
Il mondo corre troppo e mi fa fatica seguirlo, ultimamente. Figuriamoci scriverne. Un tempo bastava aprire tre giornali, bere un caffè mediocre e sentirsi ragionevolmente aggiornati sull’andamento della civiltà. Oggi invece bisogna tenere insieme geopolitica, meme, criptovalute, polemiche da talk show e influencer che vendono corsi su come diventare influencer. È estenuante. Però è successa una cosa troppo divertente, nella sua estrema stupidità, per lasciarla correre. Parlo degli influencer a Dubai.
Dubai è finita al centro delle cronache non solo per gli attacchi iraniani che hanno colpito alcuni dei suoi luoghi più iconici, come l’hotel Burj Al Arab e i suoi aeroporti principali, ma anche per l’ondata di reazioni che hanno travolto i social media. Mentre i danni materiali sembrano essere stati limitati grazie all’efficienza dei sistemi di difesa, a essere finita sotto scacco è soprattutto la narrazione di città perfetta e inviolabile che da anni viene costruita con cura chirurgica. Dubai è sempre stata venduta come una specie di rendering urbanistico diventato realtà: grattacieli lucidi, tramonti color champagne, piscine sospese nel nulla e quella sensazione vagamente cyberpunk di vivere dentro una brochure di lusso. Quando una città del genere entra nel ciclo delle notizie di guerra succede qualcosa di curioso: non è solo la realtà a incrinarsi, è la scenografia.
E qui entrano in scena loro. Gli influencer. Quella vasta e coloratissima fauna di creator, imprenditori digitali, consulenti di personal branding, coach finanziari venticinquenni e modelli motivational che negli ultimi anni ha fatto della vita a Dubai il proprio core business. A guardare i social durante quelle ore sembrava di assistere a una tragicommedia greca recitata su Instagram. Da una parte c’erano quelli sinceramente terrorizzati, che filmavano il cielo notturno con la faccia stravolta mentre spiegavano che no, non era esattamente previsto nel piano editoriale della settimana. Dall’altra quelli che continuavano a ripetere “tutto ok raga”, come se il bombardamento fosse una specie di inconveniente meteorologico, una grandinata di geopolitica da affrontare con lo stesso spirito con cui si affronta un brunch saltato.
Poi ci sono i peggiori. Quelli che a Dubai non ci stanno nemmeno. Quelli che Dubai la odiano per principio. Loro non si fanno mancare niente: Dubai è un luogo senza storia né cultura, il capitalismo incarnato, il lusso tamarro da Casamonica, la trappola moschicida per imbecilli e il paradiso fiscale dei profitti opachi. Roba per imprenditori borderline, influencer, onlyfanser, prostitute e altre figure mitologiche della tarda modernità. Il proletariato contro il Dubai-ato. Ora, sia chiaro: tutto questo non è necessariamente falso. Anzi. Però tra gli zarri di Dubai e i Savonarola digitali che sognano il ritorno a una purezza economica che non è mai esistita, io continuo a preferire gli zarri. Sarà un mio limite antropologico.
Perché lo stile Dubai, piaccia o meno, negli anni è diventato qualcosa di molto preciso. Un genere narrativo. Il video in cui un tizio entra in concessionaria in infradito e paga una Lamborghini in contanti “perché le banche sono lente”. La colazione minimalista a base di avocado su pane dorato e cappuccino con polvere d’oro mentre sotto scorrono Ferrari parcheggiate come Panda del ’98. Il reel girato a bordo piscina con lo skyline alle spalle e la caption motivazionale sulla disciplina finanziaria. L’appartamento da quindici milioni presentato come se fosse un monolocale simpatico “per iniziare”. Il coach che spiega come diventare milionario alle sei del mattino dopo aver fatto dieci flessioni e un bagno nel ghiaccio mentre il drone inquadra Palm Jumeirah. È tutto così eccessivo, così spudoratamente performativo, da diventare quasi arte concettuale. Un’installazione permanente sull’idea di successo nella tarda era dei social.
E naturalmente questo stile irrita profondamente una certa estetica pauperista che oggi domina gran parte del discorso online. La retorica del minimalismo morale, del vivere con poco, dell’autenticità come valore supremo. Tutto molto rispettabile. Però quando incontra la Dubai-core aesthetic produce scintille meravigliose. Perché Dubai non ha mai chiesto scusa per la propria esistenza. Non ha mai tentato di sembrare sobria. È un posto che ha deciso di costruire un grattacielo più alto del mondo nel mezzo del deserto e poi di riempirlo di influencer. C’è una coerenza quasi classica in tutto questo.
A un certo punto, osservando questo teatro di panico, propaganda, reels e indignazione morale, ho avuto una piccola illuminazione: Dubai logora chi non ci va.
È una città che funziona soprattutto come idea. Come provocazione. Come simbolo su cui proiettare sogni o rancori. Per alcuni è il paradiso fiscale dei nuovi ricchi, per altri la Babilonia del capitalismo globale, per altri ancora semplicemente un gigantesco set fotografico dove andare a fare business, networking e selfie al tramonto. E forse proprio per questo continua a generare una quantità di discorsi sproporzionata rispetto alla sua realtà fisica.
Io comunque è dieci anni che non ci vado. Ora non è il periodo, evidentemente. Ma chissà. Anche se al momento, se proprio devo fantasticare su una fuga esotica, confesso che mi attirerebbe di più un bel viaggetto a Venezia.
Quella riprodotta in Qatar, naturalmente.
(Margherita Nanni)
Prompt:
Intro: il mondo corre troppo e mi fa fatica seguirlo, ultimamente. Figuriamoci scriverne. Però è successa una cosa troppo divertente, nella sua estrema stupidità, per lasciarla correre. Parlo degli influencer a Dubai.
parte 1: Dubai è finita al centro delle cronache non solo per gli attacchi iraniani che hanno colpito alcuni dei suoi luoghi più iconici, come l'hotel Burj Al Arab e i suoi aeroporti principali, ma anche per l'ondata di reazioni che hanno travolto i social media. Mentre i danni materiali sembrano essere stati limitati grazie all'efficienza dei sistemi di difesa, a essere finita sotto scacco è soprattutto la narrazione di città perfetta e inviolabile che da anni viene costruita con cura.
parte 2: In questo strano teatro di guerra e comunicazione, a giocare un ruolo da protagonista sono stati proprio gli influencer, quella folta comunità di creator, imprenditori digitali e aspiranti tali che ha fatto della vita a Dubai il proprio core business. Di fronte ai missili e al panico, le loro reazioni si sono divise in due trincee opposte: paurosi e increduli da un lato, tutto ok raga dall'altro. Poi ci sono i peggiori, che a Dubai nemmeno ci stanno. Quelli che odiano Dubai in quanto tale, un luogo senza storia né cultura, il capitalismo incarnato, lusso tamarro da Casamanonica, trappola moschicida per imbecilli e paradiso fiscale per profitti opachi, roba per imprenditori delinquenti, influencer, onlyfanser, prostitute etc etc Il proletariato vs il Dubai-ato. Oh, chiaramente tutto questo mica è falso. Però preferisco gli zarri di Dubai ai Savonarola digitali, chissà come mai.
parte 3: racconto un po' di Dubai style (inventa esempi che facciano incazzare i moralisti pauperisti di turno) e spiego come negli anni questo stile si sia consolidato, diventando un vero e proprio genere a sé. Di cosa, magari va ancora stabilito, ma per quello c'è tempo.
parte 4: Dubai logora chi non ci va.
parte 5: io comunque è dieci anni che non ci vado. Ora non è il periodo, ma chissà. Anche se al momento preferirei un bel viaggetto a Venezia. Quella riprodotta in Qatar, naturalmente.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisci dove ritieni necessario.
assumendo la personalità di Margherita Nanni, scrivi un articolo brillante, divertente, colorito, senza moralismo, ma cogliendo il fascino dell'inverosimiglianza della vicenda. (non parlare necessariamente di inverosomiglianza, al limite descrivila)
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