
Partiamo da un fatto semplice, quasi banale: gli Epstein Files non escono in ritardo di dieci anni perché “il Deep State li insabbia”. Sono email. Cioè: messaggi scritti da qualcuno a qualcun altro. Possono contenere verità, millanterie, fantasie, allusioni, battute da spogliatoio, mezze confessioni e mezze menzogne. Non sono sentenze. Non sono prove giudiziarie in sé.
Il Dipartimento di Giustizia americano, all’epoca, le ha esaminate. Ha aperto indagini dove c’erano elementi concreti e ha tenuto segreto tutto ciò che avrebbe esposto lo Stato a cause milionarie per diffamazione senza riscontri. Non è romanticismo istituzionale: è procedura.
Allora perché escono adesso? Perché qualcuno ha stabilito che il Presidente degli Stati Uniti, per il ruolo che ricopre, non gode dello stesso diritto alla privacy di un cittadino qualunque. Punto. Nessuna apocalisse esoterica. Solo una scelta politica e giuridica: la trasparenza prevale sulla riservatezza quando in ballo c’è la Casa Bianca.
La vera notizia, infatti, non sono i file. La vera notizia è un’altra: l’amministrazione Trump ha mentito, ha abusato del proprio potere e ha insabbiato materiale potenzialmente compromettente per proteggere Donald Trump. Non sappiamo ancora fino in fondo da cosa, ma sappiamo abbastanza per capire che non si tratta di una cena di gala finita male. C’è quella “cosuccia” – per usare un eufemismo – di una notte in cui Trump si è vantato di uno stupro, e la vittima si è poi suicidata.
Qui non siamo nel campo delle fantasie da forum anonimo. Siamo nel campo delle responsabilità politiche e penali. E chi ha coperto, chi ha manipolato, chi ha rallentato la diffusione delle informazioni – Bondi e Patel in primis – rischia grosso. In America, quando la diga cede, le teste rotolano davvero. Non è un proverbio medievale, è cronaca istituzionale.
E tuttavia, sarebbe troppo comodo fermarsi qui, indignarsi, e passare al prossimo scandalo. Perché la storia degli Epstein Files racconta qualcosa di più profondo, e più scomodo, anche per noi europei che osserviamo con il sopracciglio alzato.
Per anni, chi parlava di élite corrotte, di reti di potere che si proteggono a vicenda, veniva archiviato con un’etichetta pronta all’uso: “complottista”. Bastava un post maldestro, una frase sopra le righe, e finivi nella cartella QAnon. Conversazione chiusa.
Poi arrivano gli Epstein Files. E scopriamo che Jeffrey Epstein non era un nickname su Telegram, ma un finanziere in carne e ossa, con jet privati, fotografie con politici, reali, premi Nobel. Una rete trasversale di potere, denaro e impunità. Nessun rettiliano. Nessun adrenocromo. Nessun rituale satanico. Ma un sistema reale in cui certi nomi tornano, certi salotti si frequentano, certi favori si scambiano.
Non c’è bisogno di evocare cabale esoteriche quando basta leggere un’agenda di appuntamenti.
Il problema è che abbiamo usato la parola “complottista” come un interruttore retorico: clic, e il dibattito si spegne. Nel farlo, abbiamo messo nello stesso calderone chi vedeva cospirazioni nelle scie degli aerei e chi si limitava a fare domande scomode sui rapporti tra potere, finanza e politica.
QAnon ha costruito una mitologia delirante, questo è indiscutibile. Ma ha intercettato un sentimento reale: la sfiducia verso istituzioni che spesso proteggono se stesse prima di proteggere i cittadini. Il caso Epstein dimostra che quel sentimento, nella sua sostanza, non era campato in aria. Era distorto, esasperato, teatralizzato. Ma non inventato dal nulla.
Attenzione: non si tratta di dire “avevano ragione i complottisti”. Sarebbe una scorciatoia altrettanto infantile. Si tratta di ammettere che liquidare ogni critica al potere come paranoia è stato un errore speculare a quello di chi vede complotti ovunque.
Tra il delirio e la negazione esiste uno spazio adulto. Uno spazio in cui si possono riconoscere dinamiche di privilegio e impunità senza evocare società segrete in mantello nero. Uno spazio in cui si può dire: qui c’è un problema di potere che si auto-protegge. E questo è un problema reale, politico, istituzionale.
Gli Epstein Files non dimostrano l’esistenza di un’apocalisse nascosta. Dimostrano qualcosa di molto più banale – e per questo più inquietante: quando il potere dialoga solo con se stesso, quando frequenta sempre gli stessi salotti, quando si scambia favori in circuiti chiusi, il rischio non è il complotto cosmico.
Il rischio è l’impunità ordinaria.
E quella, credetemi, è infinitamente più pericolosa di qualsiasi leggenda metropolitana.
(Francesco Cozzolino)
Prompt:
Intro: Partiamo da un fatto: gli Epstein Files non escono in ritardo di 10 anni perché “il Deep State li insabbia”. Sono solo email. Cioè: sono cose che qualcuno ha scritto a qualcun altro. Possono essere verità, menzogne, fiction, illazioni. Non sono prove. Il Dipartimento di Giustizia americano, all’epoca, le ha esaminate, ha aperto indagini dove serviva, e ha tenuto segreto tutto ciò che avrebbe esposto a denunce per diffamazione senza riscontri. E allora perché escono adesso? Perché qualcuno ha stabilito che il Presidente degli Stati Uniti, per il ruolo che ricopre, non ha lo stesso diritto alla privacy di un cittadino qualunque. Fine.
parte 1: La vera notizia non sono i file. La vera notizia è che l’amministrazione Trump ha mentito, ha abusato del suo potere e ha insabbiato tutto per proteggere Trump. Non sappiamo ancora da cosa esattamente, a parte quella cosuccia da nulla: una notte Trump si è vantato di uno stupro, e la vittima poi si è suicidata. Bondi e Patel rischiano grosso. Teste rotoleranno.
parte 2: Per anni, chi parlava di élite corrotte, reti di potere, protezione reciproca ai vertici, veniva bollato come complottista. Bastava un post fuori tono e finivi archiviato nella cartella “QAnon”, chiusa lì la conversazione. Poi arrivano gli Epstein Files. E scopriamo che Jeffrey Epstein non era un nickname su Telegram, ma un finanziere con contatti altissimi, jet privati, fotografie con politici, reali, premi Nobel. Una rete trasversale di potere, denaro e impunità. Nessun rettiliano. Nessun adrenocromo. Nessun rituale satanico. Ma un sistema reale in cui certi nomi tornano sempre, certi salotti si frequentano, certi favori si scambiano.
parte 3: abbiamo passato anni a usare “complottista” come interruttore retorico: premi e spegni il dibattito. E nel farlo abbiamo messo nello stesso calderone chi vedeva cospirazioni ovunque e chi si limitava a fare domande scomode. QAnon ha costruito una mitologia delirante. Ma ha intercettato un sentimento reale: la sfiducia verso istituzioni che spesso proteggono se stesse. E il caso Epstein ha dimostrato che quel sentimento, nella sua sostanza, non era campato in aria.
parte 4: Non si tratta di dire “avevano ragione i complottisti”. Si tratta di ammettere che liquidare ogni critica al potere come paranoia è stato un errore speculare a quello di chi vede complotti ovunque.
parte 5: In mezzo, c’è uno spazio n cui si possono riconoscere dinamiche di privilegio e impunità senza evocare cabale esoteriche. Uno spazio in cui si può dire: qui c’è un problema di potere che si auto-protegge, ed è un problema reale, non una teoria del complotto. Gli Epstein Files non provano l’esistenza di un’apocalisse segreta. Provano qualcosa di più banale e più inquietante: che quando il potere dialoga solo con se stesso, il problema non è chi fa domande, ma cosa succede in quei salotti.
Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4. Approfondisci dove ritieni necessario.
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