Tunnel, parole e verità

La semantica è fondamentale.
Oppure, per dirla con Nanni Moretti: le parole sono importanti.

Lo sono perché orientano il giudizio. Lo sono perché trasformano un fatto in una narrazione. E lo sono, soprattutto, quando si parla di guerra.

I tunnel sotto Rafah non sono un’allegoria

Ogni giorno, da quando è iniziata la tregua, l’esercito israeliano continua a demolire nuove gallerie di Hamas a Gaza. Non è un dettaglio tecnico: è il cuore materiale del conflitto.

L’ultima scoperta riguarda una rete fittissima di tunnel sotto centinaia di abitazioni a Rafah. Non “cunicoli di resistenza”. Non “infrastrutture alternative”. Tunnel militari. Scavati sotto case civili. Collegati a depositi di armi, centri di comando, uscite operative.

Chiunque abbia messo piede in una zona di guerra sa cosa significa questo: significa che sopra quei tunnel vivono famiglie. Bambini. Anziani. Significa che ogni operazione di demolizione diventa un incubo logistico e morale. Significa che la distinzione tra civile e combattente viene deliberatamente confusa.

È un fatto. Non un’opinione.

La romantizzazione del sottosuolo

E mentre queste gallerie venivano utilizzate come basi armate, c’è chi — in alcune università americane come City University of New York o Columbia University — le ha descritte come “atto di decolonizzazione” e “resistenza”.

Ora, io capisco il fascino del linguaggio rivoluzionario. Fa sentire dalla parte giusta della storia. Ma chiamare “resistenza” un’infrastruttura militare costruita sotto abitazioni civili significa compiere un’operazione semantica precisa: togliere la dimensione militare e restituire una patina etica.

Il problema è che la guerra non si lascia rieducare dal vocabolario.

Un tunnel armato sotto una casa resta un obiettivo militare. E quando lo colpisci, le conseguenze si riversano sopra, non sotto.

I miliardi che non hanno costruito scuole

Un’altra parola che va usata con attenzione è “priorità”.

Parliamo di miliardi di dollari entrati nella Striscia in questi anni. Risorse che avrebbero potuto finanziare scuole, ospedali, infrastrutture civili. Una generazione diversa.

Invece, una parte consistente è finita nel sottosuolo. Cemento, ventilazione, cablaggi, sistemi di comunicazione. Una città parallela, invisibile, pensata per la guerra.

Chi paga il conto? I civili di Gaza. Sempre loro. Non i dirigenti nascosti. Non chi impartisce ordini dai bunker.

E poi, inevitabilmente, arriva la demolizione. Quartieri interi devastati per stanare un’infrastruttura che non avrebbe mai dovuto esistere sotto quelle case.

Questo non assolve Israele dalle sue responsabilità operative. Ma non assolve neppure chi ha scelto di militarizzare lo spazio civile.

L’effetto paradosso: l’eccellenza nella guerra sotterranea

C’è un altro dato che raramente viene raccontato: l’effetto tecnologico.

Hamas, senza volerlo, ha costretto Israele a diventare un’eccellenza mondiale nella guerra sotterranea. Sensori, robot, tecniche di mappatura, demolizione controllata. Oggi quelle competenze vengono studiate, esportate, insegnate ad altri eserciti.

È il paradosso crudele dei conflitti asimmetrici: l’innovazione nasce dalla minaccia.

Ma attenzione: il fatto che Israele abbia sviluppato tecnologie avanzate non rende la situazione “giusta”. Significa solo che la guerra, quando si radica nel tessuto urbano, produce specializzazioni nuove. E nuove zone grigie.

Genocidio, fascismo e altre parole pesanti

Qui arriviamo al nodo più delicato: le parole come “genocidio”.

Dire che non c’è genocidio non significa dire che non ci siano crimini. Le due cose non sono sinonimi. Il governo di Benjamin Netanyahu può essere criticato duramente — e io l’ho fatto — per politiche autoritarie, per l’espansione degli insediamenti, per operazioni che meritano indagini serie.

Ma “genocidio” è una categoria giuridica precisa. Usarla come slogan svuota il termine e indebolisce le vere battaglie per i diritti umani.

E qui entrano in scena figure come Francesca Albanese, seguite da un pubblico che spesso trasforma ogni analisi in atto di fede. Il problema non è criticare Israele. Il problema è farlo in modo selettivo, ideologico, impermeabile ai fatti scomodi.

Se denunci solo una parte, non stai facendo giustizia: stai facendo propaganda.

La guerra delle parole

Poi, certo, possiamo continuare così.

Possiamo trasformare ogni parola in uno striscione. “Genocidio” da una parte. “Autodifesa” dall’altra. “Resistenza”. “Terrorismo”. “Fascismo”. “Liberazione”. Un vocabolario ridotto a cori da stadio.

È molto più semplice tifare che studiare. Molto più gratificante indignarsi che distinguere. Molto più comodo condividere un post che leggere un report di cento pagine.

La realtà, invece, è terribilmente meno instagrammabile: è fatta di tunnel sotto case vere, di civili usati come scudi, di governi cinici, di leadership irresponsabili, di errori operativi, di fanatismi speculari. Non è una saga con eroi puri e villain monolitici. È un conflitto sporco, tragico, pieno di colpe distribuite in modo asimmetrico ma reale.

Ma lo so già: domani qualcuno leggerà questo pezzo e mi metterà comunque in una casella. “Sionista.” “Traditrice.” “Complice.” “Venduta.” L’etichetta precede l’argomento.

Perché le parole sono importanti, sì. Ma la voglia di usarle male è ancora più potente.

E così continueremo a discutere di semantica mentre sotto terra si scavano tunnel e sopra terra si scavano fosse.

Applaudendo, possibilmente, dalla tribuna.

(Serena Russo)

Prompt:

intro: la semantica è fondamentale. Oppure, "le parole sono importanti", per citare Nanni Moretti.

parte 1: Ogni giorno, da quando è iniziata la tregua, l'esercito israeliano demolisce nuove gallerie di Hamas a Gaza. Un'operazione difficile e purtroppo non priva di costi umani. Una rete fittissima di tunnel sotto centinaia di abitazioni a Rafah, che ha messo a rischio decine di migliaia di civili, è la scoperta più recente.

parte 2: E mentre questi cunicoli venivano usati come basi terroristiche, c’è chi nelle università americane (come CUNY e Columbia) e non li celebra come "atto di decolonizzazione" e "resistenza".

parte 3: La realtà è un’altra: miliardi di dollari sottratti al popolo palestinese, spesi per costruire dungeon sotterranei invece che scuole o ospedali. Tunnel che non hanno protetto nessuno, ma hanno portato morte e distruzione a Gaza, costringendo Israele a demolire interi quartieri per stanare il terrore.

parte 4: Hamas, senza volerlo, ha trasformato Israele in un’eccellenza mondiale nella guerra sotterranea. Oggi, le stesse tecnologie sviluppate per contrastare queste gallerie vengono esportate e insegnate ad altri eserciti nel mondo.

parte 5: naturalmente, tutto questo non rende il governo di Netanyahu meno fascista, né i suoi crimini di guerra meno criminali. Ribadisce semmai come né prima né ora ci fosse un genocidio. E che le parole, appunto, sono importanti. Non per i numerosi discepoli di Francesca Albanese e, più in generale, i credenti della religione pro-pal, naturalmente. Che sono parte del problema.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.

Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di Serena Russo, tagliente e ironico. Rendilo immersivo.

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