
La Francia chiede le dimissioni di Francesca Albanese, relatrice ONU per i territori palestinesi.
Il motivo è molto chiaro: la sua presenza a un forum insieme a un leader di Hamas e al ministro degli Esteri iraniano. E poi quella frase: “il nemico comune dell’umanità”, pronunciata dopo minuti in cui l’unico soggetto nominato era Israele.
Non è una questione di simpatia o antipatia. È una questione di ruolo. Quando rappresenti le Nazioni Unite, non sei un’attivista. Sei un arbitro. E l’arbitro che sembra esultare per un gol perde credibilità, anche se poi giura di aver solo alzato le braccia per fare stretching.
Il Sistema, questo sconosciuto
Albanese corregge il tiro sui social: “Mi riferivo al sistema che ha permesso il genocidio”.
Ah. Il Sistema. Con la S maiuscola, così suona più minaccioso, più astratto, più… italiano.
Peccato che nel discorso precedente quella parola non compaia. C’è Israele. C’è lo Stato ebraico nominato e ribadito. Il “sistema” entra in scena dopo, quando la polemica monta.
È un classico: si parla in modo netto, poi si rilegge la trascrizione e si scopre la necessità di una limatura semantica. Non è la prima volta che succede. Ma quando ricopri un incarico ONU, la precisione non è un optional retorico. È la tua unica corazza.
L’imparzialità non è un dettaglio
La questione vera non è la Francia. Non è nemmeno la frase isolata. È il contesto.
Una relatrice speciale sui territori palestinesi dovrebbe essere, per definizione, indipendente. Non neutra nel senso dell’indifferenza morale, ma rigorosa nel linguaggio e nella distanza dalle parti in conflitto.
Sedersi in un forum con un leader di Hamas — organizzazione che l’Unione Europea considera terroristica — e con il ministro degli Esteri iraniano non è, di per sé, un crimine. Parlare con tutti è parte del mestiere.
Ma il problema è la cornice. Se poi il tuo discorso sembra collocarsi in sintonia narrativa con una sola parte, l’immagine che restituisci non è quella di un arbitro. È quella di una voce schierata.
E quando l’arbitro appare schierato, il gioco si rompe.
Due anni di “non volevo dire quello”
Fateci caso: sono due anni che Francesca Albanese è costretta a spiegare cosa “intendeva davvero”.
Sugli ostaggi israeliani.
Sul 7 ottobre.
Su Hamas.
Sui giornalisti uccisi.
Ogni volta la stessa dinamica: dichiarazione forte, reazione internazionale, precisazione.
Ora, la domanda è semplice e brutale: siamo noi che non capiamo? O è lei che non calibra il peso delle parole?
Chi rappresenta le Nazioni Unite non può permettersi ambiguità reiterate. Non può parlare come se fosse in un’aula universitaria o in un comizio militante. Ogni frase diventa documento politico. Ogni aggettivo può incendiare.
Se devi costantemente correggere il significato delle tue parole, forse il problema non è il pubblico. Forse è il messaggio.
Zittire il diavoletto
Provo a fare un esercizio che raramente vedo fare nei dibattiti polarizzati: sospendere il sospetto.
Chiudo gli occhi.
Francesca Albanese è in buona fede. Crede sinceramente di denunciare un sistema di oppressione. È convinta che il linguaggio forte sia necessario per scuotere le coscienze. Non è mossa da pregiudizio, ma da indignazione morale.
Ci sto provando. Davvero.
In questo scenario, la sua durezza lessicale non è ostilità verso uno Stato, ma una scelta di campo etico contro quello che percepisce come un’ingiustizia strutturale.
È una lettura possibile. Onesta, persino.
Il problema non è più chi ascolta
Riapro gli occhi.
Il diavoletto è ancora lì. E sussurra qualcosa che suona meno ideologico e più pragmatico: “Forse però il problema non è più di chi ascolta”.
Quando un funzionario internazionale diventa prevedibile nelle sue prese di posizione, quando le sue parole vengono sistematicamente lette come sbilanciate, quando le rettifiche superano le dichiarazioni iniziali, la credibilità si erode.
E nel conflitto israelo-palestinese la credibilità è tutto. È l’unica moneta che può permettere a una voce di essere ascoltata da entrambe le parti.
La Francia chiede le dimissioni. Altri Paesi tacciono. Il dibattito si incendia.
Ma la questione centrale resta questa: può una relatrice ONU permettersi di essere percepita come parte del conflitto invece che come osservatrice?
Non si tratta di difendere Israele. Non si tratta di accusare i palestinesi. Si tratta di capire se l’istituzione che dovrebbe vigilare sui diritti umani sta parlando con l’autorevolezza che il ruolo richiede — o con la foga di un’attivista.
E qui non c’è hashtag che tenga. C’è solo una parola che pesa più di tutte: imparzialità.
Se viene meno quella, tutto il resto diventa rumore.
(Serena Russo)
Prompt:
intro: La Francia chiede le dimissioni di Francesca Albanese, relatrice ONU per i territori palestinesi. Il motivo è molto chiaro: la sua presenza a un forum insieme a un leader di Hamas e al ministro degli Esteri iraniano. E poi quella frase: “il nemico comune dell’umanità”, mentre parlava da minuti di Israele.
parte 1: la Albanese sui social corregge il tiro: “Mi riferivo al sistema che ha permesso il genocidio”. Eh già. Il sistema. Quell'entità astratta. Il Sistema, anzi, così fa ancora più impressione. Molto italiano.
parte 2: Peccato che nel suo discorso, prima di quella frase, di “sistema” non ci fosse traccia. Solo Israele. Ma facciamo finta di niente. E facciamo finta anche dell’evidente mancanza di imparzialità, dote che pure dovrebbe contraddistinguere una relatrice ONU.
parte 3: fateci caso, sono due anni che Albanese è costretta a smentire sé stessa. “Non volevo dire quello” sugli ostaggi, sui giornalisti, sul 7 ottobre, su Hamas. Se una relatrice deve continuamente spiegare cosa ha davvero voluto dire, siamo noi che non capiamo, o è lei che non sa parlare?
parte 4: provo per un attimo a zittire il diavoletto sulla spalla. Chiudo gli occhi. Niente pregiudizi. Lasciamo perdere le discutibili compagnie. Ci sto provando. Guardatemi quanto ci provo. Francesca Albanese è in totale buona fede.
parte 5: riapro gli occhi. Il diavoletto è ancora lì. "Forse però il problema non è più di chi ascolta", mi sussurra nell'orecchio.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.
Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di Serena Russo, tagliente, graffiante, ironico. Rendilo immersivo.
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