Il Grande Complotto Contro La Mia Musica Preferita

Se c’è una cosa che la storia della musica insegna con una certa regolarità – più puntuale delle tasse e delle reunion dei gruppi prog – è che ogni generazione pensa di assistere alla fine del mondo musicale. In realtà sta solo assistendo alla fine del proprio mondo musicale.

Negli anni Sessanta, per esempio, il trombettista Ted Curson si lamentava che il suo amico e collega Lee Morgan stesse cedendo alla tentazione di suonare roba “rock”. Ora, quando Curson diceva “rock”, non immaginava le chitarre distorte degli stadi o il glam di qualche frontman in pantaloni di pelle. Per lui “rock” era una categoria molto più larga e, a suo modo, più sprezzante: lo shuffle, il boogaloo, il backbeat. Tutto ciò che, da Amos Milburn fino a Little Richard, rappresentava una semplificazione – quasi una volgarizzazione – del patrimonio sofisticato del jazz moderno.

A leggerlo oggi viene da sorridere. Non perché Curson fosse un musicista minore – tutt’altro: era uno dei più brillanti trombettisti della generazione cresciuta all’ombra di Clifford Brown – ma perché quella lamentela suona terribilmente familiare. Il jazz, improvvisamente, si trovava di fronte a qualcosa di più giovane, più rumoroso e, soprattutto, molto più popolare. Il rock stava arrivando come un’onda di piena, e molti jazzisti lo percepivano come una regressione culturale.

In fondo Curson faceva quello che ogni generazione di musicisti fa quando il vento cambia direzione: il vecchio brontolone. Il dettaglio divertente è che Curson e Morgan erano concittadini, coetanei, amici. Eppure uno dei due già incarnava quella figura archetipica del musicista che guarda i gusti del pubblico e pensa: “Non capiscono più niente”.

Se la storia fosse una commedia, la scena successiva sarebbe inevitabile. Vent’anni dopo, il rock – quello stesso rock che il jazz guardava con sufficienza – si sarebbe trovato nella posizione opposta: il linguaggio dominante che improvvisamente perde terreno.

E arriviamo ai nostri giorni, o quasi.

Qualche giorno fa ho letto un’intervista al leader degli The Smashing Pumpkins, Billy Corgan, in cui sosteneva che nei primi anni Duemila il rock sarebbe stato deliberatamente marginalizzato da una sorta di complotto orchestrato da MTV e – perché no – dalla CIA. Il motivo? Il rock sarebbe stato “contro il sistema”.

Ora, capisco la tentazione romantica. Ogni musicista che ha conosciuto il successo tende a immaginare il proprio linguaggio come naturalmente centrale, quasi biologicamente destinato a dominare il gusto del pubblico. Se questo non accade più, la spiegazione deve essere esterna: manipolazioni, algoritmi, lobby, magari un paio di servizi segreti annoiati.

È una teoria affascinante, ma ha un piccolo problema: la storia della musica non funziona così.

Prendiamo un dato molto semplice. Nel 1991 esce Nevermind dei Nirvana, uno degli ultimi album rock capaci di superare la soglia psicologica dei venti milioni di copie. Un disco che, piaccia o meno, ha ridefinito il suono di un’epoca.

Dieci anni dopo, nel 2001, esce Is This It degli The Strokes. Un album che la critica ha trattato come il nuovo vangelo del rock. Tutti entusiasti, tutti pronti a proclamare la rinascita del genere. Risultato commerciale: circa due milioni di copie.

Non è un fallimento, intendiamoci. Ma il salto è evidente. Il rock continuava a produrre ottimi dischi, però la centralità culturale stava scivolando altrove.

Quando succede qualcosa del genere, il mercato raramente lascia il vuoto. Al contrario, qualcun altro è già pronto a occuparlo.

Negli anni Duemila quel qualcuno si chiamava hip hop.

Il passaggio simbolico lo rappresenta benissimo Eminem. Il suo The Marshall Mathers LP nel 2000 supera i venti milioni di copie, dimostrando che il rap non era più un sottogenere urbano ma il nuovo linguaggio dominante della cultura popolare. Poco dopo arriva anche il film 8 Mile, che trasforma la mitologia del rapper bianco di Detroit in una narrazione globale.

Nel frattempo altri nomi – Nelly, Ludacris, Usher – dominano le classifiche con un suono che mescola rap, pop e R&B. Dietro le quinte, produttori come Pharrell Williams e Chad Hugo, noti come The Neptunes, costruiscono un’estetica sonora nuova: minimalista, percussiva, sintetica.

Era il suono perfetto per il nuovo millennio.

Ma il vero terremoto non fu stilistico. Fu tecnologico.

Con l’arrivo di Napster e del file-sharing, la musica smette di essere un oggetto fisico e diventa un flusso digitale. Questo cambia tutto, soprattutto per chi vuole iniziare a fare musica.

Negli anni Settanta, per mettere su una band rock servivano strumenti, amplificatori, una sala prove, magari un furgone scassato e parecchia pazienza con i vicini. Negli anni Duemila bastano un computer, un campionatore e un software di sequencing.

Il risultato è un’esplosione dei cosiddetti produttori da cameretta. Generi come hip hop ed elettronica si adattano perfettamente a questa nuova economia creativa: campioni, loop, beat programmati. Tutto può nascere in una stanza.

Persino il rock, a un certo punto, capisce che deve cambiare pelle. Nel 2000 i Radiohead pubblicano Kid A, un disco che incorpora elettronica, glitch e ambient, dimostrando che anche una band rock può dialogare con il nuovo mondo digitale. Non a caso gruppi come Coldplay o Muse cresceranno proprio in quell’ecosistema ibrido.

Intanto Internet crea nuovi luoghi di aggregazione: forum, blog, comunità virtuali dove nascono scene musicali che non dipendono più da radio e televisioni. In Italia c’erano siti come HotMC; altrove intere sottoculture si sviluppavano nelle chat room.

Il risultato è che il rock non scompare, ma si frammenta. Indie, emo, metalcore, garage revival: mille sottogeneri, mille nicchie, ognuna con il suo pubblico. L’hip hop invece mantiene una forza centrifuga straordinaria, capace di inglobare pop, elettronica e cultura digitale.

E così torniamo al punto di partenza.

Il rock non è stato ucciso da un complotto. È stato semplicemente sorpassato da un linguaggio più adatto al suo tempo. Esattamente come il rock aveva sorpassato il jazz negli anni Sessanta.

Se Ted Curson potesse sedersi oggi a un tavolino con Billy Corgan, probabilmente gli offrirebbe un whisky e gli direbbe qualcosa del genere: “Tranquillo ragazzo. È successo anche a noi”.

La musica funziona così. Ogni generazione crede di aver inventato il centro dell’universo. Poi arriva qualcuno più giovane, con strumenti diversi e idee nuove, e sposta il centro qualche chilometro più in là.

Non è un complotto.
È semplicemente la storia della musica che continua a muoversi.

E, a pensarci bene, è proprio questo il motivo per cui vale ancora la pena ascoltarla.

(Luigi Colzi)

Prompt:

Intro: durante un'intervista, negli anni '60, Ted Curson lamenta che Lee Morgan era ormai costretto a fare musica "rock" e che presto pure a lui sarebbe toccata la stessa cosa e non lo poteva accettare: "Ecco uno che ha fatto tantissimi dischi e che, a mio modo di vedere, di opportunità ne ha avute tante, dovrebbe cercare di fare qualcos’altro. Sì, tutti hanno bisogno di soldi, ma per me un’altra seduta di rock è una perdita di tempo. Cioè, a me questo sembra rock; fatto per la classifica, se no perché gli avrebbero fatto suonare questo shuffle? (…) Quando dico rock, intendo lo shuffle, il boogaloo, il back beat, da Amos Milburn a Little Richard: per me è tutta la stessa cosa, lo chiamo rock." Chi è Ted Curson, chi è Lee Morgan? Due dei più grandi trombettisti jazz della scuola di Clifford Brown (non conoscete nemmeno lui, lo so). Chi è Amos Milburn? Un grande pianista, cantante e compositore del rhythm'n'blues. Chi è Little Richard? Beh, forse almeno lui, grazie a "Tutti Frutti", potreste conoscerlo.

parte 1: ho fatto questo esempio non per vantare la mia cultura musicale, ma per mostrare come gli avvicendamenti nel gusto ci siano sempre stati, e per qualcuno che sale qualcuno scende. In questo contesto Ted Curson fa il vecchio brontolone, sebbene fosse concittadino, coetaneo e amico di Lee Morgan. Entrambi vedranno il jazz nettamente ridimensionato dall'esplosione del rock negli anni '60. Erano in buona compagnia: quasi tutti i loro colleghi disprezzavano il rock e lo vedevano come una volgarizzazione del patrimonio culturale della back music.

parte 2: ho fatto questo esempio perché ieri ho letto sui social un estratto di un'intervista a Billy Corgan in cui si lamentava che negli anni Duemila un complotto della CIA e di MTV avesse messo in secondo piano il rock, perché "contro il sistema". Che boomerata, direbbero i giovani. E a ragione. Da un lato posso capire Corgan, che ha dovuto fare i conti, come tanti colleghi, con gli stravolgimenti di un'industria, quella musicale, che sembrava destinata alla crescita infinita. Dall'altro mi viene da ridere per l'arroganza di chi è convinto che, lasciato a sé stesso, il pubblico andrebbe naturalmente verso il rock, e se non lo fa è sicuramente per qualche ingerenza esterna.

parte 3: Guardiamo meglio. Un dato significativo è che Nevermind dei Nirvana (1991) era stato l'ultimo grande album rock a vendere oltre 20 milioni di copie. Dieci anni dopo, album osannati dalla critica come Is This It dei The Strokes (2001) si fermarono a soli 2 milioni . Questo calo fisiologico ha creato un vuoto che altri generi erano pronti a colmare. Parallelamente, si diffondeva un diffuso "senso di stanchezza" verso il rock, percepito come un genere che aveva già dato tutto, alimentato da un dibattito giornalistico sulla sua presunta "morte".

parte 4: Mentre il rock arrancava, l'hip hop si è imposto come la nuova voce della ribellione giovanile, conquistando il centro della scena culturale. Il Fenomeno Eminem: Rapper come Eminem hanno svolto un ruolo cruciale nel rendere l'hip hop un fenomeno globale e generazionale. Il suo album The Marshall Mathers LP (2000) è stato il primo album rap a superare i 20 milioni di copie, un risultato che simboleggiava il passaggio di testimone . Il suo film "8 Mile" ha ulteriormente consolidato la cultura hip hop nel mainstream. Nuove Star e Produzioni Innovative: Artisti come Nelly, Ludacris e Usher hanno dominato le classifiche con suoni freschi e accessibili . Produzioni come quelle dei Neptunes (Pharrell Williams e Chad Hugo) hanno plasmato il sound dei primi anni 2000, portando l'hip hop ai vertici delle classifiche pop grazie a un mix di sintetizzatori, strumenti live e arrangiamenti percussivi distorti. E' un bene, è un male? E' semplicemente successo.

parte 5: Scendiamo a livello "ragazzino che vuole mettersi a fare musica". L'avvento di Internet e delle nuove tecnologie è stato il grande game-changer che ha favorito l'ascesa dei generi "da camera" come l'hip hop e l'elettronica. Il file-sharing, reso popolare da programmi come Napster, ha rivoluzionato la diffusione della musica. Per l'hip hop, questo ha avuto un effetto democratizzante: ha permesso a suoni e artisti da ogni parte degli Stati Uniti (non solo dai centri tradizionali come New York e Los Angeles) di farsi conoscere senza il filtro di radio e TV, livellando il campo da gioco e creando una comunità globale attorno a nuovi beat. La tecnologia ha abbassato le barriere per la creazione musicale. L'hip hop e la musica elettronica, basati su campionatori, drum machine e sequencer, erano perfetti per l'era dei "produttori da cameretta" . Artisti come i Radiohead, con l'album sperimentale Kid A (2000), dimostrarono come anche il rock potesse integrarsi con l'elettronica, normalizzandone l'uso nel mainstream e ispirando band come Coldplay e Muse. Forum, blog (come Hotmc in Italia) e chat room diventano i nuovi luoghi di incontro per appassionati e musicisti, permettendo la nascita di scene locali e la crescita di generi come il rap metal, il rock elettronico e l'evoluzione dell'hip hop underground.

parte 6: Negli anni 2000, il rock non è scomparso ma ha perso la sua centralità culturale. La sua frammentazione in numerosi sottogeneri (emo, indie, metalcore) non è riuscita a competere con la forza dirompente di un hip hop che, grazie alla tecnologia, si è dimostrato più agile, innovativo e capace di parlare il linguaggio della nuova generazione digitale, fondendosi perfettamente con la musica elettronica.

parte 7: quindi Billy, calma. Ted Curson ci è passato prima di te.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5, parte 6, parte 7; esplora approfonditamente tutto quanto è emerso. Assumendo la personalità di Luigi Colzi, scrivi un articolo, usando un tono sarcastico e arguto. 

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