
Non essendo Francesca Albanese, né Alessandro Orsini, né Marco Travaglio — e nemmeno una sacerdotessa del fronte “pro-pal antioccidentalista” — non ho alcuna difficoltà a dire che l’uccisione di Ali Khamenei, di per sé, è una buona notizia. È la fine biologica di uno dei pilastri di un regime repressivo. Non mi strappo le vesti per questo.
Ma chi fa il mio mestiere non può fermarsi al brindisi. Deve chiedersi: perché ora? E soprattutto: dopo?
L’operazione: decapitazione o spettacolo?
Washington e Gerusalemme hanno parlato chiaro: neutralizzare il programma nucleare iraniano, e — a sentire Donald Trump — mettere fine al regime degli ayatollah. Benjamin Netanyahu ha aggiunto la cornice morale: creare le condizioni affinché “il popolo iraniano possa decidere il proprio destino”.
L’operazione — “Il ruggito del leone” per Israele, “Furia epica” per gli Stati Uniti — ha colpito circa 500 obiettivi: centri di comando, installazioni nucleari, basi militari, residenze dei vertici. Tre riunioni in corso sarebbero state centrali nell’azione: l’obiettivo era chiaro, decapitare la leadership.
È una strategia chirurgica? Forse. È una strategia risolutiva? Molto meno.
La storia insegna che eliminare un capo non equivale a smantellare un sistema. Soprattutto quando quel sistema è costruito su quarant’anni di consolidamento ideologico, apparati paralleli, milizie fedeli e un’architettura del potere che sopravvive ai singoli volti.
L’inferno dal cielo
Bombardamenti aerei e missilistici. Per la prima volta anche droni-kamikaze sul modello degli Shahed iraniani. Nessuna invasione terrestre. Nessuna colonna di carri armati che attraversa il confine. È la dottrina dell’“inferno dal cielo”: massima pressione, zero bare avvolte nella bandiera.
Politicamente conveniente. Militarmente pulita. Strategicamente incompleta.
I regimi ideologici non crollano sotto i bombardamenti. Funzionano come un’idra: tagli una testa — magari quella di Khamenei — e le altre restano lì, intatte, pronte a riorganizzarsi. Per distruggere un’idra devi entrarci dentro. E questo significa truppe, occupazione, gestione del territorio. Nessuno, al momento, sembra disposto a pagare quel prezzo.
La guerra a distanza è rassicurante per le opinioni pubbliche occidentali. Ma non è mai stata uno strumento affidabile di “regime change”.
Il nome che circola: Larijani
Nelle ore successive, la televisione di Stato iraniana ha indicato Ali Larijani come figura chiave di una leadership temporanea. C’è chi già lo descrive come un “pragmatista”, un possibile interlocutore.
Calma.
Larijani proviene da una delle famiglie clericali più influenti del Paese. È stato presidente del Parlamento, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, uomo di sistema per decenni. Non è un dissidente. È un prodotto raffinato dello stesso impianto di potere.
Pensare che basti cambiare il volto per cambiare la sostanza è una tentazione pericolosa. È accaduto altrove: rimosso un leader, il sistema resta. Magari con un linguaggio più morbido, magari con qualche concessione cosmetica. Ma resta.
La risposta di Teheran
La reazione iraniana non è stata simbolica. Missili lanciati verso obiettivi israeliani, attacchi contro basi statunitensi nella regione, mobilitazione delle milizie alleate in Libano e Iraq. Lo schema è quello già visto: risposta diretta calibrata e, parallelamente, attivazione della rete di proxy.
Teheran non può permettersi di apparire debole. Un regime che fonda la propria legittimità sulla resistenza all’Occidente non sopravvive a un’umiliazione pubblica senza reagire. Ma la risposta è stata contenuta entro una soglia che evita l’escalation totale. Nessuno, per ora, sembra voler superare il punto di non ritorno.
È un equilibrio instabile. Un passo falso e la regione può incendiarsi.
La logica di Trump
Donald Trump ragiona come un imprenditore immobiliare. Non esistono amici, solo controparti. Ogni crisi è una trattativa. Ogni minaccia è leva negoziale.
Bastone e carota.
Colpisci duro, alzi il prezzo, poi offri un accordo: congelamento del programma nucleare, limiti ai missili a lungo raggio, forse alleggerimento delle sanzioni. Il cambio di regime? Se arriva, bene. Ma non è necessariamente l’obiettivo primario. È una possibile conseguenza, non il presupposto.
Il rischio è evidente: sottovalutare la natura ideologica del regime iraniano. Non è una società per azioni che risponde solo a incentivi economici. È un sistema che ha costruito la propria identità sull’idea di resistenza.
Gli slogan e la realtà
Viviamo nell’era degli slogan. “Via gli ayatollah.” “Guerra all’imperialismo.” Due cori opposti, stessa superficialità.
I cambi di regime non si fanno con i bombardamenti. Si fanno quando gli insorti entrano nel palazzo presidenziale e si fanno i selfie. Finché non vedremo quella scena a Teheran, il sistema troverà un nuovo equilibrio interno. Magari con Larijani. Magari con qualcun altro.
Khamenei morto non equivale a regime morto.
Il vero interrogativo non è se l’operazione sia stata spettacolare. È se sia stata strategicamente trasformativa. E la risposta, per ora, è sospesa.
L’Iran potrebbe evolvere. Potrebbe irrigidirsi. Potrebbe diventare un terreno di scontro permanente tra potenze esterne e lotte interne. Oppure potrebbe cambiare davvero — ma solo se la spinta arriverà dall’interno.
Finché tutto resta “inferno dal cielo”, la struttura resta in piedi. Con una testa in meno. Ma pur sempre un’idra.
(Serena Russo)
Prompt:
intro: non essendo Francesca Albanese, Alessandro Orsini o Marco Travaglio, né tantomeno una pro-pal antiimperialista antioccidentalista, non ho alcun problema a dire che l'uccisione di Khamanei, di per sé, è una bella notizia, come lo è la morte di qualsiasi elemento del regime iraniano. Ma detto questo, restano un paio di grandi interrogativi: perché ora? E dopo?
parte 1: Stati Uniti e Israele hanno dichiarato di voler neutralizzare il programma nucleare iraniano e, a sentire le parole di Trump, di puntare a eliminare il regime degli Ayatollah. L'operazione, denominata "Il ruggito del leone" dagli israeliani e "Furia epica" dagli americani, ha preso di mira circa 500 obiettivi tra cui centri di comando, installazioni nucleari, basi militari e residenze dei vertici del regime . Secondo le prime ricostruzioni, sarebbero state colpite tre riunioni in corso, con l'obiettivo di decapitare la leadership . Il presidente americano ha parlato di difendere il popolo americano da una minaccia imminente, mentre Netanyahu ha aggiunto che l'operazione creerebbe le condizioni favorevoli affinché il popolo iraniano possa decidere il proprio destino.
parte 2: L'operazione militare in corso prevede bombardamenti aerei e missilistici, con l'impiego per la prima volta anche di droni-kamikaze simili agli Shahed iraniani . Non si parla di un'invasione di terra, né di truppe che entrano in Iran. È la classica strategia "dell'inferno dal cielo", che ha il vantaggio di non costare vite americane o israeliane. Il punto è che i regimi profondamente ideologizzati, come quello iraniano, non cadono sotto i bombardamenti. Funzionano come un'idra: puoi tagliare una testa, magari quella di Khamenei, ma le altre restano al loro posto. Per sconfiggere un'idra devi entrarci, con migliaia di soldati, e neutralizzare centinaia di teste una a una. E qui, al momento, nessuno sembra intenzionato a farlo.
parte 3: Nelle ore successive all'attacco, l'attenzione si è concentrata su Ali Larijani, l'influente segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale che, secondo quanto dichiarato dalla televisione di Stato, avrebbe annunciato la costituzione di un consiglio di leadership temporanea dopo la morte di Khamenei . C'è chi potrebbe vedere in Larijani una figura di transizione, magari un "pragmatista" con cui trattare. Ma questa ipotesi merita piú di una riserva. Larijani proviene da una delle principali famiglie clericali del paese ed è stato per decenni un fedele esecutore della linea di Khamenei . Affidare il futuro dell'Iran a una figura come Larijani significherebbe semplicemente sostituire un volto del regime con un altro, esattamente come accaduto in Venezuela dove Maduro è stato catturato ma il potere è rimasto saldamente nelle stesse mani.
parte 4: La risposta di Teheran non si è fatta attendere ed è stata tutt'altro che simbolica. La risposta di Teheran non si è fatta attendere ed è stata tutt'altro che simbolica. (cerca su internet)
parte 5: Viene allora da chiedersi quali siano i veri obiettivi di questa operazione. Trump ha una visione del mondo che deriva dalla sua esperienza di imprenditore immobiliare: tutto è una trattativa, tutto è un affare in cui qualcuno guadagna e qualcuno perde. Non ha amici, solo controparti contrattuali. La sua strategia è quella del bastone e della carota. L'obiettivo reale, molto probabilmente, è costringere l'Iran a un accordo che blocchi il suo programma nucleare e lo sviluppo di missili a lungo raggio. Il cambio di regime, se arriverà, sarà un gradito regalo collaterale.
parte 6: Viviamo in un tempo in cui tutto viene ridotto a slogan: "via gli ayatollah" da una parte, "guerra all'imperialismo" dall'altra. Ma la realtà è molto più complessa. I cambi di regime non si fanno con i bombardamenti. Si fanno quando gli insorti entrano nel palazzo presidenziale e si fanno i selfie, come è accaduto in Siria pochi mesi fa. Finché non vedremo quello, Khamenei vivo o morto che sia, il rischio è che il sistema trovi semplicemente un nuovo volto, magari quello di Larijani, per continuare esattamente come prima. E l'Iran rischi di diventare una versione mediorientale del Venezuela: un paese usato come pretesto per interessi altrui, e poi abbandonato al suo destino, con un regime solo leggermente rimodellato ma sostanzialmente identico.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5, parte 6; approfondisco dove necessario.
Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di Serena Russo, tagliente e ironico. Rendilo immersivo.
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