
Ieri, su Facebook, ho letto una frase che vale più di mille analisi sociologiche, più di interi volumi di scienza politica, più di qualsiasi convegno sull’“onda populista” organizzato in qualche fondazione dal nome rassicurante. La frase era questa: “Pazienza se mi abbassano lo stipendio o aumentano le tasse, mi basta vedere i comunisti di merda all’opposizione per sempre e i froci che si nascondono”.
Ecco. Il manifesto involontario del nuovo sovranismo. Non un programma economico, non una visione dello Stato, non un’idea di società. Un desiderio di umiliazione. Un bisogno di vendetta simbolica. Una pulsione punitiva che si traveste da identità politica.
Chiunque abbia insegnato storia sa che le fratture epocali non arrivano con le fanfare. Arrivano così: con una frase scritta di getto, tra una pubblicità di materassi e la foto di un aperitivo. Arrivano quando il cittadino accetta consapevolmente di perdere diritti materiali pur di veder punito un nemico immaginario. Quando il conflitto sociale viene sostituito dall’odio identitario. Quando la politica smette di essere progetto e diventa sfogo.
Oggi assistiamo a una mutazione antropologica. E uso questo termine con tutta la cautela che merita, ma anche con la gravità che impone. Masse popolari che invocano l’autoritarismo. Lavoratori che si identificano con l’oppressore. Precari che difendono il potere che li precarizza. È un rovesciamento quasi pasoliniano: il dominato che sogna di somigliare al dominatore, non di liberarsene.
La violenza, simbolica o reale, è diventata più affascinante dei diritti. Il diritto è lento, complesso, mediato. La violenza è semplice, immediata, virile. Il diritto chiede pazienza, compromesso, pluralismo. La violenza promette una soddisfazione istantanea: qualcuno pagherà. E poco importa chi. L’importante è che sia “l’altro”.
In questo clima, non sorprende che la verità dei fatti diventi irrilevante. Che un poliziotto abbia davvero giustiziato un pusher o chiesto il pizzo, per certi ambienti, non fa differenza. Non sposta di un millimetro. Perché il punto non è la giustizia, ma l’esibizione della forza. Non è la legalità, ma l’appartenenza tribale. Se l’uomo in divisa è percepito come il braccio armato della propria rabbia, allora ogni suo eccesso diventa giustificabile. Anzi, auspicabile.
Chi vuole sangue non si ferma davanti ai codici. Li considera ostacoli. La garanzia diventa complicità. Il garantismo, un lusso per anime belle. È il tramonto di una cultura giuridica che ha impiegato secoli per affermarsi, dal diritto romano alle costituzioni novecentesche. È l’idea stessa di limite che viene percepita come debolezza.
L’unico valore premiato, oggi, è la capacità di predare. Dal macroeconomico al quotidiano. L’imprenditore che evade è “furbo”. Il politico che piega le regole è “uno che sa come si fa”. Il vicino che parcheggia sul marciapiede e risponde con arroganza è “uno che non si fa mettere i piedi in testa”. Il forte che ignora le regole non è più un criminale, ma un eroe in un mondo che finisce.
E quando il mondo sembra finire, l’etica si accartoccia. Se tutto crolla, se il futuro è percepito come una minaccia e non come promessa, allora vale tutto. Conta solo salvarsi. O, almeno, vedere affondare qualcun altro prima di sé. È qui che l’autocrazia diventa seducente. Non perché risolva davvero i problemi, ma perché offre una narrazione semplice: c’è un capo, c’è un nemico, c’è una punizione.
È per questo che oggi è così difficile ritornare sui binari. Il vecchio mondo fatto di regole, democrazie liberali, corpi intermedi, mediazioni parlamentari, appare logoro, inefficiente, quasi ridicolo agli occhi di chi chiede risposte immediate. La complessità viene percepita come tradimento. La pluralità come debolezza. Il dubbio come complicità.
E allora l’autocrazia pare la risposta al malessere. Non perché migliori la vita, ma perché garantisce un conforto perverso: qualcuno starà peggio di te. Qualcuno sarà escluso, colpito, zittito. E in quell’esclusione si troverà un effimero senso di appartenenza.
Come insegnante, prima ancora che come giornalista, questo è ciò che mi inquieta di più. Non la vittoria elettorale dell’uno o dell’altro, ma la trasformazione culturale che la rende possibile. Se perdiamo l’idea che la dignità umana sia indivisibile, che i diritti non siano concessioni ma argini, allora perdiamo il terreno stesso su cui discutere.
La sinistra, lo dico con amarezza e con la delusione di chi ci ha creduto fino in fondo, ha spesso smarrito il linguaggio capace di parlare alle paure senza legittimare l’odio. Ha ceduto alla tecnocrazia quando serviva passione, o alla retorica quando serviva concretezza. Ma questo non assolve la deriva. Non la rende inevitabile.
Siamo davanti a una scelta morale prima che politica. Accettare che la politica sia vendetta, oppure difendere l’idea che sia giustizia. Accettare che il più forte abbia ragione, oppure continuare ostinatamente a credere che la forza senza limite sia barbarie.
La storia insegna che i cicli si chiudono. Ma insegna anche che ogni regressione ha un prezzo umano altissimo. E quando ce ne accorgiamo, spesso è tardi.
Per questo non possiamo limitarci a osservare. Dobbiamo tornare a nominare le cose. A chiamare l’odio per quello che è. A ricordare che chi oggi applaude la repressione, domani potrebbe esserne vittima.
La democrazia non è un sentimento. È una disciplina. E, come tutte le discipline, richiede fatica. Ma è l’unica che impedisce alla nostra parte più oscura di diventare legge.
(Roberto De Santis)
Prompt:
intro: Ieri, su Facebook, ho letto una frase che vale più di mille analisi: "Pazienza se mi abbassano lo stipendio o aumentano le tasse, mi basta vedere i comunisti di merda all'opposizione per sempre e i froci che si nascondono". Ecco il manifesto involontario del nuovo sovranismo.
parte 1: Oggi assistiamo a una mutazione antropologica: masse popolari che invocano l’autoritarismo, si identificano con l’oppressore, e trovano la violenza più affascinante dei diritti.
parte 2: e quindi che un poliziotto abbia davvero giustiziato un pusher o chiesto il pizzo, per certi ambienti non fa differenza. Non sposta di un millimetro chi vuole solo sangue.
parte 3: L’unico valore premiato, oggi, è la capacità di predare. Dal macroeconomico al quotidiano, il "forte" che ignora le regole non è più un criminale, ma un eroe in un mondo che finisce.
parte 4: è per questo che oggi è così difficile ritornare sui binari. Il vecchio mondo fatto regole e democrazie si è rotto e l'autocrazia pare la risposta al malessere - per lo meno, dà il conforto che sarà qualcun altro a stare peggio di te.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4. Approfondisco dove ritengo necessario.
Assumendo personalità e stile di scrittura di Roberto De Santis, scrivi un articolo; usa un tono brillante e polemico. Rendi l'articolo immersivo e partecipato.
Scopri di più da Le Argentee Teste D'Uovo
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.