Mamma, ho preso il PTSD su Instagram!

Pochi giorni fa la Facoltà di Lettere della Sapienza ha finalmente colmato una lacuna che nessuno sentiva: uno sportello di supporto psicologico per studenti traumatizzati dal conflitto in Medio Oriente. L’applauso automatico parte da solo — che bravi, che sensibili, che umani. Poi leggi meglio, guardi la scena con l’occhio giusto, e capisci che no: non è altruismo. È molto meglio. È commedia.

Gli studenti traumatizzati, in realtà, non sono quelli sotto le bombe. Sono quelli a Roma, quartiere San Lorenzo, fuorisede con coinquilini molesti e un esame di Filologia romanza alle porte. Italianissimi. Bianchissimi. Lontanissimi da Gaza.

La scena è irresistibile. Giovanni Coso, ventidue anni, matricola eterna, davanti al docente: “Professore, capisco il cinque, ma tenga conto che sono profondamente scosso dal conflitto mediorientale.” Il professore annuisce grave. Certo. Chi non lo sarebbe? Meno male che Giovanni non segue anche l’Ucraina, il Sudan e l’inflazione, altrimenti servirebbe un’équipe psichiatrica h24.

Questa è la psicologia politica fai-da-te: il trauma per delega, il PTSD in smart working. Non vivi la guerra, ma ti rovina comunque la media. È un salto di qualità antropologico notevole.

Da una parte, chi ride — ed è difficile non farlo — di questo nuovo filone terapeutico, dove l’evento traumatico è letto su Instagram. Dall’altra, l’Università che giustamente precisa: lo sportello è strutturale, aperto a tutta la comunità studentesca, inclusi studenti mediorientali e, già che ci siamo, esteso anche agli iraniani.

Tutto vero, tutto rispettabile. Ma la domanda resta lì, appiccicata come una gomma sotto il banco: solidarietà o moda? Ve lo dico io, così risparmiamo tempo: non è solidarietà. È performatività emotiva. È l’ansia di dimostrare che si sente qualcosa, anche quando non si sa bene cosa. È il bisogno di essere moralmente allineati, possibilmente con certificato medico.

Il dolore reale esiste, certo. Ma qui siamo davanti a un’altra cosa: l’istituzionalizzazione del sentirsi coinvolti. Non empatia, ma identificazione estetica.

Vittimismo per vittimismo, Gaza per Gaza, passiamo a un’altra Gazzata parallela. Cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali. Più noiosa di quanto avessi preventivato — altro che i francesi del 2024 con i Gojira, quelli sì che avevano capito che lo sport è anche spettacolo, non solo cartolina.

Sul palco: Bocelli, l’aedo casto e immarcescibile; Pausini, eterna ragazza istituzionale; Bartoli, la lirica come comfort zone; Lang Lang, il virtuosismo globale pronto all’esportazione. E poi, da qualche parte, mezzo inquadrato e mezzo no, Ghali.

Ghali che — secondo narrazione — sarebbe vittima del sistema. Non abbastanza inquadrato, non abbastanza ascoltato, non abbastanza legittimato. Un martire pop in alta definizione.

Io credo che Ghali sia come Massimo Boldi. Lo sai chi è. Se non vuoi che faccia il Ghali, non lo chiami. Punto.
Il problema non è lui, è l’ennesima italianata: lo inviti, fai finta di nulla, speri che non succeda niente e poi ti stupisci se succede esattamente quello che doveva succedere.

Gestione dilettantesca, comunicazione codarda, esito prevedibile. Ora Ghali ha il suo ruolo preferito: quello della vittima simbolica. A questo punto può serenamente iscriversi a Lettere alla Sapienza e andare in terapia. È un ecosistema coerente.

Ricordiamoci però una cosa, prima di fare gli scandalizzati selettivi. Paola Egonu è considerata una delle migliori giocatrici di pallavolo di questa epoca. Eppure una parte consistente del Paese non tollera di essere “rappresentata” da lei perché è nera. Figuriamoci da Ghali, che oltre a tutto il resto — diciamolo — come cantante fa pure cagare.

E qui il cerchio si chiude. Non è mai solo politica, non è mai solo cultura, non è mai solo musica. È un miscuglio di ipocrisia, estetica morale e fastidio mal digerito.
Il trauma vero, alla fine, non è Gaza. È lo specchio. E quello, purtroppo, non ha ancora uno sportello di supporto.

(Margherita Nanni)

Prompt:

Intro: Pochi giorni fa la Facoltà di Lettere della Sapienza ha colmato una lacuna: ha attivato uno sportello di supporto psicologico per studenti traumatizzati dal conflitto in Medio Oriente. "Che bravi, offrire aiuto ai ragazzi palestinesi traumatizzati dalla guerra!" Purtroppo la realtà è molto meno altruista, anche se almeno fa riderissimo.

parte 1: gli studenti traumatizzati in realtà sarebbero proprio quelli della Sapienza, povere stelle. Studenti italiani, a Roma, che hanno bisogno di un terapeuta per superare lo shock di una guerra lontana. Immaginate la scena: Giovanni Coso che sta per essere bocciato, ma chiede clemenza al professore: sa, sono ancora traumatizzato per Gaza, vado dallo psicologo. Meno male non è in ambasce per una qualsiasi altra crisi, altrimenti non vale.

parte 2: da una parte, chi ride di questa "psicologia politica" fatta in casa. Dall'altra, l'Università precisa che lo sportello è strutturale e aperto a tutta la comunità studentesca (compresi i molti studenti mediorientali), e che anzi è stato esteso per gli studenti iraniani. Ma la domanda vera rimane: solidarietà o moda? Ve lo dico io: sicuramente non è solidarietà.

parte 3: vittimismo per vittimismo, Gaza per Gaza, passiamo ad un'altra Gazzata parallela. Cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali, molto più noiosa di quel che mi aspettassi (altro che i francesi del 2024 coi Gojira). Varie esibizioni: il casto aedo Bocelli, l'eterna ragazza Pausini, la signora della lirica Bartoli, il virtuoso del piano Lang Lang. Da qualche parte, mezzo inquadrato mezzo no, Ghali. Che fa la vittima perché, essendo inviso al sistema, non lo inquadrano, non gli fanno leggere i pensierini, o qualcosa del genere.

parte 4: credo che Ghali sia come Massimo Boldi. Lo sai chi è: se non vuoi che faccia il Ghali, non lo chiami. La cosa è stato organizzata malissimo, la solita italianata: facciamo finta di nulla e se scoppia non è colpa nostra. Ora Ghali potrà iscriversi a La Sapienza e andare in terapia, comunque.

parte 5: ricordatevi però che Paola Egonu è considerata una delle migliori giocatrici di pallavolo di quest'epoca, tuttavia la maggior parte degli italiani non tollera di essere rappresentato da lei perché è nera. Figuriamoci da Ghali che fa pure cagare come cantante.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5.

Approfondisci dove ritieni necessario. assumendo la personalità di Margherita Nanni, scrivi un articolo brillante, divertente, colorito, senza moralismo, ma cogliendo il fascino dell'inverosimiglianza della vicenda.

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