
C’è sempre un momento, nella vita pubblica di un Paese, in cui qualcuno decide di salire su una collina immaginaria, piantare una bandiera e annunciare solennemente il ritorno all’origine. Origine rigorosamente pura, ovviamente. È un rito antico: lo si fa quando il presente è confuso, il futuro fa paura e la complessità diventa insopportabile. Allora si invoca Roma. Anzi, Roma cristiana. Anzi, Roma cristiana e romana. Il cerchio si chiude, il sangue si purifica, la Storia smette di essere un processo e diventa un pedigree.
Le dichiarazioni programmatiche del generale Vannacci per la sua nuova creatura politica non sono solo una sparata ideologica: sono un manifesto. E come tutti i manifesti identitari, parlano meno di ciò che includono e moltissimo di ciò che escludono.
L’Italia secondo il test del DNA
Nell’universo narrativo di Vannacci l’Italia è un club esclusivo, con criteri d’accesso rigidissimi: cristianesimo, romanità, sangue, suolo. Un’idea di nazione che sembra uscita da una seduta spiritica in cui sono stati evocati Julius Evola, un manuale di razziologia anni Trenta e un nostalgico della Terza Roma in collegamento da Mosca.
L’immigrazione, in questo schema, non è un fenomeno storico, economico o sociale. È una contaminazione. Un corpo estraneo che non può essere integrato perché manca l’elemento magico: l’ascendenza. Non conta vivere qui, lavorare qui, parlare la lingua, crescere figli qui. No: senza il pedigree giusto, resti un intruso permanente.
È una visione che fa sorridere solo se la si prende per quello che è: una caricatura feroce della realtà italiana. Un Paese che è sempre stato mescolanza, stratificazione, contraddizione. Un Paese costruito su invasioni, migrazioni, scambi, contaminazioni continue. Ma in questa narrazione la Storia viene ridotta a una figurina Panini: Roma, cristianità, fine.
Il tutto condito da un immaginario che strizza l’occhio ai gerarchi in grisaglia, ai sogni di imperi spirituali e a un certo Putin “romanissimo”, paladino dei valori tradizionali a colpi di repressione. Un déjà-vu che non dovrebbe far ridere nessuno.
L’estrema destra come servizio pubblico
Ma fermarsi allo scandalo del contenuto sarebbe un errore. Perché il vero punto non è cosa dice Vannacci, ma a cosa serve.
La comparsa di un’estrema destra che si presenta senza trucco, senza vergogna e senza freni svolge una funzione politica precisissima: spostare l’asticella. Allargare il campo del dicibile. Rendere normale ciò che fino a ieri sembrava inaccettabile.
Quando qualcuno rivendica apertamente identitarismo etnico, autoritarismo e nostalgia reazionaria, tutto il resto – per contrasto – appare più sobrio, più serio, persino ragionevole. È un meccanismo vecchio come la politica stessa: alzare il volume del rumore per far sembrare musica il resto.
Così l’estremismo urlato diventa una scenografia utile. Una comparsa che recita la parte del mostro, mentre altri possono muoversi con maggiore agio, ripuliti, rassicuranti, istituzionali.
Il governo come adulto nella stanza
In questo gioco di specchi, il governo Meloni beneficia enormemente del confronto. A fianco del fascismo rivendicato, l’autoritarismo quotidiano può travestirsi da pragmatismo. La compressione dei diritti diventa “ordine”. La repressione del dissenso si trasforma in “responsabilità”.
Per i media, per l’establishment, per i poteri economici, il racconto diventa semplice: c’è chi urla e chi governa. C’è l’estremista e c’è il soggetto affidabile. Purché, ovviamente, si rispettino alcune condizioni: fedeltà atlantica, compatibilità con i parametri europei, nessuna scossa vera agli equilibri economici.
Il resto è contorno. Retorica. Folklore identitario che si può tollerare, purché non disturbi i mercati.
Il rumore che copre lo scivolamento
Il problema è che mentre l’attenzione è tutta concentrata sul personaggio più rumoroso, passano in silenzio cose molto concrete. Norme repressive. Criminalizzazione del dissenso. Attacchi ai diritti civili. Riduzione degli spazi di agibilità democratica.
L’urlo estremista funziona da tappeto sonoro. Copre lo scivolamento lento ma costante verso un’idea di società più rigida, più punitiva, meno libera. E lo fa rendendo tutto “relativo”: in confronto a chi invoca purezze etniche, anche una stretta autoritaria può sembrare moderata.
È così che l’eccezione diventa regola. È così che ci si abitua. Un decreto alla volta. Una polemica in meno.
Normalizzare l’inaccettabile
Alla fine il meccanismo è questo: il dibattito si sposta sempre un po’ più in là. Il centro arretra. L’inaccettabile diventa discutibile. Il discutibile diventa normale.
Si guarda il mostro di turno, lo si addita, lo si ironizza. Intanto chi governa beneficia di questo spostamento continuo, che rende ogni scelta più digeribile, ogni regressione meno scandalosa.
Il rischio vero non è Vannacci in sé. Il rischio è l’ecosistema che lo rende funzionale. Un sistema in cui l’estremismo non è un incidente, ma una leva. In cui la democrazia non viene abbattuta con un colpo solo, ma consumata lentamente, mentre qualcuno ci distrae parlando di sangue, Roma e legioni.
E allora sì, conviene stare attenti. Perché quando il confronto diventa “meglio loro che quelli là”, vuol dire che il terreno sotto i piedi sta già cedendo. E spesso ce ne accorgiamo solo quando è troppo tardi.
(Giancarlo Salvetti)
Prompt:
Intro: attenti, Legiornari! Una Nuova e Gloriosa Alba ci Attende!
parte 1: Le dichiarazioni programmatiche del generale Vannacci per la sua nuova creatura politica sono un concentrato di identitarismo esclusivo: l'Italia, per lui, è solo "cristiana e romana". Solo chi discende da quei presunti romani puri è italiano legittimo. L'immigrazione è un problema irrisolvibile, perché non c'è amalgama possibile con chi non ha quel sangue e quel suolo. È un discorso che strizza l'occhio a Julius Evola, piace agli ultranazionalisti russi che sognano la Terza Roma, e suona inquietantemente familiare a chi conosce le retoriche razziali del passato (qui ironizzate con i paragoni ai gerarchi nazisti e a Putin "romanissimo").
parte 2: Ma al di là del contenuto osceno, c'è un meccanismo politico più sottile e pericoloso in atto. La comparsa di un'estrema destra senza maschere, che non ha pudore a dichiararsi reazionaria, svolge una funzione paradossalmente utile a chi governa. Spostando l'asticella del dicibile e del pensabile ancora più a destra, rende presentabile e moderato ciò che fino a ieri appariva estremo.
parte 3: A confronto con il fascismo rivendicato da certi soggetti, l'autoritarismo istituzionale del governo Meloni può permettersi di travestirsi da pragmatismo e responsabilità. Per i media, l'establishment e i poteri economici, diventa più facile raccontare l'esecutivo come "affidabile", purché allineato sulla NATO e sui parametri economici europei.
parte 4: Il problema è che, nel frattempo, passano senza troppo scandalo politiche repressive, compressioni dei diritti, criminalizzazione del dissenso e regressioni civili. L'urlo estremista di figure come Vannacci funziona da rumore di fondo che copre l'avanzata quotidiana di misure illiberali, facendole sembrare quasi ragionevoli.
parte 5: L'attenzione si concentra sul mostro di turno, mentre chi oggi detiene il potere governativo beneficia di questo gioco di specchi, che rende tutto più digeribile e sposta il centro del dibattito politico sempre più in là, in un territorio pericoloso per la democrazia. Il rischio è normalizzare l'inaccettabile, solo perché c'è qualcuno che, in confronto, sembra ancora più estremo.
Articolo: intro, parte 1 , parte 2 , parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci dove ritieni necessario.
Assumendo la personalità di Giancarlo Salvetti, scrivi un approfondito articolo dal tono tagliente, ironico e brillante.
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