Il Re in Giallo del nostro tempo

Nel Re in Giallo di Robert W. Chambers c’è un oggetto narrativo che funziona come una mina antiuomo per la psiche: un’opera teatrale fittizia che, una volta letta o vista, scardina il velo delle convenzioni e lascia intravedere una realtà più vera, più nuda, decisamente più inquietante. Non serve mostrarla per intero: bastano frammenti, allusioni, un segno giallo che diventa riconoscibile solo a chi ormai non può più far finta di niente. È una metafora elegantissima del potere della conoscenza quando smette di essere rassicurante. Ed è difficile non pensare agli Epstein Files come al Re in Giallo del nostro tempo: non un testo unico, ma una massa di documenti, email, testimonianze, incroci di nomi e interessi che, una volta guardati insieme, fanno saltare il tappeto sotto i piedi della narrazione ufficiale.

La discussione pubblica sugli Epstein Files si è incagliata a lungo negli aspetti più morbosi e scandalistici, come se fossimo davanti a un feuilleton criminale per palati forti. Il risultato è stato un cortocircuito morale: indignazione a fiotti, indignazione che dura lo spazio di un talk show, poi il silenzio. Eppure, chi ha avuto la pazienza di unire i puntini tra migliaia di pagine e informazioni già note ha visto emergere qualcosa di molto meno consolante. Non solo la storia di un predatore seriale protetto dal denaro e dalle relazioni, ma la mappa di un’operazione politica, culturale e finanziaria che ha inciso in profondità sulla traiettoria dell’Occidente nell’ultimo decennio. Epstein non come fine, ma come mezzo. Un’idea che disturba perché sposta il fuoco dal mostro alla macchina che lo ha reso possibile.

Il progetto che traspare da questo mosaico documentale ha un obiettivo sorprendentemente chiaro nella sua brutalità: indebolire dall’interno le democrazie liberali, sfruttandone le crepe, le ansie identitarie e la stanchezza civica. Il 2016 appare come l’anno spartiacque in cui molte tessere vanno al loro posto. Brexit ed elezione di Donald Trump non come incidenti di percorso, ma come traguardi. Nelle email attribuite a Epstein compare un entusiasmo quasi adolescenziale per il “tribalismo” destinato a spaccare l’Europa. Il termine è rivelatore: non dissenso politico, ma regressione a identità contrapposte, impermeabili a qualsiasi mediazione. I file indicano il ruolo attivo di Steve Bannon nel tentativo di cooptare e finanziare leader sovranisti europei come Salvini, Le Pen e Orbán, con l’idea di costruire un fronte interno capace di paralizzare e logorare le istituzioni dell’Unione. Un sabotaggio elegante, senza carri armati.

Questo disegno non galleggia nel vuoto. Un filo rosso, per nulla discreto, lo collega agli interessi strategici della Russia di Vladimir Putin. Il nome di Putin ricorre ossessivamente nei documenti, in un intreccio di accesso, influenza e kompromat che sembra uscito da un manuale del KGB aggiornato all’era digitale. I collegamenti politici sono tutt’altro che nebulosi. In Italia, Lega e Movimento 5 Stelle hanno intrattenuto rapporti formali con Russia Unita, sostenendone le posizioni a livello nazionale ed europeo. Figure chiave della svolta del 2016, come Nigel Farage e Julian Assange, hanno operato per media controllati o influenzati dal Cremlino, amplificando narrazioni utili a destabilizzare il fronte euro-atlantico. Non serve immaginare un grande burattinaio onnipotente: basta osservare una convergenza di interessi coltivata con metodo.

La manipolazione, però, non si è fermata ai palazzi del potere. Anzi, ha trovato il suo terreno più fertile nel sottobosco digitale, dove le regole sono fluide e la responsabilità evapora. I file suggeriscono che Ghislaine Maxwell abbia operato come una sorta di super-moderatrice su Reddit, piattaforma cruciale per il flusso di informazioni e controinformazioni negli anni decisivi. Jeffrey Epstein incontrò il fondatore di 4chan poco prima del lancio della board “/pol/”, diventata la fucina di meme, linguaggi e narrazioni estremiste della destra globale. Da lì sono germogliati fenomeni come QAnon, capaci di mescolare complottismo, paranoia e mitologia pop in un cocktail perfetto per radicalizzare una parte della gioventù occidentale. Un laboratorio di ingegneria sociale mascherato da anarchia digitale.

Dietro questa architettura di influenza si intravedono interessi finanziari e tecnologici solidissimi. I file raccontano episodi di insider trading che sembrano scritti da un autore satirico con un debole per l’umorismo nero, come il passaggio di informazioni riservate sull’euro dall’ex ministro britannico Peter Mandelson a Epstein. Emergono anche gli ingenti investimenti del finanziere nel mondo delle criptovalute, terreno ideale per chi sogna mercati senza regole e Stati senza strumenti. Non meno significativi sono i tentativi di favorire legami tra l’ex premier israeliano Ehud Barak e Peter Thiel, fondatore di Palantir, azienda notoriamente interessata a ridimensionare le regole europee su privacy e sorveglianza. Il quadro che ne esce è coerente: meno vincoli democratici, più libertà per gli affari.

L’impunità di Epstein non è una nota a margine, ma un pilastro dell’intera vicenda. Grazie alle immense ricchezze provenienti da Leslie Wexner, fondatore di Victoria’s Secret, Epstein costruì una patina di rispettabilità attraverso donazioni generose a istituzioni come Harvard e il MIT. La filantropia come scudo reputazionale funziona sempre, soprattutto quando nessuno ha voglia di guardare troppo da vicino. Il patteggiamento segreto del 2008, orchestrato dal procuratore Alexander Acosta, gli consentì di evitare un processo federale e di scontare una pena ridicola, mentre decine di vittime venivano silenziate. Non un errore giudiziario, ma una scelta precisa, comoda per molti.

La verità che i file aiutano a ricomporre è dunque doppia e, proprio per questo, insopportabile. Da un lato c’è la realtà criminale, banale nella sua ferocia: un uomo ricco che ha distrutto centinaia di vite giovani e vulnerabili, protetto da un sistema complice. Dall’altro emerge una tesi politica documentata: un’operazione coordinata che ha usato social media, finanziamenti opachi e alleanze con potenze straniere per destabilizzare l’architettura democratica occidentale. I file non sono solo il ritratto di un mostro, ma il resoconto di un attacco riuscito al nostro spazio politico, reso più fragile e più cinico.

Il dettaglio finale ha il sapore di una beffa letteraria degna di Chambers. Tutto questo, questa ragnatela di potere, denaro e manipolazione globale, ruota attorno a quello che, in origine, era un semplice professore di matematica di modeste origini. Niente male, davvero. Il Re in Giallo funziona così: non ti urla la verità in faccia, te la lascia intravedere finché diventa impossibile distogliere lo sguardo. E a quel punto il segno lo vedi anche tu, che tu lo voglia o no.

(Luisa Bianchi)

Prompt:

Intro: Al centro del "Re in Giallo" di R.W. Chambers c'è un elemento ricorrente: un'opera teatrale maledetta, anch'essa intitolata "Il Re in Giallo". Questo testo fittizio, di cui Chambers fornisce solo frammenti inquietanti, ha il potere di portare alla follia chiunque lo legga o lo veda rappresentato, rivelando una realtà alterata, o com'è la realtà veramente, e un "Segno Giallo" invisibile ai più.

parte 1: gli Epstein Files, manco a dirlo, sono il "Re In Giallo" del nostro tempo. La discussione pubblica sui file Epstein si è spesso concentrata sugli aspetti più truci e scandalistici, trascurando il quadro più ampio che essi delineano. Unendo i puntini tra le migliaia di pagine e le informazioni già note, emerge non solo la storia di un predatore, ma la mappa di un'operazione complessa che ha contribuito a ridisegnare la politica occidentale dell'ultimo decennio.

parte 2: Il progetto centrale sembra essere stato quello di indebolire dall'interno le democrazie liberali. L'anno spartiacque, il 2016, con la Brexit e l'elezione di Trump, appare come un obiettivo realizzato. Nelle sue email, Jeffrey Epstein esultava per il "tribalismo" che avrebbe spaccato l'Europa. I file confermano il ruolo attivo di Steve Bannon, allora stratega di Trump, nel cercare di cooptare e finanziare leader sovranisti europei come Salvini, Le Pen e Orbán, con l'intento di creare un blocco destabilizzante all'interno delle istituzioni Ue.

parte 3: Un filo rosso inconfondibile collega questa operazione agli interessi della Russia. Il nome di Putin ricorre migliaia di volte nei documenti, in un intreccio di kompromat, accesso e influenza. I collegamenti politici diretti sono evidenti: in Italia, forze come la Lega e il Movimento 5 Stelle intrattenevano rapporti formali con Russia Unita, il partito di Putin, e ne sostenevano le politiche a livello nazionale ed europeo. Figure cardine della svolta del 2016, come Nigel Farage e Julian Assange, hanno operato per media controllati dal Cremlino.

parte 4: La manipolazione non si è limitata alle stanze del potere, ma ha sfruttato in modo sistematico il terreno digitale per plasmare l'opinione pubblica. I file suggeriscono che Ghislaine Maxwell abbia operato come super-moderatore su Reddit, una piattaforma chiave per il flusso d'informazioni. Inoltre, Jeffrey Epstein incontrò il fondatore di 4chan poco prima del lancio della board "/pol/", che divenne la fucina del linguaggio, dei meme e delle narrazioni estremiste della destra globale. Da quel bacino sono emersi fenomeni come QAnon, strumentalizzati per demonizzare gli avversari politici e radicalizzare una parte della gioventù occidentale.

parte 5: Questa architettura di influenza poggiava su solidi interessi finanziari e tecnologici. I file mostrano episodi di insider trading, come quando l'ex ministro britannico Peter Mandelson passò a Epstein informazioni riservate sul salvataggio dell'euro. Rivelano anche gli ingenti investimenti del finanziere nel settore delle criptovalute e i suoi tentativi di favorire legami tra l'ex premier israeliano Ehud Barak e il miliardario Peter Thiel, fondatore di Palantir, azienda interessata a smantellare le regole europee sulla privacy e la sorveglianza.

parte 6: L'impunità di cui Epstein godette a lungo è parte integrante della storia. Grazie alle immense ricchezze ottenute da Leslie Wexner, il fondatore di Victoria's Secret, si costruì una facciata di rispettabilità attraverso grandi donazioni a università come Harvard e il MIT. Un patteggiamento segreto e scandaloso nel 2008, orchestrato dal procuratore Alexander Acosta, gli consentì di evitare un processo federale e scontare una pena irrisoria, silenziando decine di vittime.

parte 7: La verità che i file Epstein aiutano a ricomporre è quindi duplice. Da un lato, confermano la banale, terribile realtà criminale: un uomo ricco che ha distrutto centinaia di vite giovani e vulnerabili, protetto dalla corruzione e dall'omertà del sistema. Dall'altro, forniscono una conferma circostanziata di una tesi politica: esisteva un'operazione coordinata che, attraverso la manipolazione dei social media, il finanziamento di movimenti sovranisti e le alleanze con potenze straniere, ha cercato con notevole successo di destabilizzare l'architettura democratica occidentale. I file non sono solo il ritratto di un mostro, ma il resoconto di come sia stato attaccato, e in parte modificato, il nostro spazio politico. Perché? Più cleptocrazie stile russo, più libertà negli affari.

parte 8: niente male per quello che, in originale, era un semplice professore di matematica di modeste origini.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5, parte 6, parte 7, parte 8; approfondisci dove ritieni necessario. Con tono particolarmente pungente e divertito.

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