Meloni al bivio

Il problema di Giorgia Meloni non è la sua furbizia. Anzi, quella finora le ha garantito sopravvivenza e centralità. Il vero problema è il momento storico che sta arrivando. Per due anni ha potuto contare su un vantaggio competitivo enorme: un’opposizione di sinistra così confusa, litigiosa, talmente intenta a regolamenti di conti interni da risultare, agli occhi degli italiani, semplicemente inadatta a governare.

Quando dall’altra parte hai un campo largo che sembra un condominio in assemblea permanente, basta mostrarsi ordinati e coerenti per sembrare statisti. Ma il mondo attorno a Palazzo Chigi sta cambiando. E cambia in fretta. Non è più tempo di galleggiare sulle debolezze altrui. Sta arrivando il momento delle scelte vere.

L’onda sovranista che aveva attraversato l’Occidente negli ultimi dieci anni sta perdendo slancio. E il principale responsabile di questa débâcle ha un nome e un cognome: Donald Trump.

Il trumpismo aveva promesso protezione, prosperità, primato nazionale. Oggi lascia in eredità tensioni commerciali, guerre di dazi, instabilità finanziaria e un clima internazionale da perenne rissa da social network. I danni all’economia mondiale – tra protezionismo aggressivo e imprevedibilità sistemica – stanno smascherando la vecchia retorica nazionalista: non basta gridare “America First” per far quadrare i conti.

Essere “buoni amici” di Trump può regalare qualche fotografia sorridente, qualche applauso nei consessi conservatori, qualche titolo sui giornali. Ma quando si tratta di difendere davvero l’autonomia del proprio paese, la realtà è meno glamour. Se Washington alza dazi o destabilizza mercati, l’Italia paga. E paga doppio, perché è una nazione esportatrice, manifatturiera, strutturalmente interdipendente.

La retorica del sovranismo muscolare funziona finché resta slogan. Quando diventa politica economica, si trasforma in conto da saldare.

Il problema per Meloni è che le sue radici culturali affondano proprio in quel mondo lì, nell’universo simbolico e ideologico del MAGA. Non è un mistero. Non lo è per gli alleati, non lo è per gli avversari.

E mentre l’America si avvia verso turbolenze che promettono di essere epocali – tra polarizzazione interna, tensioni istituzionali e scontri economici – la Presidente del Consiglio continua a giocare su più tavoli. Un salto con Ursula von der Leyen, uno con Keir Starmer, uno con Friedrich Merz. Una danza diplomatica calibrata, quasi acrobatica.

Ma da Emmanuel Macron si tiene ostinatamente lontana. Ed è curioso, perché Macron è stato l’unico leader europeo ad aver contrastato con decisione l’asse Putin-Trump, proponendo un’idea di sovranità europea alternativa tanto al vassallaggio atlantico quanto alla fascinazione per Mosca.

Perché questa distanza? Perché l’antimacronismo è diventato, in certi ambienti italiani, una postura identitaria. Come se criticare Parigi fosse un modo per esorcizzare la nostra storica fragilità strategica. Ma evitare Macron non rende l’Italia più autonoma. La rende solo più esitante.

L’antimacronismo italico è l’ennesima prova di una sudditanza che non si vuole ammettere. È più facile polemizzare con la Francia che misurarsi con le contraddizioni del proprio campo.

L’ultima sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti contro i dazi trumpiani ha già spiazzato la narrazione meloniana. Se il trumpismo viene corretto o ridimensionato dalle stesse istituzioni americane, diventa sempre più difficile raccontare la favoletta dei “buoni rapporti personali” come chiave di volta della strategia nazionale.

Le relazioni tra Stati non sono amicizie tra compagni di scuola. Sono interessi, equilibri, forza contrattuale. E le prossime elezioni di midterm negli Stati Uniti saranno le vere Forche caudine del legame con il MAGA. Se quell’universo dovesse entrare in crisi politica profonda, chi ha investito troppo simbolicamente su di esso si ritroverà improvvisamente scoperto.

E la politica, si sa, punisce chi resta senza copertura.

Giorgia Meloni deve scegliere. E deve farlo in fretta.

Da che parte sta? Con la liberaldemocrazia europea, con tutte le sue lentezze e imperfezioni, o con un fronte di nazionalismi che spesso strizza l’occhio a modelli autoritari variamente collocati? Non è più una domanda teorica. È una questione di posizionamento storico.

Il paradosso è che a porre questa domanda non può essere il cosiddetto “campo largo”. Troppo diviso, troppo ambiguo, in parte compromesso con simpatie putiniane mai del tutto chiarite, con retoriche anti-occidentali che convivono con europeismi di facciata. Non si costruisce credibilità alternando piazze pacifiste a silenzi imbarazzati.

Tocca ai liberaldemocratici veri, ai riformisti autentici, a chi crede nella sovranità come responsabilità e non come slogan, costruire un’alternativa seria. Non urlata. Non isterica. Ma solida.

La fine dell’era trumpiana – e si avvicina, comunque vada – sarà uno spartiacque. Per l’America, certo. Ma anche per l’Europa e per l’Italia.

Sarà l’occasione per fondare una forza politica nazionale ed europea finalmente libera dai populismi, capace di coniugare identità e realismo, conservazione e modernizzazione. Una destra che non viva di nostalgie muscolari e una sinistra che non si perda in moralismi inconcludenti.

Lo riconosco io, che conservatore lo sono sempre stato: il patriottismo non è fare il tifo per un leader straniero. È difendere l’interesse italiano con lucidità, senza sudditanze e senza isterie.

Il tempo delle furbizie tattiche sta finendo. Arriva quello delle scelte strategiche. E nella storia, prima o poi, tutti devono decidere chi vogliono essere. Anche chi, finora, è riuscito a galleggiare tra le onde.

(Francesco Cozzolino)

Prompt:

Intro: Il problema di Giorgia Meloni non è la sua furbizia, ma il momento storico che sta arrivando. Finora ha goduto di un vantaggio enorme: un'opposizione di sinistra così confusa e litigiosa da risultare, agli occhi degli elettori, semplicemente inadatta a governare. Ma il mondo intorno sta cambiando, e cambia in fretta.

parte 1: L'onda sovranista sta iniziando a perdere slancio. E il principale responsabile di questa débâcle si chiama Donald Trump, i cui danni all'economia mondiale stanno smascherando tutta la vecchia retorica nazionalista. Essere "buoni amici" di Trump può regalare qualche momento di gloria personale, ma quando si tratta di difendere l'autonomia e gli interessi del proprio popolo, i conti si fanno amari.

parte 2: Il problema è che le radici culturali e ideologiche della nostra Presidente affondano proprio lì, in quel mondo MAGA. E mentre l'America si avvia verso turbolenze che promettono di essere epocali, la Meloni continua a giocare su più tavoli: un salto con Von der Leyen, uno con Starmer, uno con Merz. Ma da Macron, l'unico leader europeo che ha davvero contrastato l'asse Putin-Trump, si tiene ostinatamente lontana. Perché?

parte 3: L'antimacronismo italico è l'ennesima prova di una sudditanza che non si vuole ammettere. L'ultima sentenza della Corte Suprema USA contro i dazi trumpiani ha già spiazzato la narrazione meloniana. Raccontare la favoletta dei buoni rapporti personali diventa ogni giorno più penoso. Le prossime elezioni di midterm saranno le Forche caudine del suo legame con il MAGA.

parte 4: Giorgia Meloni deve scegliere, e deve farlo in fretta: da che parte sta? Con la liberaldemocrazia europea o con le tirannie variamente collocate? Il punto è che a fare questa domanda non può essere il cosiddetto "campo largo", troppo confuso, troppo diviso, in parte compromesso con Putin, con certi proxy e con troppe ambiguità. Tocca ai liberaldemocratici veri, ai riformisti autentici, costruire un'alternativa.

parte 5: La fine dell'era trumpiana – e si avvicina – sarà l'occasione per fondare una forza politica nazionale ed europea finalmente libera dai populismi. A patto di non arrivare impreparati. E lo riconosco io che sono conservatore da sempre!

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisci dove ritieni necessario.

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