Il caffè del Consiglio di Amministrazione

Ripenso ancora a quel giorno, con la stessa amarezza di allora. Non è un ricordo traumatico, sia chiaro — la vita mi ha insegnato che i traumi sono ben altri — ma è uno di quei momenti che restano incisi come una fotografia nitida nella memoria.

All’epoca ero tra i cinque migliori laureati in economia alla Statale di Milano. Un traguardo che, nella logica meritocratica in cui ero cresciuta, avrebbe dovuto aprirmi tutte le porte. Insieme ai miei colleghi, tutti uomini, venni assunta da Fininvest con un progetto ambizioso: partecipare sin da subito alle riunioni del Consiglio di Amministrazione, portando una prospettiva giovane e iniziando un percorso verso il management.

Per una ragazza milanese cresciuta negli anni Settanta, era qualcosa di enorme. Significava che il sistema — almeno in teoria — stava iniziando a riconoscere il valore della competenza.

La teoria, però, spesso inciampa nella realtà.

Il caffè del CDA

Alla prima riunione del Consiglio di Amministrazione mi sedetti al tavolo con la compostezza che avevo imparato da mia madre, professoressa di lettere, e con il rigore mentale che mi aveva trasmesso mio padre ingegnere. Ero nervosa, certo, ma anche orgogliosa. Avevo studiato, lavorato, rinunciato a molte cose per arrivare lì.

Un membro del consiglio mi guardò. Non mi chiese chi fossi, né perché fossi presente.

Semplicemente disse:
“Signorina, può andare a prendere il caffè per tutti?”

Non fu una richiesta. Fu un ordine. Di quelli pronunciati con la sicurezza di chi è convinto che l’universo funzioni esattamente così.

In quell’istante accadde qualcosa di curioso: non mi arrabbiai. Rimasi immobile, come se il cervello avesse bisogno di qualche secondo per processare l’assurdità della situazione. I miei centodieci e lode, le notti sui manuali di economia industriale, le discussioni accademiche, i sogni di carriera — tutto sembrava dissolversi in quella frase.

Fortunatamente l’amministratore delegato intervenne quasi subito.
“La signorina Nicheli è una di noi”, disse.

Fu un gesto importante, e gliene sono sempre stata riconoscente. Ma il danno, in un certo senso, era già stato fatto. Non perché fossi stata trattata male — nella vita aziendale capita — ma perché avevo intravisto con brutale chiarezza il meccanismo.

Avevo capito che, per essere considerata allo stesso livello dei miei colleghi uomini, avrei dovuto dimostrare il doppio.

L’ambiguità dell’apparenza

C’è poi un altro elemento che raramente si racconta con onestà: l’aspetto fisico.

Essere una donna considerata attraente è spesso descritto come un vantaggio sociale. In alcuni contesti lo è, senza dubbio. Ma nei luoghi dove si prendono decisioni serie — aziende, università, istituzioni — può trasformarsi rapidamente in un sospetto permanente.

La bellezza diventa una lente deformante.
Ogni successo è interpretato come un favore.
Ogni promozione come una concessione.

Così, nel tempo, ho costruito deliberatamente un’immagine pubblica molto severa. Abiti sobri, atteggiamento controllato, poche concessioni alla leggerezza. Non perché non mi piaccia sorridere — chi mi conosce lo sa — ma perché era l’unico modo per togliere agli interlocutori ogni alibi.

Se qualcuno voleva criticarmi, doveva farlo sulle idee. Non sulle supposizioni.

La maternità tardiva

Un altro luogo comune riguarda le scelte personali.

Per molti anni mi sono dedicata quasi esclusivamente alla carriera. Non perché disprezzassi la vita familiare — anzi — ma perché il mio percorso professionale richiedeva una concentrazione totale.

Sono diventata madre per la prima volta a quarant’anni.

È stata una decisione libera, ma non priva di consapevolezza. Sapevo di essere fortunata: avevo le risorse economiche, il supporto familiare e una posizione professionale che mi permetteva una certa autonomia. Molte donne non hanno questa libertà.

Ed è qui che la questione diventa davvero importante. Non tutte devono fare le stesse scelte — sarebbe assurdo — ma tutte dovrebbero avere la possibilità reale di farle.

Invece, troppo spesso, la maternità continua a essere trattata come un problema individuale, quando in realtà riguarda l’organizzazione stessa del lavoro e della società.

Otto marzo, senza retorica

Oggi è l’Otto marzo, e ogni anno mi sforzo di evitare la retorica facile.

Molte cose sono cambiate rispetto a quando ero una giovane laureata seduta per la prima volta a un tavolo di consiglio. Oggi le donne sono più presenti nelle università, nelle imprese, nei centri decisionali. Il talento femminile non è più un’eccezione statistica.

Ma sarebbe ingenuo pensare che la strada sia conclusa.

Ancora oggi, a parità di competenze, a una donna viene spesso richiesto qualcosa in più: più preparazione, più disciplina, più autocontrollo. Non sempre in modo esplicito, ma attraverso mille piccoli segnali quotidiani.

La questione, però, non è stabilire chi sia migliore tra uomini e donne. Non lo è mai stata.

La questione è molto più semplice — e proprio per questo spesso ignorata: ogni persona deve avere la possibilità di scegliere il proprio percorso senza essere confinata in un ruolo predefinito.

Chi limita questa libertà, per convenienza o per pigrizia culturale, non è un avversario ideologico. È semplicemente un ostacolo al progresso.

E gli ostacoli, nella mia esperienza, esistono per essere superati. Anche quando, all’inizio, ti chiedono soltanto di portare il caffè.

(Emma Nicheli)

Prompt:

intro: Ripenso ancora a quel giorno, con la stessa amarezza di allora. Ero una dei cinque migliori laureati in economia alla Statale di Milano, un traguardo che avrebbe dovuto aprirmi tutte le porte con orgoglio. Insieme ai miei colleghi, tutti uomini, venni assunta da Fininvest con l'idea di partecipare subito alle riunioni del Consiglio di Amministrazione, per portare una prospettiva giovane e iniziare il percorso verso i piani alti del management.

parte 1: Alla prima di quelle riunioni, mentre prendevo posto al tavolo, un membro del CDA mi guardò e, senza alcuna esitazione, mi ordinò di andare a prendere il caffè per tutti. Non fu una richiesta, ma un comando. Il mio valore, i miei centodieci e lode, i miei sacrifici, tutto cancellato in un istante da quell'umiliazione. Per fortuna, l'AD in persona intervenne prontamente, dicendo: "La signorina Nicheli è una di noi". Quelle parole furono un balsamo, ma il danno era fatto. In quel momento compresi una verità che mi avrebbe accompagnata per tutta la carriera: avrei dovuto dimostrare il doppio rispetto a un collega uomo per essere considerata alla pari.

parte 2: Essere una donna attraente, poi, è stata una spada a doppio taglio. Il mio aspetto fisico diventava spesso una ragione per giudicarmi, per mettere in dubbio le mie competenze. Così, poco alla volta, ho costruito intorno a me un'immagine pubblica severa e impeccabile. Era l'unico modo per proteggermi, per far sì che si guardasse oltre l'esteriorità e si vedesse solo la professionista.

parte 3: Ho scelto di dedicare la vita alla carriera, rimandando la maternità. Sono diventata madre per la prima volta a quarant'anni. È stata una scelta che ho potuto fare liberamente, ma sono consapevole di essere stata fortunata. Non tutte hanno la stessa possibilità di scelta, e questo è ingiusto.

parte 4: Oggi, in questo Otto Marzo, guardandomi indietro, vedo che molte cose sono cambiate, ma non abbastanza. È odioso constatare che ancora oggi, a parità di competenze, a una donna venga spesso richiesto di più. Non siamo tutte uguali, per mille motivi, ma a tutte deve essere garantita la stessa dignità e la piena facoltà di scegliere il proprio percorso. Chiunque limiti queste libertà è il nostro nemico comune, e insieme dobbiamo combatterlo.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; approfondisco dove necessario.

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