
C’è una parola, nella storia della politica, che spesso viene usata con disprezzo ma che talvolta descrive con brutale precisione una stagione di governo: attendismo. E se dovessi cercare una chiave interpretativa per questi primi anni dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, confesso che non troverei definizione più calzante.
Meloni sembra aver scoperto – o forse semplicemente intuito con istinto felino – la più antica delle formule di sopravvivenza del potere: restare immobile. Non agitare troppo le acque. Non disturbare i mercati. Non irritare Bruxelles. Non provocare Washington. Non spaventare troppo gli italiani moderati. Fingere, in sostanza, una sorta di morte politica apparente. Come certi animali che, sentendo il pericolo, si irrigidiscono e aspettano che il predatore passi oltre.
E così, nei suoi primi tre anni a Palazzo Chigi, la presidente del Consiglio ha praticato con disciplina quasi ascetica la filosofia del non fare troppo, lasciando che il Paese scivolasse lungo il binario già tracciato dalla cosiddetta agenda di Mario Draghi. Nessuna rivoluzione, nessuna frattura, nessun grande gesto politico capace di segnare un’epoca. Solo un governo che procede sottotraccia, come un vecchio motore amministrativo che continua a girare anche quando il pilota smette di premere l’acceleratore.
E in effetti la macchina dello Stato italiano ha una qualità quasi metafisica: va avanti comunque. Alla Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, come in molti altri ministeri, la burocrazia ha imparato da decenni a sopravvivere ai governi. I dossier passano di mano, i funzionari continuano il loro lavoro, gli ambasciatori parlano con gli altri ambasciatori, e la vita dello Stato procede con quella calma burocratica che talvolta è una benedizione e talvolta una tragedia.
Nel frattempo, per dare qualche segnale identitario alla propria base, l’esecutivo si è concesso alcune operazioni simboliche: la crociata contro i rave party, qualche giro di vite contro centri sociali e circoli ARCI, quasi a rassicurare un elettorato che da decenni immagina la gioventù italiana come un’orda di libertini pronti a perdersi tra birre tiepide e musica techno. “Questi giovani che vogliono divertirsi…”, direbbe la proverbiale signora indignata. E il governo, puntualmente, interviene.
Ma il problema – e qui la storia diventa meno comoda – nasce quando la realtà internazionale pretende una decisione. Perché la politica, prima o poi, chiede di scegliere.
E allora l’immobilismo non basta più.
Negli ultimi mesi le tensioni geopolitiche hanno iniziato a bussare con maggiore insistenza alla porta di Palazzo Chigi. Ed è in questi momenti che si misura la solidità di una classe dirigente. Le conferenze stampa di Antonio Tajani, spesso più fumose che chiarificatrici, hanno fatto sospirare più di un funzionario della diplomazia italiana. E il ministro della Difesa Guido Crosetto, uomo di indubbia esperienza ma talvolta enigmatico nelle sue uscite, è apparso a tratti come un generale rimasto senza mappa.
A quel punto Meloni ha dovuto compiere il gesto più difficile per chi governa in equilibrio: schierarsi davvero.
Con un occhio ai rapporti sempre più tesi con la Germania di Olaf Scholz e l’altro rivolto verso l’Atlantico – dove il vento politico che soffia intorno al movimento Make America Great Again continua a influenzare una parte dell’establishment conservatore – la scelta filoamericana è sembrata quasi inevitabile. Una scelta che rassicura Washington, ma che espone l’Italia a un delicato gioco di equilibri dentro l’Europa.
Ed è qui che la strategia dell’immobilismo mostra i suoi limiti.
Per tre anni Meloni ha governato aspettando gli errori altrui. Un’attesa che, bisogna riconoscerlo con onestà intellettuale, è stata premiata dalla sorprendente distrazione dell’opposizione. Tra le esitazioni del Partito Democratico e le fatiche croniche del cosiddetto campo progressista, gli inciampi non sono mai mancati.
Ma la politica, come insegnava Machiavelli – e come cerco di ricordare ogni anno ai miei studenti di liceo quando leggiamo il Principe – non è solo l’arte di sfruttare gli errori degli altri. È anche la capacità di agire quando arriva il proprio turno.
E quando Meloni è stata costretta a giocare davvero la partita, molti italiani hanno avuto una sensazione inquietante: quella di trovarsi davanti non a una fuoriclasse della politica, ma a qualcosa di molto più ordinario. La più classica delle raccattate, direbbe con crudezza la saggezza romana.
Il problema, purtroppo, è che la squadra non aiuta. I suoi compagni di governo sembrano maneggiare il fioretto come se fosse una clava. E quando la diplomazia richiede la leggerezza di un tocco – quella grazia sottile che distingue lo statista dal tribuno – emergono tutte le fragilità di una classe dirigente cresciuta più nell’opposizione urlata che nella responsabilità del governo.
Ed ecco la verità, tanto semplice quanto brutale.
Governare è facile quando si può restare immobili. Quando si può aspettare che il tempo passi e che gli avversari sbaglino. Quando si può continuare a vivere della rendita politica accumulata negli anni dell’opposizione.
Ma prima o poi arriva il momento in cui la realtà bussa alla porta.
E allora si scopre che non si è più all’opposizione.
Brutta cosa, davvero. Perché a quel punto bisogna dimostrare di saper governare. E non sempre basta fingersi morti.
(Roberto De Santis)
Prompt:
intro: Giorgia Meloni avrebbe trovato la formula magica per governare a lungo: l'immobilismo. Nei suoi primi tre anni a Palazzo Chigi, la presidente del Consiglio avrebbe seguito la filosofia del fingersi morta per non infastidire nessuno, scompaginando così tutti i pronostici di opposizione e giornalisti.
parte 1: Una strategia fatta di poche mosse, agenda Draghi proseguita sottotraccia e rapporti cordiali ma mai troppo amichevoli, contando sul fatto che la macchina dello Stato, dalla Farnesina agli altri ministeri, va avanti comunque per inerzia burocratica. Salvo qualche mossa contro rave, e più recentemente, centri sociali e circoli arci (questi giovani che vogliono divertirsi e poi finiscono arrosto come in Svizzera, signora mia!).
parte 2: Il problema, però, arriva quando il corso degli eventi pretende un'azione vera. E quando le emergenze internazionali hanno richiesto scelte nette, il governo si è trovato improvvisamente esposto. Tra conferenze di Tajani che fanno disperare i funzionari e un Crosetto apparentemente disperso, Meloni ha dovuto scegliere da che parte stare. E alla fine, con un occhio ai rapporti tesi con Berlino e l'altro ai MAGA americani, la scelta filo-Usa è venuta quasi naturale, rivelando però tutte le difficoltà del caso.
parte 3: per tre anni Meloni ha aspettato gli errori altrui che puntualmente arrivavano da un'opposizione distratta. Ora che è stata costretta a giocare di fino, però, gli italiani si sono accorti di avere davanti non un fuoriclasse, ma la più classica dei raccattati. E i suoi compagni di squadra, purtroppo, impugnano il fioretto come una clava. Chiamati a toccare di fino, rivelano tutti le loro umili origini.
parte 4: brutta cosa, non essere più all'opposizione...
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4. Approfondisco dove ritengo necessario.
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