in testa.

Ma cosa significa davvero “remigrazione”? Non è un termine tecnico, non è neutro, non è innocuo. È una parola carica come una pistola sul tavolo.
È il cavallo di battaglia di teorie estremiste che partono dal mito complottista della “sostituzione etnica” — una favola nera per adulti spaventati — e arrivano a proporre il rimpatrio forzato di massa. Non solo di chi è arrivato ieri, ma anche di cittadini di seconda generazione, nati e cresciuti qui, italiani in tutto tranne che nello sguardo di chi li osserva.
Molti, a ragione, chiamano tutto questo con un nome meno elegante e più onesto: pulizia etnica. Ma detta sottovoce, per non sembrare scortesi.

Dove voglio arrivare, vi chiederete.
Alla realtà, quella che bussa forte. La raccolta firme per la proposta di legge “Remigrazione e Riconquista” ha avuto un avvio esplosivo. I numeri ufficiali e aggiornati non sono ancora disponibili sui siti istituzionali, ma secondo le cronache i promotori hanno superato in poco più di 24 ore — dal 30 gennaio 2026 — il quorum minimo di 50.000 firme necessario per depositare la proposta in Parlamento.
Questo non significa che diventerà legge. Ma significa qualcosa di forse più inquietante: racconta chi siamo, o chi stiamo diventando. Racconta un’Italia in cui una presidente del Consiglio come Giorgia Meloni potrà perdere le elezioni perché non abbastanza a destra.
Come una piazza in cui si arrestano tutti “per sicurezza”, anche questo Paese sembra sempre più disposto a sacrificare il diritto, purché qualcuno prometta ordine. E poco importa se, nel frattempo, perdiamo noi stessi.

(Giancarlo Salvetti)

Prompt:

Intro: Facciamo un gioco di immaginazione. Un immigrato accoltella una persona, poi fugge. La polizia dopo qualche ora lo trova in un piazza cittadina, dove sono soliti radunarsi vari immigrati. Le forze dell'ordine arrestano tutti, con le buone o le cattive.

parte 1: si tratterebbe di un'azione violenta che calpesta ogni idea di stato di diritto. Per una persona giustamente arrestata, ce ne solo altre che semplicemente erano lì. E condividevano, con l'accoltellatore, molto probabilmente, provenienza, magari fedina penale non immacolata, ma al momento innocenti.

parte 2: come reagirebbero gli italiani? Ve lo dico io: in massima parte sarebbero entusiasti. Nella nostra mentalità inquisitoria si è colpevoli fino a prova contraria, e poi si tratta di immigrati e per di più non-bianchi, se non compiono crimini oggi lo fanno domani o l'hanno fatto ieri, quindi la polizia ha fatto bene. In sostanza, l'ICE di Donald Trump è in realtà il sogno bagnato di tanti italiani.

parte 3: esagero? Non credo. La "remigrazione" ha fatto irruzione a Montecitorio. E lo scontro che è nato non è una banale polemica politica, ma una disputa su che cosa sia lecito dire nella nostra democrazia. Un deputato ha tentato di tenere nella sala stampa della Camera una conferenza sul tema, organizzata dal “Comitato Remigrazione e Riconquista”. Tra gli ospiti annunciati, esponenti di gruppi come CasaPound e la Rete dei Patrioti.

parte 4: Ma cosa si intende con questa parola? Non è un innocuo termine tecnico. È il cavallo di battaglia di teorie estremiste che, partendo dal mito complottista della "sostituzione etnica", propongono il rimpatrio forzato di massa, persino di immigrati di seconda generazione. Una proposta che molti, a ragione, equiparano a una forma di pulizia etnica.

parte 5: dove voglio arrivare, vi chiederete. La raccolta firme per la proposta di legge "Remigrazione e Riconquista" ha avuto un esplosivo avvio. Il numero ufficiale e aggiornato delle firme raccolte non è al momento disponibile sui siti istituzionali, ma secondo le cronache giornalistiche, i promotori hanno già raggiunto e superato il loro obiettivo primario in tempi brevissimi. Superato il "quorum" delle 50.000 firme: L'obiettivo minimo di 50.000 firme, necessario per depositare la proposta in Parlamento, è stato superato in poco più di 24 ore dall'apertura della raccolta online il 30 gennaio 2026. Questo non significa naturalmente che diverrà legge, ma restituisce un'immagine poco confortante sul futuro dell'Italia. Un'Italia in cui Giorgia Meloni può perdere le elezioni in quanto non abbastanza a destra.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci dove ritieni necessario.

Assumendo la personalità di Giancarlo Salvetti, scrivi un approfondito articolo dal tono tagliente, ironico e brillante. Rendilo immersivo.

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